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Clinton e Bengasi: The show must go on!

I quattro anni di indagini sulla tragedia di Bengasi e le undici ore di interrogatorio alle quali la Commissione d'Inchiesta della Camera ha sottoposto Hillary Clinton, non hanno aggiunto molto all'indagine sulle circostanze della morte di quattro cittadini americani nella città libica. Ma la mancanza di prove di colpevolezza, non significa che questo pseudo-scandalo sia giunto finalmente alla fine

La Commissione d'Inchiesta della Camera che, da quattro anni, cerca di fare luce sull'attacco alla missione diplomatica americana di Bengasi e che giovedì scorso ha sottoposto Hillary Clinton ad un interrogatorio durato ben undici ore, non ha presentato alcun nuovo elemento all'opinione pubblica che contribuisca a spiegare le circostanze della tragedia avvenuta il 12 settembre 2012 nella città libica e culminata con la morte di quattro americani, tra cui l'Inviato Speciale del Dipartimento di Stato, l'ambasciatore Christopher Stevens.

Per essere precisi, affermare che da quattro anni la Commissione stia cercando di "far luce" sui fatti di Bengasi non è una dichiarazione particolarmente accurata perché, a questo punto, è chiaro a tutti coloro che siano dotati di un minimo di attività cerebrale che questa "inchiesta", istigata dal Partito Repubblicano, sia in realtà motivata principalmente dal tentativo di screditare agli occhi dell'opinione pubblica l'allora Segretario di Stato Hillary Clinton e attuale candidato alla carica presidenziale per il Partito Democratico.

Le undici ore dell'udienza di giovedì sono da considerare non tanto un tentativo di indagine quanto piuttosto una "meta-indagine"; una rappresentazione teatrale ad uso e consumo dell'elettorato. Se da una parte infatti lo scopo dichiarato dell'avvenimento era quello di far luce sui tragici fatti di Bengasi, l'intero cast della "recita intitolata 'Bengasi'" che da quattro lunghi anni si trascina sul palcoscenico della politica americana, ha agito rivolgendosi ad un pubblico ben preciso.

Molti dei deputati repubblicani membri della Commissione infatti dovranno sottoporsi di qui a breve ad una nuova campagna elettorale durante la quale, prevedibilmente, dovranno difendere le loro chance di rielezione nei rispettivi distretti, dagli attacchi della corrente più conservatrice del loro partito. Niente di meglio dunque dell'allestimento di uno "spettacolo" di alto profilo mediatico in cui questi stessi politici possano apparire in TV nella veste di inflessibili castigatori di uno dei personaggi più detestati dal popolo conservatore nonché favorita nella corsa alla Casa Bianca.

Ma anche la Clinton, scritturata suo malgrado in questa tragicommedia, ha badato più alla forma che alla sostanza della sua deposizione cercando prima di tutto mantenere un contegno equilibrato e presidenziale per non compromettere la sua immagine pubblica con l'elettorato e, alla fine, sembra essere riuscita nel suo intento.

Che gli scopi di questa Commissione parlamentare abbiano a che fare per lo più con la faziosità politica dei suoi membri piuttosto che con un genuino interesse a far luce sull'accaduto, è dimostrato dal fatto che, nel corso di questi ultimi quattro anni, le circostanze dell'incidente di Bengasi sono state analizzate in maniera esaustiva da ben nove inchieste condotte da altrettanti gruppi e che hanno finito con l'escludere ogni responsabilità colposa da parte del Dipartimento di Stato o della Casa Bianca.

Se poi dovessero servire ulteriori conferme, vale la pena ricordare che ben due esponenti repubblicani: Richard Hanna e Mike McCarthy, hanno ammesso pubblicamente che il vero scopo di questa Commissione d'Inchiesta è quello di danneggiare politicamente le prospettive presidenziali della ex First Lady piuttosto che stabilire che cosa sia veramente accaduto quel giorno in Libia. 

Ma, malgrado tutto questo, il fatto che il Partito Repubblicano insista nel mantenere in animazione sospesa lo spettro, anzi, lo zombie di Bengasi, non deve sorprendere più di tanto. Infatti è una scelta politica legittima, sebbene in un'ottica meschinamente propagandistica.

E' mia opinione infatti che la differenza tra conservatori e progressisti al giorno d'oggi in America, non consista semplicemente nella difformità di idee specifiche sul ruolo del governo o sulla giusta entità della pressione fiscale o sulle circostanze in cui un aborto è considerato accettabile.

Quella tra i due lati della barricata ideologica americana è, prima di tutto, una differenza di percezione della realtà che ha a che fare con una diversa predisposizione psicologica che, per intenderci, personalmente non considero né inferiore né "difettosa" ma semplicemente diversa.

I progressisti tendono ad analizzare la realtà in maniera induttiva; dal basso verso l'alto vale a dire guardando all'evidenza empirica dei fatti e giungendo a conclusioni generali sulla base di questi indizi evidenziali. Dal momento quindi che i fatti intorno a noi cambiano in continuazione, la psicologia progressista tende ad avere una maggiore "flessibilità" e a seguire più efficacemente questa articolazione del reale nei suoi dettagli e nelle sue sfumature.

I conservatori invece tendono a guardare alla realtà in maniera deduttiva, dall'alto verso il basso partendo cioè da assunzioni preconcette ed interpretando i fatti in base a questi principi prestabiliti.

Ecco perché alcuni ambienti professionali (come quello accademico) che tendono ad enfatizzare le doti analitiche, sono tradizionalmente dei "focolai" del pensiero progressista.

Similmente, i partiti conservatori, in America e altrove, tendono ad identificare il loro bacino elettorale in quegli ambienti più "dogmatici" come quello religioso o militare.

In virtù di questa fondamentale caratteristica psicologica del proprio elettorato, per il Partito Repubblicano continuare a battere sul chiodo della tragedia di Bengasi costituisce una strategia politica perfettamente sensata perché, a dispetto della totale mancanza di qualsiasi evidenza di colpevolezza da parte di Hillary Clinton e Barack Obama, i leader del GOP sanno bene che, quando si tratta di influenzare le opinioni del proprio elettorato, la realtà e l'evidenza dei fatti hanno un valore del tutto relativo.

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