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La legge-bavaglio non esiste. E’ solo business

Immagine ripresa da www.lachiavedisophia.com

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E’ sempre più evidente che in Italia il processo penale è un pretesto, come la ricerca della verità, il controllo democratico, e la formazione del pensiero critico nei cittadini. Bisogna soffermarsi sul modello di business, che tante ciarle nascondono e profittevolmente alimentano. Chi si intesta la difesa della Giustizia e del pensiero libero non è mai diventato un business man, come i suddetti personaggi senza autore 

Il Parlamento ha approvato una Legge-delega in materia processual-penale. Nella pressocchè scontata irrilevanza degli altri temi, l’interesse prevalente si registra sulle intercettazioni, telefoniche o d’altra specie. Giacchè, da Mani Pulite in poi, il processo penale è solo un palcoscenico, più o meno macchiato di sangue. Su cui imbastire, con cadenza quasi quotidiana, il sabbah feroce e manigoldo a cui si è ridotta l’azione e la discussione politica. Perciò, il processo penale propriamente detto non se lo fila nessuno.

Invece la materia delle intercettazioni è incandescente. E’ una Legge-delega: cioè una sorta libretto d’istruzioni che, in astratto ricco di nozioni e illustrazioni per arrivare dritti allo scopo, in concreto poi lascia vaste possibilità di adattamento, secondo ciò che l’estro, la duttilità e la sensatezza di chi le legge e interpreta, volta a volta suggeriscono. Vale a dire che il cammino è ancora lungo.

Però, molti si sono già portati avanti col lavoro.

Le predette istruzioni sembrano però ruotare intorno ad un nucleo fondamentale: le intercettazioni sono un mezzo di ricerca della prova, cioè sono uno strumento di indagine. A certe condizioni, possono anche diventare prove nel processo. Se si forma “materiale intercettato” che non presenta interesse per il processo, vanno eliminate, perchè esse intercettazioni solo a quello sono destinate.

Alla faccia del principio. Come dire, non sono razzista, stringo la mano anche ai negri. E ovvio, no? Nemmeno per sogno, in Italia.

Perchè in Italia le intercettazioni sono diventate un asset dell’industria editoriale. E anche di quella sua recente evoluzione, che è la politica dei capocomici e degli assemblatori clandestini di parole.

Costoro, sempre prodighi di efficaci cartelloni, hanno presentato la stagione autunno-inverno sotto il titolo di legge-bavaglio. Lo spettacolino è così congegnato: noi impersoniamo il ruolo dei coraggiosi che, sparuti ed esangui, con la sola fionda della nostra onestà e dirittura morale ci votiamo alla verità. La verità è che tutti, dicasi, tutti, tranne noi, sono una manica di mascalzoni e delinquenti a (purtroppo) a piede libero. Per tutti, s’intende, in primo luogo, Deputati e Senatori della Repubblica, tutti; membri del Governo, tutti; alti e medi funzionari della Pubblica Amministrazione, tutti. Magistrati, nessuno. Anzi no, ci sono anche lì pochissimi mascalzoni, quelli che ogni tanto assolvono, e, in via del tutto eccezionale, se l’accusato è un amico, anche quelli che chiedono una condanna o la infliggono (perchè qui siamo solo un pugno di amici contro l’universo mondo, e ci dobbiamo dare una mano, oh!).

Stabiliti i ruoli, comincia il business. Cioè, lo spettacolo. Ma non dovete pensare solo ai biglietti, ai teatri: quelli sono richiami del brand, servono a ribadire la presenza sul mercato.

Bisogna pensare alla filiera: agenti letterari, che curano le edizioni dei libri (talvolta con allegato DVD) sui mascalzoni e negoziano il prezzo di copertina e la loro giusta mercede; case o casette di produzione, che si intestano rigidissimamente i diritti d’autore, cuciti sulle pelle dell’eroe-star come un tatuaggio che gli incarna ogni euro, dovunque decida di esibire le sue virtù civiche, e perinde ac cadaver.

Gad Lerner, ha lasciato Repubblica, testuale, per “il fatto di non vedersi riconoscere dalla casa editrice compensi adeguati alle prestazioni professionali”. Fabio Fazio, gran presentatore di libri onesti, che nel 2013 venne richiesto di commentare il suo emolumento di due milioni di euro l’anno, rispose “faccio guadagnare l’azienda”. Roberto Saviano, impegnato in questi giorni sulla marginale questione dei plagi, precisa che non scrive saggi, nè il suo è giornalismo, ma è un’altra cosa ,senza ovviamente nemmeno accennare a chiarire il mistero; e  proseguendo col suo “solo lo 0,9%” di pagine copiate (lui dice: “in effetti c’è somiglianza”), sta a significare che la questione è contabile, e, in effetti, quella è una quota minima; perciò i soldi se li è guadagnati, al massimo una transazioncina e tutto s’aggiusta. Per dire.

E non parliamo di Beppe Grillo che, come un ottimo cumenda, ha sempre rivendicato i suoi cospicui redditi. E nemmeno di Marco Travaglio. Ieri, il giornale che dirige, è uscito con 21, dico, 21, articoli sulla legge-bavaglio. E si capisce.

Sia chiaro, qui il problema non sono i soldi in sè: ma il come.

Il bavaglio non c’è mai entrato, per girarsi fino al torcicollo verso il Romano Prodi consulente di Nazarbayev, il dittatore Kazako il cui paese, fra l’altro, è fra i maggiori produttori di oppio, cruciale crocevia nel traffico internazionale di armi, famoso anche per la rendintion “strana” di Alma Shalabayeva (e che si consiglia, a uno così?).

Il bavaglio non c’entra, se si è dovuto attendere un’iniziativa di Giuseppe D’Avanzo (buonanima) per spiegare, dopo cinque anni, che, in Sicilia, uno può anche soggiornare in vacanza con un divulgatore infedele di notizie riservate d’interesse mafioso, e non saperlo; e magari per partecipare a tutti la propria incolpevole esperienza, e le proprie sofferte meditazioni sulle accuse da accostamento, che talvolta (ma sola talvolta) si mossero qua e là. 

Il bavaglio non c’entra, se si decide di insabbiare la storiaccia della telefonata-non telefonata di Crocetta sull’ex assessore Borsellino, perchè se dobbiamo difendere la Procura, indeboliamo la vendite, e se blindiamo le quote di mercato, rischiamo di perdere un fornitore. Nèh? 

Il bavaglio non c’entra, se costoro decidono di affondare la copertura sulla pentola dei beni sequestrati e confiscati ai mafiosi, scoppiata a Palermo o, al più, canalizzandone la percezione (a questo servono i monopoli e gli oligopoli) come una questione di compensi esagerati, quando sotto sono svaniti centinaia di milioni di euro. E via così.

La colpa inemendabile di questi venditori è che non vendono automobili, più o meno inquinate. Vendono parole false sulla Giustizia: che è l’espressione più alta e, insieme, più preziosa del vivere civile. Frammischiare un interesse proprio ad ogni discorso sulla Giustizia non è inquinante: è velenoso. Ed è del tutto ovvio che vantarsi delle tasse pagate sul lenocinio, non solo non attenua la colpa, ma semmai ne pone una a carico di uno Stato che si rifugia nel pecunia non olet. 

Perciò impedire l’uso di intercettazioni, che non siano mezzo di ricerca della prova in un’indagine, è il meno del meno. Quello che viene presentato come bavaglio, dati gli interessi in gioco sta, rispetto alla Giustizia e alla diffusione del pensiero critico, come il manganello e l’olio di ricino rispetto alla vita democratica.

Chi si intesta la difesa della Giustizia e del pensiero libero non è mai diventato un business man, come i suddetti personaggi senza autore: è morto in galera. Come Socrate, come Gramsci, o in galera a lungo si è consumato, come Tommaso Campanella o Nelson Mandela. 

Si parva licet (e scusate il latino).  

 

   

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