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Il governo Renzi vuole smantellare l’Autonomia siciliana calpestando la Costituzione italiana

Lo Statuto autonomistico siciliano, che anticipa di un anno e mezzo l’entrata in vigore della Costituzione italiana, fa parte della Carta costituzionale del nostro Paese. Il luogotenente del governo Renzi in Sicilia - l’assessore Baccei imposto al governo regionale - vorrebbe smantellare i due più importanti articoli finanziari dello Statuto siciliano ignorando le competenze del Parlamento dell’Isola e la stessa Costituzione 

Oggi parliamo di numeri, una cosa lunga e tecnica. Me ne scuso coi lettori, ma sto parlando delle tasche dei Siciliani. Se non vi interessa cambiate notizia, e parliamo di come vanno le squadre di calcio siciliane.

Le finanze siciliane sono oggi in piena emergenza, e non per spese dissennate, o per qualche cataclisma naturale. O meglio, il cataclisma si chiama Matteo Renzi-Rosario Crocetta, è bene chiamare le cose con il loro nome. Parliamo del capo del governo italiano e del presidente della Regione siciliana. Tutte le opposizioni, e persino settori della maggioranza, sono consapevoli dell’aberrazione in atto, al punto che chi non si è mai accorto dei furti dello Stato ora grida allo scandalo.

Da ultimo abbiamo sentito persino la voce del Presidente dell’ANCI Sicilia (qualche buontempone ora dirà che c’è un accordo sotterraneo tra me e Leoluca Orlando), di fronte al mancato gettito di un miliardo per effetto della transazione voluta da Crocetta nei confronti dello Stato. Abbiamo ascoltato qualche mese fa in radio l’assessore regionale all’Economia, Alessandro Baccei, il non siciliano voluto da Renzi alla guida sostanziale della nostra Regione, che si trattava di una questione di “poche centinaia” di milioni euro e non di 5 miliardi. Ora arriva la prima batosta di un miliardo. E nel frattempo i Comuni falliscono a catena. In pratica, Crocetta ha rinunciato al posto nostro a tutte le risorse della Regione tenendosi le spese. Ma non è stato lui direttamente. Lui ormai mette solo la firma a documenti preparati direttamente a Roma.

Siamo in piena emergenza e i collaborazionisti di sempre ora storcono il naso, e dicono “stiamo esagerando”, rendendosi conto dell’enormità della situazione. Ma non parliamo di loro oggi. L’unica nostra arma è l’informazione, per far recuperare ai Siciliani la consapevolezza dello stupro in atto.

Uno degli ultimi atti, già preannunciato dal vero presidente della Regione, Baccei naturalmente, è una delibera che trasforma la Sicilia in Regione a Statuto ordinario, lasciandole però le funzioni trasferite dallo Stato. In pratica, il governo regionale di Crocetta propone di costruire una corda, di attaccarla agli attributi di tutti i Siciliani, e di affidare il guinzaglio a Roma, che può tirarla a suo piacimento.

Stiamo parlando della delibera di Giunta n. 286 del 2015, che ora spiegheremo ai non specialisti di finanza pubblica. È una strana delibera, il cui reale contenuto è scritto in un allegato che sembrerebbe fatto dal solo assessore Baccei (e che pare dettato direttamente dal Ministero dell’Economia di Roma), mentre il corpo della delibera si limita a sintetizzare l’allegato, ad “apprezzarne” il contenuto, a calare la testa, e a sottoporlo a Roma, “come se” la proposta venisse da noi. In pratica, Roma dà una carta alla Sicilia e le dice: “Proponimi questo, che io accetto subito”.

Entriamo nel contenuto. Si parte dalla constatazione che, dall’inizio della legislatura, sono stati fatti “interventi” per recuperare un disavanzo strutturale di 3 miliardi di Euro. Fra questi interventi si parla di “incremento delle entrate”. Ma questa affermazione è falsa. Il Governo Crocetta, sin dal suo insediamento, non ha aumentato di un centesimo le entrate della Regione, ma ha solo fatto tagli, tagli per 3 miliardi l’anno, su un bilancio di ‘cassa’ di circa 15 miliardi. Di colpo la domanda interna pubblica è stata tagliata del 20% l’anno. Non credo che una tale intensità di rigore sia stata praticata in alcuna altra regione d’Italia (e infatti non siamo Italia).

Non una parola, nei “visto” e “considerato” sull’origine di questo disavanzo, derivante non da un eccesso di spesa, ma dalla slealtà sistematica dello Stato italiano. Da ultimo, per il bilancio 2016, il documento rivendica come “merito” un ulteriore taglio di 847 milioni, che sarebbero vanificati da un ulteriore “prelievo” (furto) dello Stato di 1,188 miliardi per il contributo al risanamento della finanza pubblica.

Nel complesso, viene identificato un disavanzo strutturale permanente di 1,4 miliardi l’anno. Questo dato è errato. È errato perché identifica come disavanzo la differenza tra le spese incomprimibili e le entrate “lasciate” dallo Stato. Cioè dà per acquisito e non contestato il fatto che lo Stato trattenga la maggior parte delle risorse regionale. La Regione dovrebbe acquisire quelle risorse nel proprio bilancio e sfidare lo Stato, attraverso la regionalizzazione dell’Agenzia delle Entrate, o – se lo Stato non la concede per slealtà, nonostante ci spetti per Statuto – anche attraverso l’ultimo strumento che le rimane: Riscossione Sicilia spa. Invece dà per scontato che il furto dello Stato sia legittimo e lamenta solo come, dopo tale furto, si resti scoperti di 1,4 miliardi.

Il “Considerato” di cui all’ultimo comma di pagina 3 appare in odore di palese illegittimità, laddove dice che “si rende indispensabile una soluzione strutturale, condivisa con il Governo centrale”. La soluzione strutturale non è attribuibile alle competenze della Giunta regionale, cioè al governo Crocetta, né a quelle del Consiglio dei Ministri. Essa è definita dalla Costituzione (Statuto, più norme dell’art. 119 Cost.) che attribuisce già risorse certe alla Regione e dispone che, in ogni caso, è compito dello Stato attribuire alle Regioni le risorse che servono allo svolgimento delle proprie funzioni. Nel caso di specie, queste norme vanno deliberate nella sede competente, che è la Commissione Paritetica, che invece rimane inoperosa. Compito della Regione può essere solo quello di deliberare una proposta di norma attuativa da sottoporre alla suddetta Commissione. Non può invece agire in modifica delle norme costituzionali (sostanzialmente si propone l’abolizione dell’art. 37 e lo stravolgimento dell’art. 36 dello Statuto). Questo tipo di interventi si può fare solo con legge costituzionale, passando dall’Assemblea, il cui parere è comunque indispensabile, e la cui consultazione preventiva, anche prima della Delibera di Giunta, del tutto opportuno, se non addirittura considerabile come un elemento degli usi costituzionali non derogabili dalla volontà unilaterale dell’esecutivo.

Anche il “concorso dello Stato” si esaurisce nella nomina dei componenti della Commissione, che sono legislatori a tutti gli effetti. Spetta al Capo dello Stato la firma dei relativi decreti, se ritenuti costituzionali, e basta. Può, tutt’al più, come la Regione, deliberare proposte di decreti, ma sempre dentro il dettato costituzionale.

In questo caso, invece, si invita il Consiglio dei Ministri a deliberare un impianto finanziario che “scardina” l’impianto statutario, al solo fine di agevolare la posizione dello Stato, senza passare da una riforma di rango costituzionale.

È ben vero che a un accordo tra Stato e Regione invita la citata sentenza della Corte Costituzionale n. 89 del 2005, ma quella sentenza si riferisce ad un accordo nelle sedi competenti, come è avvenuto nelle altre Regioni a Statuto speciale. È assurdo che laddove le altre Regioni italiane a Statuto speciale hanno chiuso la loro trattativa con una piena applicazione dei rispettivi Statuti, solo per la Sicilia questo debba tradursi in un’abrogazione dello Statuto.

Poi, sempre in questa delirante delibera, si parla di “continuare il percorso di risanamento avviato”. Ora, questo passaggio è incoerente con il complesso della delibera. Esso indica chiaramente che bisognerà procedere ad ulteriori tagli alla spesa. Ma in altre parti della delibera si dice che la spesa pubblica pro capite è più bassa della media italiana, e che il contributo al risanamento della finanza pubblica è più alto. Quindi, allo stato attuale, alla Sicilia può essere chiesto (ma dovremmo chiederlo noi cittadini, non lo Stato), solo una rimodulazione nella qualità, e non nella quantità della spesa, che semmai dovrebbe crescere, spese negli investimenti, per mettere la Sicilia alla pari con il resto dello Stato italiano.

Altra incongruenza della delibera è quella di riconoscere appena 1,3 miliardi di crediti nei confronti dello Stato.  Primo, perché si dice in maniera del tutto imprecisa che questi sarebbero maturati negli ultimi 10/15 anni (10 o 15? Sono orizzonti completamente diversi!). Secondo, perché la stima è incongruente con le stesse tabelle allegate alla delibera, che stimano il mancato gettito dei principali tributi per effetto dell’erosione a favore dello Stato (e cos’è questo, se non crediti verso lo Stato?), in non meno di 5 miliardi l’anno. Mi pare che, protraendosi certamente questa situazione da almeno quindici anni, il credito nei confronti dello Stato ammonterebbe alla cifra astronomica di 75 miliardi, e solo per gli ultimi 15 anni.

Il vero fatto è che, come si gira si gira, il prezzo che la Sicilia paga per far parte dell’Italia è semplicemente incalcolabile. E questo per quel che riguarda la “ridefinizione dei rapporti finanziari tra Stato e Regione”, l’unica parte della delibera sulla quale mi soffermo.

Nell’allegato alla delibera troviamo altre enormità. L’allegato, infatti, parla tranquillamente di “erosione” dei tributi spettanti alla Regione, senza far capire bene che questa erosione non è come l’erosione naturale dei fiumi, ma deriva da precisi atti legislativi dello Stato, illegittimi, in quanto espressamente in violazione dei decreti attuativi dello Statuto vigenti, anche nella loro interpretazione analogica, che costituiscono fonti del diritto sovraordinate. L’allegato, che devo presumere sia da attribuire direttamente a Baccei, dimentica platealmente che l’unica via d’uscita rispetto a questa erosione è quella dell’emanazione di norme attuative aggiornate sostitutive di quelle del 1965, in cui si attribuisca nuovamente, con termini aggiornati, alla Regione il totale del riscosso in Sicilia, tranne le eccezioni di cui al 2° comma del 36 dello Statuto.

Tra le altre falsità dell’allegato c’è quella in cui si parla dell’aumento della compartecipazione alle spese sanitarie dal 42,5 al 49,11 % “senza contropartita”. Non è vero che non è stata prevista contropartita: lo Stato doveva darci parte delle accise, ma ha violato la propria stessa norma, e non ci ha dato nulla, lasciando la norma priva di copertura finanziaria. Ma, sistematicamente, le responsabilità dello Stato sono abilmente occultate.

Tra le altre falsità dell’allegato c’è il pregiudizio contro il dettato dell’art. 37, stabilendo che il gettito sarebbe di difficile quantificazione e di inefficace riscossione, per le stesse norme inefficaci volute dal Governo Crocetta. Non è compito dell’assessore stabilire se una norma è “difficile” (quando agevola la Regione) o “facile” (quando agevola lo Stato), ma attuare la norma, e basta. Spetta alla Commissione paritetica, e non all’assessore, stabilire le norme attuative dell’art. 37, che attribuiscono alla Regione il gettito maturato in Sicilia e riscosso altrove. Gettito stimato in circa 4 miliardi l’anno, che risolverebbe alla radice ogni problema finanziario di Regione e Comuni siciliani.

Siamo ancora sicuri che un decreto in cui si dice che una parte della Costituzione è “di difficile attuazione” e quindi “si disapplica” sia legittimo? Non sono un avvocato, ma qualche dubbio ce l’ho. Ma il cuore dell’allegato contiene un dispositivo apertamente contrario alla Costituzione, ipocritamente coperto come “ritorno all’impianto originario dello Statuto”.

In pratica, si propone di attribuire alla Regione un gettito IRE (ex IRPEF) e IVA sulla base di stime di reddito e di consumo fatte a Roma. Cioè si fa passare la Sicilia da Regione a finanzia originaria a Regione a finanza derivata. La si trasforma in Regione a Statuto ordinario, senza modifica costituzionale, e però lasciandole sul groppone la totalità della spesa pubblica. Qui non mi straccio le vesti. Non è l’attribuzione totale della spesa, in particolare quella sanitaria, ciò che mi preoccupa, ma il mancato parallelo trasferimento dell’entrata pubblica, che è sancita in 9 secoli di storia finanziaria autonoma e a caratteri cubitali nello Statuto.

Logica vorrebbe che la Regione avesse strumenti e norme in grado di accertare e incassare, con i propri uffici, tutti i tributi che maturano in Sicilia il loro presupposto, non che viva di trasferimenti da parte dello Stato, trasferimenti che l’Eco di Bergamo ad ogni pie’ sospinto considererebbe rubati alla Lombardia.

La seconda parte della delibera (e dell’allegato) riguarda l’espansione dei margini di spesa nel patto di stabilità. Non mi pronuncio: il patto di stabilità, con il suo assurdo obbligo di spostare i pagamenti pur in presenza dei relativi fondi, è la peggiore idiozia che si sia mai potuta pensare in politica economica. Una delle tante idiozie di questa Unione Europea che nessuno ha il coraggio di mettere sotto accusa: un’Europa che ti multa se paghi i fornitori in ritardo, ma che ti multa se li paghi in regola perché sfori il patto di stabilità. No comment, almeno per oggi.

La terza parte della delibera (e dell’allegato) “chiede all’Agenzia delle Entrate di riattivare i flussi finanziari legati ai tributi devoluti”. Che vuol dire? Che l’Agenzia delle Entrate trattiene illegittimamente tali flussi? E che si fa? Una delibera che chiede all’Agenzia delle Entrate (e quindi allo Stato) di fare ciò che dovrebbero fare per legge? Ma stiamo scherzando?

Ricordo agli estensori del prezioso documento che l’Agenzia delle Entrate, come implicitamente richiamato dal secondo comma dell’art. 37 dello Statuto, e come è nella logica complessiva dello stesso, dovrebbe dipendere disciplinarmente del tutto dalla Regione, come del resto avviene a Bolzano e ad Aosta. L’Agenzia delle Entrate deve essere regionalizzata. Nel 1947 l’allora presidente della Regione, Giuseppe Alessi, non potendosi dotare in quattro e quattr’otto di un proprio apparato di uffici finanziari periferici stabilì un accordo con lo Stato di servirsi degli uffici statali. Attraverso una serie di norme successive, questo stato provvisorio è arrivato ai giorni nostri. È arrivato il momento o no di dare alla Sicilia quegli uffici finanziari che le spettano? Che senso ha “implorare” per decreto che l’Agenzia delle Entrate non trattenga indebitamente quote che spettano alla Regione?

La delibera  – come abbiamo detto – è di “apprezzamento” (ma che significa in termini giuridici?) della proposta predisposta sostanzialmente da Roma, e formalmente proveniente dall’assessorato all’Economia, da sottoporre al reale autore della stessa, cioè la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ma la Giunta ha il potere di proporre norme attuative sostanzialmente “sostitutive” e non “attuative” dello Statuto? Le norme di riforma costituzionale non hanno un percorso completamente diverso?

Non sono un avvocato, e forse i termini tecnici per un’impugnativa amministrativa non ci sono. Su questo vedremo. Ma è possibile modificare uno statuto speciale in questo modo. Penso già qualcuno che dirà che vivere di finanza derivata tutto sommato non sarà male. Ma questo qualcuno, a parte il fatto che consegna a Roma le chiavi di casa, dimentica il pregiudizio che circonda in Italia ogni centesimo speso in Sicilia.

Già questa delibera truffa, che per avere 1,4 miliardi nostri per chiudere il bilancio di un anno, rinuncia per sempre a tutte le nostre prerogative finanziarie, è vista male nel Lombardo-Veneto. I giornali locali già tuonano contro “l’ennesimo regalo alla Sicilia”. Quando saremo “finalmente” a finanza derivata, per accontentare l’elettore settentrionale non basterà che ci lascino in mutande. Dovremo letteralmente morire di fame, chiudere tutte le scuole, gli ospedali, i musei, tutto. La Sicilia sarà una landa desolata e invivibile più di oggi. Ma anche quei pochi spiccioli che lo Stato dovrà, per forza di cosa, spendere, saranno sempre visti come un furto dall’Italia.

Altro che “caduta di Crocetta”… Qui il problema è molto più grande.

Lanciamo quindi un concorso a premi: qual è la via più breve per l’indipendenza?

 

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