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Reato di immigrazione clandestina: lo abroghi, Presidente Renzi

Matteo Renzi non tentenni in cerca di voti: non serve. La discussione, incerta e approssimativa, sul reato di immigrazione clandestina testimonia come non si dovrebbe agire in politica. L’esempio del Diritto Penale-Pierino

Quello che si sta dicendo, e come lo si sta dicendo (sì, no, rinviamo), sul reato di immigrazione clandestina e sulla proposta governativa di abrogazione, descrive compiutamente una confusione fondamentale: quella tra il piano dei principi, vale a dire, in termini più rudemente empirici, il piano dell’azione politica di un partito o di un movimento, e quello dei modi per darvi corpo. Tutto sommato, non una confusione da poco. 

Sbaglia il Governo a non abrogarlo, e sbaglia chi, La Lega più clamorosamente di altri, insiste a volerlo. Perché? Perchè entrambi incorrono in quella confusione, che tradisce, a sua volta, la strenua ricerca di un consenso facile ed effimero: ed effimero perchè facile. 

Il principio, giusto, sarebbe quello di contenere il fenomeno, in vista di un’azione, anche militare, ma non solo militare, sui luoghi d’origine. Il mezzo, il diritto penale interno, è sbagliato. Solo che il principio richiede tempo, energie, rischia l’insuccesso; il mezzo, mentre non risolve nulla, può però alimentare la suggestione di un’azione, di stare sulla palla se non efficacemente, quanto meno, armati (è il caso di dire) di buona volontà.

 Questo limite di metodo trapela espressamente dalle parole di Renzi: “Così (cioè, abrogando il reato) si  perdono voti”. Ma, come sappiamo, questa angustia del sondaggio non è una sua esclusiva.

In questi mesi abbiamo visto, e, pare, continueremo a vedere, non singoli clandestini: ma emigrazioni di massa, popoli attraverso il deserto, dispersi per i mari, esodi; e il loro approdo, lasciati i morti da qualche parte fra le acque e le sabbie, caduto dovunque ci fosse un punto fermo, provenendo da dove punti fermi non ce n’erano, o non ce n’erano più. Ed ecco lo spettacolo in Sicilia, Spagna, Grecia, area danubiana. Spettacolo: parola antipatica, giacchè significa inerzia, passivo trastullo, cinismo, talvolta. E l’ostinazione di volerne ignorare la complessa origine.

Per dirlo, lo hanno detto un po' tutti: nel Maghreb, si è rilevato, la storia si è messa in movimento: un rigoglio fondamentalista è sorto man mano che assetti geopolitici, bene o male in piedi da vari decenni (Algeria, Tunisia, Libia, Egitto), sono stati abbattuti in seno alla c.d. Primavera araba: e si sa che la metafora del Vaso di Pandora, specie nelle faccende politiche, mantiene un sempre vivido magistero.

E in Medioriente, dove l’inquietudine religiosa, ancora per stare al contemporaneo, è problema geopolitico per lo meno a partire dal 1979, con la cacciata dello Scià di Persia e l’avvento (è il caso di dire) dell’Ayatollah Khoemeini. In quella regione ci sono state: una guerra Irak-Iran per otto anni (1980-1988); due guerre irachene (1990-1991 e 2003-2011); un’occupazione statunitense, con qualche alleato, dell’Afghanistan, in corso dal 2001 (dopo che, per altri dieci anni, 1979-1989, e innescando, allora, un risveglio latamente religioso, l’Unione Sovietica aveva fatto altrettanto); ed infine, quale effetto di compendio, in quell’area, della ridetta Primavera Araba, la controversa affermazione di Assad jr; che, in una dinamica in cui effetti e cause sembrano continuamente succedersi e cambiare di posto, fronteggia le crescenti pretese, ed avanzate, del c.d. Stato Islamico. Una galassia, certo, ma non tanto da non essere riconoscibile, e da cui sono ci venuti lutti e sgomento a domicilio

Su questo sfondo, come minio complesso, nel tempo e nello spazio, si vorrebbe inneggiare al salvifico brigadiere, al paio di manette, che, moltiplicandosi di controllo in inseguimento, di posto di blocco in retata, stenda una rete protettiva su qualche milione di presenze problematiche e, a deterrenza, su quelle altre poche centinaia di migliaia che, ragionevolmente, si aggregheranno agli altri prossimi mesi. 

Il diritto penale, la custodia cautelare, il processo penale: balsamo politico del nostro tempo: sempre insufficientemente somministrato, per i suoi instancabili fautori: sempre diversi e sempre uguali. In breve: non solo non si vuota il famoso mare, col famoso cucchiaino, cari devoti del reato; ma, se è un mare, come si può ritenere crediate, allora, dovete dire il contrario esatto di quello che dite: e cioè, che catalizzare l’attenzione su una folle dimensione individuale del fenomeno (perchè, come sapete, la responsabilità penale è personale), serve proprio a sviare il focus politico dalla sua dimensione collettiva e geopolitica: vasta, profonda e, per questo, non delegabile ad alcun esorcismo burocratico-normativo. Riempite la piazza, presidiate le scuole, cancellate i talk show, per un po', almeno: cioè, provate a fare politica.

E il Presidente-Segretario? Oscilla, coltiva l’attimo. Abroghi, abroghi. Anche per avviare una strategia (è una buona parola, richiede visione, coraggio e tenacia) antipenalistica: perché il diritto penale onnipresente, un Diritto Penale-Pierino, in una società bene ordinata, caro Presidente, è come la cobaltoterapia: non aiuta a guarire dalla malattia: la porta a compimento. Ipertrofia dell’Ordine Giudiziario; regressione culturale, dal piano delle analisi a quello, asfitticamente dicotomico, di colpa/pena; indurimento dei sentimenti, anche. E così via imbarbarendo.         

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