Cerca

PoliticaPolitica

Gli effetti delle stragi di Parigi sulla corsa alla Casa Bianca

Le recenti stragi di Parigi ad opera dei terroristi dell'ISIS stanno sortendo il loro prevedibile effetto anche sulle elezioni primarie per le presidenziali americane del 2016 e anche le risposte dei candidati che si contendono l'accesso alla Casa Bianca, sono stati, in un modo o nell'altro, prevedibili

Ogni attentato alla pubblica sicurezza, soprattutto se di una certa gravità, provoca automaticamente uno slittamento "a destra" del baricentro politico dell'opinione pubblica. E' accaduto con gli attentati di 9/11, con l'epidemia di Ebola dell'autunno scorso  e si sta verificando ora puntuale dopo i recenti attentati di Parigi.

Gli effetti di questa comprensibile "reazione pavloviana" ad episodi di indiscriminata violenza, si stanno facendo sentire anche nelle primarie della campagna elettorale americana, provocando qualche sommovimento nelle preferenze di voto dell'elettorato sia in ambito repubblicano che democratico.

Non è un mistero che, in presenza di pericoli per la sicurezza nazionale e per l'ordine pubblico, la gente tende a preferire candidati la cui esperienza e la cui personalità ispirino un senso di fiducia. In relazione a questo, i risultati degli ultimi sondaggi che riguardano i vari contendenti alla nomina del GOP sono interessanti nella loro apparente contraddittorietà.

Finora, il popolo conservatore ha sconvolto i piani dei vertici del Partito Repubblicano esprimendo una netta preferenza per due candidati, Donald Trump e Ben Carson, esterni ai tradizionali circoli politici di Washington anzi, identificando in questa estraneità alla politica proprio una delle loro virtù principali. I candidati più tradizionali invece, primo su tutti Jeb Bush ma, in una certa misura anche il suo "con-floridiano" Marco Rubio, stentano a farsi largo in un partito come quello repubblicano che negli ultimi anni ha visto un graduale spostamento di influenza dalle mani della destra economica a quelle della destra sociale, fino a giungere alla situazione attuale in cui la corrente prevalente sembra essere quella "psichiatrica".

L'ascesa di due candidati come Trump e Carson infatti rappresenta una peculiare miscela di inesperienza politica e stravaganza caratteriale che, nel caso di Donald Trump, si esprime in una conveniente vaghezza programmatica, mascherata dalla sua nota megalomania e rifilata all'elettorato grazie a doti da piazzista che farebbero invidia anche a Silvio Berlusconi. Nel caso di Ben Carson, invece il suo picco di popolarità nelle preferenze di voto ha coinciso con una raffica di dichiarazioni di una follia tale da apparire stupefacenti persino per l'attuale schieramento repubblicano prima di essere ridimensionato dalle più recenti esternazioni sulle piramidi egiziane e dalla storia della presunta borsa di studio all'accademia militare di West Point.

Come tutti gli episodi di terrorismo gli attentati di Parigi costituiscono, dal punto di vista dell'opportunismo politico, una manna dal cielo per tutte le "destre" del mondo sempre pronte a speculare e ad alimentare le paure della gente, fondate o meno che siano e questo è particolarmente vero in un paese come gli Stati Uniti. Donald Trump comprende alla perfezione questo aspetto fondamentale della cultura conservatrice e riesce a manipolarla efficacemente grazie alla sua scaltrezza "ibrida" di uomo d'affari e di uomo di spettacolo.

Malgrado la relazione diretta tra la percezione di pericolo da parte dell'opinione pubblica e le sue preferenze per candidati esperti ed affidabili, Trump e Carson continuano a restare in testa ai sondaggi delle primarie repubblicane a dispetto della loro completa inesperienza politica e della sconcertante vaghezza dei loro programmi perché il popolo conservatore tende a confondere la bellicosità dei pronunciamenti retorici con la lucidità e la decisione dell'azione politica. Non solo, ma gli indici di gradimento tendono ad aumentare quanto più questi pronunciamenti diventano estremi e oltraggiosi. Dalla costruzione di muri ai confini, alla schedatura forzata di tutti i musulmani, fino al rifiuto di accettare i bambini orfani di religione islamica, nella psicologia repubblicana l'irrazionalità non è percepita come un handicap ma come una virtù.

In ambito democratico, i fatti di Parigi sembrerebbero giocare a favore di Hillary Clinton. La ex-First Lady infatti ha dalla sua, un notevole vantaggio di esperienza internazionale basato sul suo incarico di Segretario di Stato nell'amministrazione Obama. Un vantaggio apparso ancora più evidente nel corso dell'ultimo dibattito televisivo tra candidati democratici avvenuto proprio il giorno seguente agli attentati di Parigi. All'inizio del dibattito, tutti e tre i contendenti hanno prevedibilmente iniziato i loro interventi con parole di cordoglio per le vittime e di condanna per i responsabili ma quella di Bernie Sanders è stata solo una breve introduzione sull'argomento che è sembrata puramente di circostanza prima che il senatore del Vermont ritornasse, di gran carriera, al suo argomento preferito delle disparità sociali in America, un tema sicuramente importante ma inopportuno in un segmento di tempo che era stato chiaramente assegnato alle stragi francesi.

Questo episodio non solo ha avuto l'effetto di porre in rilievo la mancanza di esperienza internazionale dei due rivali della Clinton ma ha anche proiettato un'immagine di Bernie Sanders come di un candidato quasi "monotematico", poco interessato allo scacchiere internazionale e preoccupato solo dalle questioni socio-economiche interne degli Stati Uniti.

Il vantaggio che l'argomento terrorismo rappresenta per Hillary Clinton è stato ulteriormente enfatizzato dal suo discorso della scorsa settimana al Council of Foreign Relations di New York dove la candidata ha delineato una precisa e dettagliata strategia per contrastare lo Stato Islamico che è stata commentata con favore persino da alcuni tra gli opinionisti conservatori piu equilibrati e che sembra essere più articolato delle generiche promesse di bombardamenti a tappeto provenienti dallo schieramento repubblicano.

Ma se l'immagine della Clinton ha ricevuto una spinta positiva dalle sue credenziali internazionali, durante il dibattito la ex First Lady è stata attaccata efficacemente dai suoi rivali in relazione ai suoi preoccupanti legami con Wall Street e con la grande finanza americana la quale, dopo aver portato l'economia americana e mondiale sull'orlo del disastro, continua ad esercitare un'influenza sproporzionata sul processo politico attraverso i suoi astronomici contributi elettorali. Su questo argomento, l'immagine pubblica di Hillary e Bernie e le preferenze di voto dell'elettorato di sinistra sono invertite con il senatore del Vermont a recitare (legittimamente…) la parte del paladino del ceto medio e medio-basso contro le ingerenze e lo strapotere dei ricchi.

Quale delle due narrative prevarrà alla fine? Se la tensione legata al terrorismo continuerà a far sentire i suoi effetti anche in futuro, Hillary Clinton ne trarrà un vantaggio considerevole sulla base della sua esperienza e del suo tradizionale ruolo di "falco" nelle dispute internazionali.

Se invece quello che ci aspetta, dopo la tragedia di Parigi, è un periodo di relativa tranquillità, Bernie Sanders avrà modo di far valere il suo impegno sociale contro una Clinton percepita come "pedina" dei grandi interessi finanziari.

La costante, in entrambi questi scenari, è costituita dal fatto che gli americani hanno la memoria corta.

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter