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Dietro le dimissioni di Marino il ritorno della partitocrazia

Quando un primo cittadino - il caso del sindaco di Roma, Ignazio Marino, è solo un esempio - diventa un pericolo per le oligarchia dei partiti, scattano immediatamente le contromosse per ‘normalizzare’ la situazione. Chi oggi controlla i partiti politici tradizionali cerca personalità di scarso peso che non possano fargli 'ombra'  

Le dimissioni-deposizione di Ignazio Marino a sindaco di Roma a 22 anni dall’introduzione dell’elezione diretta dei sindaci pone il problema di cosa sia divenuto quel metodo nato per rendere meno pervasa dall’influenza dei partiti la nostra democrazia. Volevamo somigliare agli anglosassoni, agli Stati Uniti d’America e oscilliamo tra Putin e lo chavismo. La stagione dei sindaci autorevoli si avvia a scomparire. Pericolosi concorrenti delle oligarchie, variabile non controllabile che scavalca, provenendo, dal basso le liturgie di ogni apparato consolidato, le elezioni comunali e regionali procedono al gran galoppo in direzione di una ferrea normalizzazione.

Se domandate al cittadino comune chi sono gli assessori della sua città o regione, è facile che risponda con uno sguardo smarrito. La velocità nell’avvicendamento, unito alla evanescenza dei personaggi fa il resto. Quando per avventura o per caso un uomo o una donna di carattere ricoprono questi incarichi, spesso sono costretti a dimettersi o sono dimessi. Potenziali concorrenti sono banditi prima che possano trasformare i vagiti della notorietà in una base per ambiziose avventure.

La corsa degli apparati e dei leader di destra e di sinistra non è alla ricerca della candidatura migliore, ma di quella più obbediente, e siccome la ribalta ha delle regole sarà obbediente ma nota, fedele ma di prestigio, un bel curriculum che non potrà mai transitare nel ruolo di sfidante del leader.

Piattaforme di lancio come la carica di sindaco di una grande città devono essere affidate a personaggi che non amano i voli, ma l’adulazione. E per evitare che il futuro riservi sorprese e che dalle periferie la supponenza dei loro epigoni consenta l’emergere di pericolosi outsider, ecco che si cambiano le regole. Nell’America che a parole tanto amiamo il leader, già delimitato dai ferrei limiti del mandato, non può permettersi di modificare le regole, gli anticorpi dell’informazione e un’opinione pubblica non cloroformizzata si frappongono a qualsiasi progetto.

Ma in Italia preferiamo proclamarci i nuovi Kennedy e comportarci come Putin. Il presidente russo, accortosi che le repubbliche della Federazione  stavano mandando ai loro vertici di governo orgogliosi leader dal forte carattere, non trovò di meglio che abolire l’elezione diretta e, in perfetta continuità zarista, designare dall’alto i governatori. E visto che compiuto il golpe utilizzando i meccanismi della democrazia bisogna evitare di perdere il potere così agevolmente conquistato, occorre bruciare quei ponti e ristabilire una gerarchia del comando che impedisca sgradite sorprese. Debellare in culla le potenziali leadership alternative è divenuta una delle occupazioni predilette dal centrosinistra e dal centrodestra.

Il Marino così buono e prevedibile delle primarie nazionali del PD di qualche anno fa era l’uomo perfetto per non avere problemi e assicurarsi che la poltrona di sindaco non divenisse, come nel caso di Rutelli e Veltroni, pretesa per la guida del partito e la sfida per il governo del Paese. Poi, certo, anche il più docile degli uomini o delle donne, investito di grandi responsabilità, può incubare il germe dell’indipendenza e creare problemi, ma resta valida la regola. Una regola che, in perfetto stile italico, assicura agli elettori formale libertà di scelta, ma solo tra concorrenti addomesticati.

L’elastico dell’espansione dei diritti e della loro compressione è nella fase di ritrazione. A un ventennio berlusconiano rischiano di succedere venti anni con forti similitudini. Mentre l’Italia declina, i privilegi crescono e si consolidano. La classe nobile italiana (alte burocrazie ministeriali, gli alti gradi di ogni branca dell’amministrazione dello Stato e del parastato, cui si associano in strana simmetria anche i vertici dei grandi sindacati) possono dormire placidi e rassicuranti sonni. Anche stavolta il leader in carica eletto per cambiare cerca solo di durare.

 

 

 

 

 

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