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Filippo Penati e l’assoluzione inutile

Dopo 4 anni di indagini e processo, Filippo Penati, ex presidente della provincia di Milano ed ex braccio destro dell'ex segretario del PD Bersani, è stato assolto. A che serve un processo così? A ratificare la sua inutilità. Ormai sono le indagini a stabilire "la verità giudiziaria", che è sempre una verità colpevole; grazie ai gazzettieri che lapidano e diffondono la bolla d’infamia

Il Tribunale di Monza ha assolto Filippo Penati, ex Presidente della Provincia di Milano, dall’accusa di corruzione e finanziamento illecito ai partiti. I dettagli processuali qui non interessano. Semmai rileva constatare come in Italia la sentenza di assoluzione, specie se emessa in dibattimento, sia divenuta pressocchè irrilevante. Contano solo le indagini preliminari, cioè l’ufficio del Pubblico Ministero. Pochissimo o nulla il processo, e, dunque, il giudice che al processo presiede. 

L’illustre imputato ha ricevuto un tweet di congratulazioni, fra i più solerti, da Pier Luigi Bersani, della cui segreteria politica era stato a capo: “Mai dubitato, ma quattro anni sono lunghi….”. 

“Il sistema Sesto”, dal comune di Sesto San Giovanni, al periferia nord di Milano, era stato al centro delle indagini. Un sistema: per dire una serie ordinata di condotte illecite, così articolate e complesse da superare le angustie della singola descrizione. La parola “sistema” non descrive un’associazione per delinquere, nè un singolo reato commesso da più persone insieme, o in concorso, come è scritto nel codice; no, esprime qualcosa e metà fra il pettegolezzo e la telepatia, agendo da comodo, quanto sfuggente, coagulante probatorio. Se un movimento finanziario, fatto ordinario per un’impresa, non presenta univoci tratti criminali, poco male: basta riguardarlo alla luce di questo reticolo di supposizioni e suggestioni, ed ecco svelata la sua “vera” natura criminale. Cosicchè il “sistema”, anzichè risultare dai singoli reati, finisce con l’essere esso il fattore, di natura puramente “narrativa”, che determina la rilevanza penale di fatti per sè neutri.   

A quali aberrazioni conduca tale costume investigativo-giudiziario, di schietta matrice inquisitoria, è illustrato da questa proposizione: “non c'è traccia di arricchimenti personali di Penati”. Si badi che non è stata pronunciata, o scritta, dall’interessato, o da un suo difensore; ma dal Pubblico Ministero mentre chiedeva la condanna a quattro anni e mezzo di reclusione.

Penati, nel maggio del 2013, era stato prosciolto dal GUP della stessa città, per essere maturata la prescrizione rispetto ad una prima serie di contestazioni ricondotte al “sistema” (ci si è occupati, ora e allora, per improvvisa resipiscenza dell’imprenditore-collaboratore Di Caterina, di vicende del 2001 e del 2002). Quest’anno, anche la Corte dei Conti  l’aveva assolto dall’ipotesi di danno erariale per le stesse vicende. Ma sono tutte pronunce vane: gli effetti, quelli veri, si erano, e irreversibilmente, già prodotti.

L’indagine viene resa nota nel luglio del 2011. Nell’agosto successivo Penati sollecita la sua sospensione dal PD (si autosospende nel gergo corrivo di questi anni), che, infatti, così decide a settembre; nello stesso torno di tempo si dimette da Vice-presidente del Consiglio Regionale lombardo; nell’ottobre del 2012, si dimette anche da consigliere regionale, contestualmente alla maggioranza dei suoi colleghi, e si ritira dall’attività politica. Nel 2013 scrive un romanzo, e nel 2014 un altro. 

A che serve un processo così? A ratificare la sua inutilità, ecco a che serve. E’ noto e arcinoto, ormai: le indagini stabiliscono la verità giudiziaria, che è sempre una verità colpevole; i gazzettieri lapidano e diffondono la bolla d’infamia; l’in-fame, cioè colui che è privato della pubblica reputazione, o fama, subisce immediatamente ogni conseguenza, se non finisce in carcere “in attesa di giudizio”. Quando si giunge al dibattimento, si può puntare a raccogliere i frantumi della propria esistenza e li si chiama “assoluzione”.  

Certo che quattro anni sono lunghi, caro Bersani. Ma è sicuro di avere, come uomo, come esponente politico e di governo, come parlamentare, le carte a posto per esprimere rammarico? Qui ormai si scrive per i posteri. I guasti determinati dalla Costituzione Materiale introdotta con Tangentopoli (Ordine Giudiziario tirannico e irresponsabile, persino quando tresca con i mafiosi) sono, come si vede, irrimediabili, se non in prospettiva escatologica. E si dice Ordine Giudiziario in quanto tale, perchè di singoli capri espiatori ne sono pieni gli annali dell’abominio.  

La politica è gestione di interessi, ma anche costruzione di interessi. La finzione per cui si dovrebbero poter progettare infrastrutture, ordinare le vite di milioni di persone per i decenni a venire, accompagnare le loro attività, stimolare il loro pensiero, come se nel mondo non si aggirassero giganti famelici; e invece si avvicendassero solo paggi incolori, pronti ad ossequiare il sovrano a tempo di minuetto, serve solo a giustificare il regresso culturale e comunitario, sotto le cui insegne invasate e persecutorie abbiamo perduto (proprio in questi due decenni, e non a caso) forza, inventiva, slancio e speranza in misura ancora troppo sottostimata.

Strutture inquisitorie onnipotenti sempre hanno determinato, e determinano, paura diffusa, incertezza nelle scelte individuali e associate, cioè politiche, il rarefarsi di chi coltiva lo scrupolo, e il dilagare di chi lo scrupolo non sa nemmeno cosa sia. 

Se mancano oltre 3 miliardi e mezzo di euro per malagestione di alcune banche private è tutto un lezioso disquisire europeistico di bail in e bail out. 

Se un rappresentante di un’istituzione democratica, suffragato da centinaia di migliaia di voti, non prende una lira, ma gestisce complessità (tutto “il sistema” ruotava intorno a sei milioni di euro, di cui variamente si contestava la destinazione, al più irregolare, al PD) in un mondo così limpidamente popolato, si passa in rassegna ogni suo alito degli ultimi quindici anni, lo si induce/costringe alla fuga dalla sua vita e poi gli si regala la giostra dell’assoluzione-pernacchia.

Così non va, proprio non va. 

       

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