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Il Ministro Boschi e l’opposizione che non c’è

La mozione di sfiducia presentata dal Movimento 5 Stelle contro il Ministro Maria Elena Boschi, nei termini in cui è stata formulata, non aveva nerbo politico. Eppure l’occasione era ghiotta: per agire politicamente, solo che si fossero evitate improprie tutele e protezioni culturali e istituzionali

La Camera non ha approvato la mozione di sfiducia proposta dal Movimento 5 Stelle nei confronti del Ministro Maria Elena Boschi. Nei termini in cui la mozione è stata formulata, l’esito è condivisibile. E non che mancassero, o manchino, nelle gestione della nota “vicenda delle quattro banche” errori, anche gravi, anche politici. Ma la questione di fiducia è stata posta su due punti, entrambi argomentati in termini da ballatoio, cioè inconsistenti. 

Il primo punto è che il Governo, con il D.L. 24 gennaio 2015 n.3, avendo, fra l’altro, introdotto l’obbligo per le Banche Popolari di trasformarsi in Società per azioni, una volta raggiunti o superati gli 8 miliardi di euro nell’attivo di bilancio, avrebbe così favorito manovre speculative sul titolo. In particolare, pochi giorni prima del 24 gennaio, i titoli interessati dalla riforma (fra i quali Banca Etruria) registrarono aumenti anomali nel volume e nel valore, e l’anomalia, nella mozione, è stata senz’altro imputata ad illecita diffusione di informazioni riservate (che è un reato, il c.d. insider trading) ad opera dal Governo: sulla base di un articolo de Il Sole 24Ore, pubblicato nello scorso Febbraio, si è sostenuto il coinvolgimento del finanziere Davide Serra, “vicino al Presidente del Consiglio”. Tuttavia, da allora non consta sia seguito alcunchè a questa illazione, nonostante una formale (dovuta, sempre s dice) indagine avviata dalla Procura di Roma; e, di recente, Serra ha precisato di avere comprato a circa 13 euro e, dopo il decreto, di avere venduto a circa 9. Quindi di averci perduto. Ora, con questo criterio di elucubrazioni che “gettano un ombra”, ogni sospetto da portineria sarebbe utile paradigma per ritenere l’avversario al di sotto di esso: e quindi, inadatto alla carica pubblica, e la Sovranità Popolare sarebbe stabilmente alla mercè del nulla, o della sua ombra.    

Il secondo punto della mozione di sfiducia è connesso al discusso decreto “salvabanche”, dello scorso Novembre: azioni, obbligazioni subordinate, e così via. Scrive il M5S: “Il salvataggio dei quattro istituti di credito ha comportato la perdita del risparmio di 12.500 clienti retail, per un valore complessivo di 431 milioni di euro ed il tragico epilogo di un suicidio”. Il salvataggio rovinoso verrebbe dall’avere il Governo separato gli azionisti e i portatori di “obbligazioni subordinate”: ma l’azione è capitale di rischio pro quota, e le obbligazioni speciali presentavano un profilo formale analogo alle azioni (una rimborsabilità residuale, cioè virtualmente inesistente).

Anche su questo punto la mozione era politicamente evanescente e ansimante: per due ragioni.

Prima: imputa al Governo di avere salvato le Banche (specialmente Banca Etruria), in quanto motivato da interessi, anche personali, del ministro Boschi. Ma la posizione del Ministro andava colpita, se fosse stato possibile, sull’interesse conseguito. I poco meno di mille euro delle sue azioni: e però il loro valore era stato azzerato in dipendenza del decreto del Novembre scorso; inoltre, ci sarebbe voluta una mancata destituzione del C.d.a. di Banca Etruria, di cui Boschi padre era vicepresidente: e invece, a Febbraio la destituzione c’era stata: non formalmente su atto del Governo, ma col suo concerto. Se anche su questi punti specifici la mozione ha taciuto, è forse perché non c’era trippa per gatti.

 Seconda: dopo aver accusato il Governo di aver salvato troppo, gli imputa di non avere salvato abbastanza, lasciando sul lastrico azionisti e obbligazionisti subordinati. 

In verità il governo è stato piuttosto tentennante, perché nel giro di alcuni giorni, sul mezzo bail in, ha annunciato un arbitrato, affidato all’ANAC, diretta dal dott. Raffaele Cantone: ed è a cominciare da  qui che si sarebbe potuto agire politicamente.

Per cominciare, l’arbitro: l’Autorità Anticorruzione, anzi, la sua Camera Arbitrale, non pare avere altri requisiti, altre ragioni politiche che giustificherebbero la sua scelta, che il suo Presidente: ritenuto una specie di Bertolaso della funzione pubblica, in forza dei suoi trascorsi istituzionali di inquirente di successo (così sembra di dover dire). Alla Camera Arbitrale dell’ANAC siedono cinque persone, che, in aggiunta ai compiti ordinari d’istituto, dovrebbero occuparsi di 20.000 obbligazionisti secondari, fra i quali discernere “quelli truffati davvero”, secondo la frettolosa frase del Presidente del Consiglio. Ma sul punto, da parte 5S, solo qualche mugugno televisivo, qualche battuta social, ma la mozione ha taciuto.

In termini politici, che Renzi abbia così clamorosamente sfiduciato la Banca d’Italia e la Consob, "Preferirei che i casi non fossero gestiti da Consob e Bankitalia”, poteva costituire ragione di censura politica assai più penetrante dell’essere “vicino” di questo a quello. Se le massime Autorità di controllo e vigilanza finanziaria non sono all’altezza, secondo il Governo, nemmeno di gestire un arbitrato, perchè hanno responsabilità omissive, o perchè senz’altro incapaci o inadatte, non si doveva lasciare che il Governo liquidasse la faccenda con un “preferirei”, specie in costanza di ancor vive ispezioni, e nell’incombenza di nuove: se, invece, si fosse ritenuto che il Governo con quella, formuletta non intendeva porre una questione di affidabilità di Bankitalia e Consob, allora, la questione politica ritornava ad essere la scelta dell’ANAC, e non avrebbero dovuto, gli oppositori del Governo, limitarsi ai mormorii o alle freddure.   

Infine, il Dott. Rossi, Pubblico Ministero di Arezzo, titolare delle indagini sulle quattro banche, non ritenne di segnalare la sua qualità, allorchè divenne consulente giuridico del Ministero dell’Economia (in continuità, ha precisato, con l’incarico già ricevuto sin dal Governo Letta). Considerati, ancora una volta, i termini politici complessivi, dato che non si tratta di persone (la persona del ministro, la persona del magistrato) ma di pubbliche funzioni, l’occasione era propizia per affrontare la commistione, costituzionalmente pericolosa, dell’Ordine Giudiziario che, mentre investiga sul Potere Esecutivo, lo consiglia. Nella mozione, nemmeno una parola. Certo, per censurare su questo punto il Governo, occorreva estendere la censura alla magistratura, ai silenzi del CSM, all’estrazione professionale e culturale del Direttore dell’ANAC. Sicchè, a quanto pare, meglio le chiacchiere, meglio la caciara ad usum Delphini. E nelle stesse ore in cui maturava, invece efficace e preciso, il concorde voto PD-M5S sui tre ultimi giudici costituzionali, dopo oltre trenta scrutini infruttuosi.  Altro che gettare ombre.

Si ha, pertanto, l’impressione che il Movimento 5 Stelle abbia sacrificato buone ragioni di contestazione politica, pur di non affrontare sistemicamente il coinvolgimento di un certo Potere, anzi, di un certo Ordine. Perché?    

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