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Dino Marianetti e l’orgoglio dell’ideale socialista e repubblicano

Aprile 1978: Bettino Craxi al 41esimo Congresso del Partito Socialista

Aprile 1978: Bettino Craxi al 41esimo Congresso del Partito Socialista

Agostino Marianetti (Dino per gli amici), ex dirigente sindacale e poi del Partito Socialista con Bettino Craxi premier, si racconta in "Io c'ero", libro di memorie in uscita, in cui afferma: di quella storia gloriosa e infangata sono stato parte convinta e ne affermo la rilevanza e la positività per il mio paese, nonostante gli errori, le ingenuità, le incoerenze

C’era una volta il sol dell’avvenire e il Partito socialista che per un secolo ne propagò l’ideale. C’erano i socialisti, con i nomi immacolati di Turati, Matteotti, Pertini, e quelli meno spendibili di Nenni (alleato dei comunisti nel Fronte Popolare prima di scegliere l’autonomia e aprire la grande stagione delle riforme del centrosinistra) e Craxi. Stavano con i lavoratori, fecero la Repubblica e le riforme, poi finirono nell’ignominia e nel dimenticatoio. “Io c’ero” scrive Agostino (Dino per gli amici) Marianetti sulla copertina del libro in uscita da l’Ornitorinco Edizioni, alla stesura del quale ho collaborato scrivendone anche la Nota introduttiva, e vuole dire: di quella storia gloriosa e infangata sono stato parte convinta e ne affermo la rilevanza e la positività per il mio paese, nonostante gli errori, le ingenuità, le incoerenze. 

Oggi Dino è un signore di settantacinque anni, appartato dalla battaglia politica e dalla vita. Risulta sconosciuto a chi ha iniziato a interessarsi alla cosa pubblica vent’anni fa, non certo a chi ha potuto seguire i suoi quarant’anni di battaglie forti e significative, specie quelle da Segretario generale aggiunto della Cgil di Lama, e da dirigente del partito socialista di Bettino Craxi. Diede, con Giorgio Benvenuto segretario generale della Uil, un ruolo ai socialisti nel movimento sindacale dei gloriosi anni delle lotte e del riequilibrio del potere sociale, opponendosi agli estremismi comunisti e gruppettari sino ad essere fatto segno delle minacce di golpisti e terroristi. In parlamento e nel partito, fu al vertice di quel grande movimento di riforme che avrebbe voluto e potuto cambiare i vizi endemici dell’Italia, ma non seppe farlo, per le ragioni che Dino prova a spiegare, riportando anche un interessante colloquio a quattr’occhi con Craxi che gli rimprovera l’ingenuità di un purismo impossibile (secondo Bettino) da realizzare.

Il libro, presentato con il patrocinio delle Fondazioni Buozzi e Nenni, giorni fa, nella sede della Treccani (vedere video in basso), e che sarà presentato ufficialmente alla Camera il 20 gennaio, si fa leggere anche come brillante narrazione della vicenda umana di un leader di povere origini, cresciuto operaio di fabbrica, trapiantato come dirigente sindacale e politico nella grande città, che arriva alla direzione del partito del Primo ministro e alla presidenza della Commissione attività produttive della Camera, senza perdere il contatto con le origini operaie e l’amata famiglia. Si ritrova, in quelle pagine, l’infanzia di paese e l’adolescenza nell’Italia del primo dopoguerra, con le “bombe, i gelsi e i lupini”, “le sirene, le polveri e le ciminiere”. Si rivivono gli anni delle lotte sindacali con lui “attaccante e Lama arbitro”,  “l’autonomia e l’unità sindacale”. E gli anni della battaglia politica, con il terrorismo, l’agonia dei comunismi, la fine della cosiddetta prima repubblica che segnò la fine del partito socialista e quindi dell’on. Marianetti.

Guardando agli anni di mani pulite, Dino racconta che si mise da parte per disgusto e dolore, che si ammalò persino per quella vicenda politico-giudiziaria ingloriosa  e ingiusta che aveva colpito lui e tanti altri, anche sul piano personale e degli affetti, come accadde con l’amico e compagno on. Moroni, oppresso dall’inchiesta che lo riguardava sino al suicidio. Di fronte all’evidenza della sconfitta, rivendica, a distanza di decenni, che, con i compagni di partito, non deve fare nessuna abiura, anzi! I socialisti non hanno scheletri nell’armadio da togliere, e possono con orgoglio rivendicare che sono stati loro, talvolta con forze democratico cristiane e liberali, ad aver edificato la lunga stagione di libertà e benessere che il vecchio continente sta tuttora vivendo. 

Nella parte finale del libro, mentre dalla “finestra” dove è ridotto dai malanni, guarda all’attualità della vita politica ed economica dei nostri giorni, Dino si duole della democrazia “sofferente” ed esprime dubbi sul risultato dell’azione di governo. All’attuale ceto dirigente difetta “slancio intellettuale … condimento etico … l’immersione nei valori insopprimibili … diffusi dalle esperienze delle socialdemocrazie … ".

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