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L’invasione dei cinghiali in Sicilia e il ‘ratto delle Sabine-suine’ sulle Madonie

La legge approvata qualche settimana fa dal Parlamento siciliano consente la caccia del cinghiale nei Parchi e nelle Riserve naturali della Sicilia. In realtà, in queste aree protette la caccia al cinghiale va avanti dalla fine degli anni '90. Praticata a ‘umma ‘umma da politici, burocrati regionali e addetti ai boschi. Con un giro di affari niente male sfuggito ai controlli  

Cos’è successo in tutti questi anni sulle Madonie e, in generale, nei boschi della Sicilia dove i cinghiali vivono liberi? La domanda non è oziosa, perché in questa storia i conti continuano a non tornare. Stamattina, sulla sua pagina facebook, Aurelio Angelini, per anni leader dei Verdi dell’Isola, docente all’università di Palermo di Sociologia dell’ambiente e del territorio, si lascia andare ad uno sfogo: “Con la scusa dei cinghiali – scrive Angelini – libertà di caccia tutto l’anno nei Parchi, nelle Riserve e in tutti i territori. Più che una Regione speciale – precisa il docente universitario a proposito dell’Autonomia speciale della Sicilia – si tratta di una Regione criminale. Basterà affermare che una popolazione è in crescita – precisa Angelini a proposito dei cinghiali – per poter cacciare dappertutto e tutto l’anno. I capi abbattuti li troveremo al supermaket”.     

Il professore Angelini fa riferimento alla legge approvata nelle scorse settimane dal Parlamento siciliano (legge regionale n. 18 di quest’anno) pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale della Regione lo scorso 28 agosto: “Norme in materia di gestione del patrimonio faunistico allo stato di naturalità”. Legge che al comma 6 così recita: “I piani di cattura ovvero di abbattimento controllato predisposti dal soggetto gestore del Parco o dall’ente gestore della Riserva stabiliscono: la motivazione, la consistenza tendenziale della popolazione faunistica in sovrappopolamento, la quantità oggetto del piano di cattura o di abbattimento, le modalità di cattura ovvero di abbattimento, il periodo di svolgimento delle operazioni di cattura o di abbattimento, le finalità cui sono destinate le specie catturate o abbattute, anche a scopo di beneficenza o commerciale”. E ancora al comma 9 si legge: “Nelle aree del territorio della Regione diverse dalle aree protette, le disposizioni di cui alla presente legge sono demandate alle ripartizioni faunistico-venatorie competenti per territorio”. Commenta ancora Angelini: “Sarebbe stato sufficiente per il contenimento dei cinghiali prevedere la cattura mirata e la sterilizzazione farmacologica. Ma la stupidità criminale oggi è al potere”.   

Insomma, a giudicare dal post del professore Angelini, fino a prima di questa legge nelle aree protette della

Aurelio Angelini

Aurelio Angelini

Sicilia (Parchi e Riserve naturali, a cominciare dal Parco delle Madonie) i cinghiali non potevano essere cacciati. Da oggi in poi chi amministra Parchi e Riserve naturali potrà predisporre i piani di abbattimento controllato. Con la possibilità – grazie alla citata legge – di vendere la carne di cinghiale. Legge regionale che, lo ricordiamo, è stata approvata dopo che un uomo, dalle parti di Cefalù, è stato ammazzato dai cinghiali.

Fin qui la verità ufficiale. Accanto a questa c’è un’altra versione di tutta questa storia che in tanti conoscono – soprattutto tra burocrati regionali, politici e personale che ha operato e opera nei boschi siciliani – ma che nessuno sembra disponibile a raccontare. Noi siamo riusciti a raccogliere, qua e là, qualche frammento di una vicenda che – ribadiamo – in tanti conoscono, anche se preferiscono non esporsi nel raccontarla. E’ una storia che inizia a metà anni ’80 (o forse, addirittura, qualche anno prima), quando il personale che opera nei boschi dell’Isola introduce il cinghiale in Sicilia. Vicenda per metà bene o male conosciuta e, per l’altra metà, un po’ misteriosa.

Cominciamo con la parte conosciuta. Stando alle notizie in nostro possesso, in Sicilia vengono introdotti cinghiali toscani e cinghiali ungheresi (anche se non possono essere escluse introduzioni di altre razze). Ricordiamo che l’introduzione di specie animali non presenti in una Regione è vietata dalla legge. A meno che non se ne occupino le autorità preposte. Ma non è il caso dei cinghiali in Sicilia. Sono in pochi, in quegli anni, ad occuparsi del ritorno di questi animali. Chi scrive ricorda che, già alla fine degli anni ’80, si vociferava di schiticchi (traduzione: grandi mangiate), sulle Madonie a base di carne di cinghiale. Allora – così almeno si raccontava – i cinghiali venivano tenuti in particolari recinti.

Sempre in quegli anni in alcune aree della Sicilia (sempre sulle Madonie e nel bosco della Ficuzza)

daini

Un’immagine dei daini, specie reintrodotta in Sicilia

venivano reintrodotti i daini, specie che era stata presente nella nostra Isola per circa dodici secoli e che si era estinta nel diciannovesimo Secolo. Va sottolineato che sia l’introduzione dei cinghiali (in questo caso sembra più corretto parlare di introduzione, perché quelli presenti prima erano diversi dai cinghiali toscani e ungheresi), sia la reintroduzione dei daini, come già sottolineato, è avvenuta contro le norme di legge.

La versione ufficiale – tra la fine degli anni ’80 e la prima metà degli anni ’90 – era che sia i cinghiali, sia i daini venivano tenuti dentro i recinti. Sembra che il punto di snodo di questa storia – e qui stiamo iniziando a raccontare la parte misteriosa di questa vicenda – sia rappresentato dal 1996 o, forse, dal 1997. Quando, per motivi poco chiari (ma di chiaro, in questa storia non c’è molto), i cinghiali scappano. E, a quanto si racconta, si incrociano con il Suino delle Madonie, una razza autoctona di queste contrade, diversa dal Suino Nero dei Nebrodi.

Qui ci lasciamo guidare da un vecchio politico madonita che preferisce non comparire per evitare camurrie (traduzione: fastidi). Il Suino Nero dei Nebrodi, ci spiega, è nero e allungato. Mentre il Suino delle Madonie è sempre nero, un po’ meno allungato e presenta una fascia bianca al garrese molto visibile. Ci sarebbero altri particolari che vi risparmiamo. Quello che è importante ricordare in questa ricostruzione è che un allevamento di Suini madoniti era presente a Isnello. Qui, a quanto pare, e precisamente dalle parti di Piano Zucchi, sarebbe avvenuto il ‘danno’.

Il ‘danno’, chiamiamolo così, sarebbe il frutto di una coincidenza astrale. Nell’autunno del 1997 i Suini madoniti si trovavano al pascolo tra lecci e querce, per godersi le ghiande. Giusto in quei giorni l’allevatore-proprietario di questi Suini madoniti passa a miglior vita. E a Piano Zucchi si presentano i cinghiali ungheresi, bestioni di tre-quattro quintali. A questo punto sarebbe andato in scena una sorta di ratto delle Sabine-suine (o delle suine-Sabine: fate voi). Con i cinghialoni ungheresi maschi che si sarebbero accalappiati le suine femmine delle Madonie. A differenza dei romani – che almeno ufficialmente avrebbero rapito solo vergini – i cinghialoni ungheresi avrebbero un po’ calcato la zampa e il muso, prendendosi tutte le maiale madonite, schette e maritate (traduzione: vergini e non) ammazzando i maschi. Tutto senza controllo perché, così si racconta, l’allevatore dei Suini madoniti, quando si consumava il ‘ratto’, non era più di questo mondo.

Si racconta sempre che le maiale madonite non si sarebbero sentire molto ‘vedove’, anche perché i cinghialoni ungheresi sarebbero ben ‘attrezzati’… Sarà per questo che le cucciolate di suini, da tre o quattro, si sarebbero triplicate? Qui forse la parola andrebbe data a uno zoologo o a un genetista. Fatto sta che, da allora, i cinghiali, o gli ibridi tra cinghiali ungheresi e Siuni delle Madonie si sono moltiplicati. Con dieci-dodici suinetti a colpo… Alla grande, insomma.

La cosa, comunque, non deve aver dato molto fastidio. Qui entriamo nella parte ancora più misteriosa di questa storia. Nel 1997 il Parlamento siciliano approva la legge n. 33. E’ il provvedimento legislativo che introduce il divieto di caccia nelle aree protette della nostra Isola. All’affacciata – come si usa dire dalla nostra parti – cioè per quello che appare, è una legge moderna, civile, rispettosa delle aree protette. Nei fatti – secondo le testimonianze raccolte qua e là – si tratta invece di una mezza istituzione di riserve di caccia per addetti ai boschi, politici e burocrati regionali. Alla fine, così si racconta, nelle aree protette non si poteva cacciare. Ma la caccia avveniva lo stesso. Sottobanco. Per il divertimento di pochi.

E’ interessante osservare, sempre per grandi linee, il periodo che va dal 1998 fino all’incidente di Cefalù, avvenuto, come già accennato, qualche settimana addietro. In questi anni è successo un po’ di tutto. A fine anni ’90, la notizia che le Madonie erano diventate la ‘mecca’ dei cinghiali (e dei cinghiali incrociati con il Suino delle Madonie) si diffonde in tutta l’Isola. Si racconta che erano in tanti che contattavano i protagonisti di questa avventura cinghial-suin-madonita. Dall’Agrigentino, dall’Ennese, dal Messinese, dal Ragusano, dal Siracusavano arrivavano telefonate con richieste di inserimenti di cinghiali. Il tutto, ovviamente, in barba alla legge. Del resto, siamo in Sicilia, no?  

A noi, in effetti, a fine anni ’90, il cinghiale risulta presente, allo stato brado, nel bosco che divide Palazzo Adriano da Burgio, al confine tra la provincia di Palermo e la provincia di Agrigento. Ma si parlava anche di cinghiali presenti nel bosco della Ficuzza e in altre aree della Sicilia: per esempio sul monte Cammarata, sempre nell’Agrigentino, nel Messinese, nel Siracusano, nel Ragusano, nell’Ennese e in qualche area dell’Etna (qualcuno, addirittura, avrebbe avvistato cinghiali sul monte Pellegrino di Palermo e nella Riserva di capo Gallo, sempre nel capoluogo dell’Isola). Si racconta anche che gli abitanti di alcune isole degli arcipelaghi siciliani ‘inoltravano’ richiesta di introduzione – rigorosamente abusiva – di cinghiali.  

Riverse di caccia al cinghiale a ‘umma ‘umma in tutta la Sicilia, comprese alcune isole, magari Pantelleria cacciae Marettimo, per citarne solo due? E chi lo sa. Di sicuro c’è che, dagli anni ’90 ad oggi, nella nostra Isola, la carne di cinghiale è presente. Se negli anni ’80 se ne parlava solo come prelibatezza nei già citati schiticchi madoniti, con il passare degli anni, in tanti ristoranti e trattorie siciliane il cinghiale e i suoi derivati non sono proprio sconosciuti. Anzi.

Insomma, dalla fine degli anni ’90 ai nostri giorni quello che è successo in Sicilia con i cinghiali lo sa solo Nostro Signore Iddio (e ovviamente i politici che amano caccia e schiticchi, i dirigenti regionali e gli addetti ai boschi). Si racconta – ma sono voci – di un vero e proprio commercio clandestino di carne di cinghiale (che al dettaglio, oggi, si vende intorno a 14 euro al chilogrammo). E si racconta, anche, di salumifici a patti ‘ri casa (cioè privati e naturalmente fuori legge). Vero? Falso? Vattelappesca!

Fatto sta che altri due elementi si aggiungono a questa storia. In questo caso si tratta di fatti visibili. Il primo elemento è il numero degli incidenti di caccia avvenuti in questi anni. Vicende, forse, che andrebbero rilette con maggiore attenzione. Insomma, per dirla tutta, forse i cacciatori di frodo potrebbero non avere avuto, da parte delle autorità competenti, quell’attenzione che, invece, avrebbero meritato.

Il secondo elemento è legato alla proliferazione dei cinghiali. Perché, piaccia o no, i cinghiali, in Sicilia, sono aumentati a dismisura. E sono diventati un problema. Per esempio, in alcuni paesi delle Madonie, dove la gente (come ci ha raccontato qui l’ex sindaco di Castelbuono, Mario Cicero), “vive sopra i tetti con i cinghiali sotto i letti”.

Ma oggi, come si legge in tanti giornali, l’emergenza-cinghiali è in tante aree della Sicilia (e in tante altre Regioni italiane). Da qui la legge regionale che il buon Angelini contesta. Anche se la caccia al cinghiale nelle aree protette della nostra Isola (e in alcune isole dei nostri arcipelaghi) è aperta da tanti anni nel silenzio generale…

Ultima notazione. Con la già citata nuova legge regionale si potrà cacciare nelle aree protette. Ma dobbiamo ricordare che, negli anni passati, non sono mancate richieste di risarcimenti ai gestori di Parchi e Riserve della Sicilia da parte di agricoltori che lamentavano la distruzione dei propri raccolti. Evidentemente, chi esercitava la caccia al cinghiale – per esempio nel Parco delle Madonie – non eliminava il problema alla radice. Perché i danni i cinghiali li provocavano lo stesso. Sarebbe interessante ricostruire quanto sono costati i risarcimenti dei danni pagati ai produttori siciliani che operano nelle aree protette. A cominciare dal Parco delle Madonie. Chissà che numeri verrebbero fuori…       

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