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Donald Trump e lo smog di Pechino

Donald Trump stava facendo propaganda elettorale sull’onda delle isteriche paure alimentate dal terrorismo, ma le reazioni alla sua proposta di non far entrare immigrati musulmani negli USA rivelano quale sia la priorità del sistema liberista e dei ricchi: smantellare gli Stati e le comunità per poter assoggettare miliardi di individui senza identità collettiva allo strapotere del denaro e dei media

Il New York Times è la Pravda del neocapitalismo, dunque molto utile per capire le reali priorità e strategie di Wall Street e dei poteri forti della finanza al di là dei diversivi tattici continuamente proposti dai tabloid tipo La Repubblica per distrarre la gente con facili emozioni a telecomando.

Prendiamo i due principali argomenti trattati nella prima pagina di mercoledì 9 dicembre. Da una parte l’impressionante foto di un grattacielo quasi invisibile per la nebbia; salvo che non è nebbia: è smog. "Inquinamento così alto che Pechino si ferma" è il titolo del servizio, nel quale viene spiegato che il governo ha dichiarato l’allarme rosso. Una denuncia del prezzo che ci tocca pagare in termini di distruzione della qualità della vita e della bellezza del mondo per alimentare il mito della crescita economica continua e della competizione globale per conquistare una fetta di mercato in più a spese degli altri? Forse, ma nulla viene detto del fatto che i profitti di questo sviluppo reso possibile dalla dilapidazione dei beni comuni vadano, tutti, a una ristretta cerchia di arrivisti o, per dirla con Renzi, di vincenti. Ancora più significativo è che il giornale sia chiaramente convinto, a ragione, di potersi permettere questo tipo di denunce senza provocare sollevazioni popolari. La gente, anche quando informata, subisce la degradazione e non fa niente. Come mai?

La risposta è negli altri due articoli che affiancano questo su Pechino (“Il piano di Trump condannato all’estero” e “Trump ribatte al fuoco di fila contro la sua proposta”). Riguardano Donald Trump e la sua proposta di impedire provvisoriamente l’ingresso negli Stati Uniti ai musulmani, fino a che il diffuso odio nei confronti dell’America non sia diminuito. Raramente il New York Times prende posizione contro un miliardario e ancor più raramente contro un candidato alla presidenza che goda di alti consensi. Come mai questa volta l’ha fatto? Preciso che non mi piace Trump, anche se lo considero infinitamente meno pericoloso di Ted Cruz – lui sì un vero integralista e un falco e per di più astuto. Preciso anche che la proposta di Trump è inaccettabile in quanto non accompagnata dall’ovvia contropartita, ossia dall’immediata chiusura di tutte le basi americane ospitate da paesi arabi e musulmani e dal ritiro non solo del personale militare ma anche di imprenditori, scienziati e turisti. 

Non è questa, però, la critica del giornale. La critica è che impedire le migrazioni è razzismo. E a lanciarla, significativamente, è anche l’establishment repubblicano. Mostrando che il cardine fondamentale e irrinunciabile della politica economica del neocapitalismo è la globalizzazione e che la globalizzazione non significa soltanto libera circolazione del denaro e dei prodotti ma anche delle persone. Le multinazionali vogliono che milioni di persone abbandonino le loro comunità e, sradicate, diventino una massa di miserabili (sottoproletariato si sarebbe detto qualche anno fa) senza diritti o una massa di consumatori senza cervello. 

A metà ottocento Marx vide in questo processo un’opportunità in quanto nuove, più ampie comunità si formavano nelle fabbriche, con in più la coscienza della propria condizione di sfruttati. Ma grazie alle nuove tecnologie e ancor di più ai nuovi media e allo smantellamento delle autonomie locali e delle sovranità nazionali, le corporation hanno potuto rimediare. Oggi chi viene sfruttato è quasi sempre solo, isolato, e socialmente considerato un perdente: colpa sua se non ce l’ha fatta. E le resistenze che in alcune parti del mondo i popoli oppongono all’omogeneizzazione vengono stroncate con la corruzione, le ingerenze commerciali e magari umanitarie, ed eventualmente l’intervento militare giustificato dalla lotta globale contro il terrorismo.

Ma c’è di più. Stampa e televisione al soldo del potere non solo promuovono la globalizzazione per fare gli interessi degli speculatori finanziari: l’hanno anche santificata. Le migrazioni dei popoli non sono più una tragedia a cui occorra porre rimedio eliminandone le cause (le suddette ingerenze) e nel frattempo studiando soluzioni di emergenza. Di fatto, come detto, non si deve porci rimedio e tante anime belle, in Occidente, sono state convinte che il multiculturalismo sia “cool”, fico, associato com’è dalla pubblicità a uno stile di vita più avventuroso e interessante, ai cibi etnici, alle vacanze esotiche, a un consumismo molto più veloce e variato. Il diritto dei popoli di costituirsi in nazioni e di darsi proprie leggi, affermare la propria cultura e praticare le proprie usanze, viene negato in nome del diritto dei singoli individui o delle singole nicchie di andare in cerca di fortuna ovunque gli sembri conveniente. Si è arrivati all’assurdo che l’ospitalità non sia più un atto di generosità e sia invece diventato un obbligo e che qualsiasi restrizione all’ingresso di stranieri venga dipinto come razzismo. Come se gli Stati non fossero responsabili solo nei confronti dei propri cittadini o residenti ma dell’intera umanità a essi esterna.

È la questione centrale. Trump stava semplicemente facendo della facile propaganda sull’onda delle isteriche paure alimentate dal terrorismo. Ma le reazioni alla sua proposta da parte della classe dirigente americana rivelano con chiarezza quale sia la priorità del sistema liberista e dei ricchi: smantellare gli Stati e le comunità, fare svanire i concetti di autonomia e di solidarietà; per poter assoggettare miliardi di individui senza identità collettiva allo strapotere del denaro e dei media. L’immagine di Pechino nello smog è tragicamente emblematica: l’unica cosa che si distingue è un megaschermo che continua a proiettare immagini pubblicitarie. 

 

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