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State of the Union: Obama suona la carica

Nel suo ultimo discorso da presidente sullo Stato dell'Unione, Obama punta il dito contro il GOP

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Obama rigetta le teorie sul declino americano pur ammettendo che manca ancora la giusta distribuzione della ricchezza. Sul piano internazionale, respinge il quadro catastrofista del Gop e trova in Papa Francesco l'alleato per difendere i valori americani

Barack Obama, nel suo ultimo discorso da presidente sullo State of the Union, suona la carica all’America e “trumps” quel “declino” minacciato dai repubblicani. Il presidente, in un’ora ha elencato i successi della sua amministrazione, che aveva raccolto un’America messa in ginocchio nel 2008 dal crollo finanziario delle speculazioni di Wall Street, per confermarla come la più solida economia esistente e che fa degli USA il “Paese più potente del mondo. Non ci sono paragoni”.  E ha bollato come “fantasiosa” la pretesa dei candidati repubblicani di dipingere gli Stati Uniti in decadenza. Con gli indici economici a favore, Obama ha ricordato ai membri del Congresso e soprattutto agli americani dove sta la unicità di quella forza americana che ha potuto rimettere in piedi la nazione dopo una catastrofica caduta come quella del 2008:

“Our unique strengths as a nation — our optimism and work ethic, our spirit of discovery and innovation, our diversity and commitment to the rule of law — these things give us everything we need to ensure prosperity and security for generations to come…. In fact, it’s that spirit that made the progress of these past seven years possible. It’s how we recovered from the worst economic crisis in generations”.

Nell’osservare le immagini del presidente durante il discorso, abbiamo notato che la sua espressione di soddisfazione per i risultati ottenuti dagli Stati Uniti dopo la crisi del 2008 non fosse solo buona per le telecamere, ma rifletteva la sostanza della realtà.  Per noi ha proprio ragione Obama, la natura ottimista del popolo americano, rafforzata dall’etica del lavoro, dallo spirito della scoperta e innovazione, dalla difesa della diversità e dall’impegno al rispetto della legge, sono gli ingredienti indispensabili per qualunque nazione (Italia compresa) per assicurarsi prosperità e sicurezza per generazioni future.

Era un discorso, quello di Obama,  che si tiene nel pieno di una campagna elettorale per le presidenziali, e ovviamente la Casa Bianca ha fatto di tutto per aiutare le speranze dei democratici (il senatore del Vermont Bernie Sanders lo si vedeva in sala alzarsi di continuo per applaudire).

L’obiettivo numero uno di Obama, non era soltanto attaccare le critiche dei repubblicani che continuano a dipingere in questa campagna elettorale un paese in declino quando, oggettivamente, se confrontati dai tempi dell’ultima amministrazione di GW Bush, gli Stati Uniti han fatto progressi. Il presidente ha voluto soprattutto contrapporre  una “vision” dell’America diversa da quella  che da mesi e con allarmante successo viene erogata dalla propaganda del candidato alla nomination del GOP Donald Trump, con sentimenti politici “tribali” che nel loro spirito appaiono, ad Obama come anche a chi escrive queste righe,  sempre più “anti americani”. Quando Obama ha detto che non si può negli Stati Uniti discriminare per etnicità o religione, abbiamo visto dietro di lui anche lo speaker repubblicano Paul D. Ryan applaudire convinto. Un segnale che certa demagogia di Trump comincia a star stretta (lo speriamo vivamente) almeno anche tra coloro che militano nel partito di Abraham Lincoln.

Ad un certo momento Obama ha anche parlato della cura del cancro. Ha detto che la nazione che ha portato l’uomo sulla luna, può  vincere questa sfida. E indicando il vice president Joe Biden, seduto dietro di lui e che ha perso un figlio vittima di questo male, ha annunciato come il Congresso metterà ora a disposizione del National Institute of Health le più grandi risorse che hanno mai avuto negli ultimi anni.

“Tonight, I’m announcing a new national effort to get it done. And because he’s gone to the mat for all of us, on so many issues over the past forty years, I’m putting Joe in charge of Mission Control. For the loved ones we’ve all lost, for the family we can still save, let’s make America the country that cures cancer once and for all”.

Messaggio troppo ottimista? Se esiste oggi una nazione in grado di concentrare enormi risorse finanziarie e umane per combattere e vincere una volta per tutte la malattia, questa è l’America e Obama ha fatto bene a ricordarlo.

I numeri della Casa Bianca parlano chiaro. Questa è una nazione che nel portare la disoccupazione sotto il 5%, ha aggiunto 14 milioni di posti di lavoro dal 2009. Oltre 17 milioni di americani hanno ricevuto la copertura sanitaria grazie al nuovo programma di assicurazione di Obama. Il reddito medio familiare ha raggiunto a novembre i 56,746 dollari, la cifra che non si aveva da prima dello scoppio della recessione. Come ancora ha ricordato Obama, l’industria automobilistica americana che nel 2008 sembrava stesse collassando, non solo si è ripresa ma quest’anno ha avuto il suo migliore anno di sempre. Il prezzo del petrolio è ai minimi, anche nell’ambiente, finalmente la regolamentazione dell’industria americana è riuscita a tagliare a livelli record gli indici di inquinamento.  La violenza, nonostante le costanti notizie sulle sparatorie nelle strade d’America, nelle città è ai minimi storici. Insomma lo Stato dell’Unione è,  secondo questi dati, migliorato moltissimo dai tempi in cui un presidente repubblicano di nome GW Bush sedeva nell’ufficio ovale…

Ma, come abbiamo ricordato, tra i senatori che ascoltavano Obama c’era anche Bernie Sanders e anche se spesso applaudiva, allo stesso tempo quei dati non potevano nascondere il fatto grave che la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza americana continua. Sanders lo dirà dopo ai microfoni della CNN, che in questa nazione i ricchi diventano sempre ed esageratamente più ricchi e la classe media invece resta schiacciata non riuscendo a star al passo con i costi della vita. Però anche Obama ne sembrava preoccupato nel suo discorso, come quando, per esempio, ha ribadito che si devono abbattere i costi per il college e poi in altri passaggi come questo:

“But after years of record corporate profits, working families won’t get more opportunity or bigger paychecks just by letting big banks or big oil or hedge funds make their own rules at everybody else’s expense. Middle-class families are not going to feel more secure because we allowed attacks on collective bargaining to go unanswered. Food Stamp recipients did not cause the financial crisis; recklessness on Wall Street did. Immigrants aren’t the principal reason wages haven’t gone up. Those decisions are made in the boardrooms that all too often put quarterly earnings over long-term returns. It’s sure not the average family watching tonight that avoids paying taxes through offshore accounts. The point is, I believe, that in this new economy, workers and start-ups and small businesses need more of a voice, not less. The rules should work for them. And I’m not alone in this. This year, I plan to lift up the many businesses who’ve figured out that doing right by their workers or their customers or their communities ends up being good for their shareholders…… and I want to spread those best practices across America. That’s part of a brighter future. In fact, it turns out many of our best corporate citizens are also our most creative”.

Ma se Obama, per quanto riguarda la situazione interna, ha avuto vita facile nel respingere le accuse da parte repubblicana di “declino” della potenza americana, per lo stato del mondo e l’influenza esercitata dalla potenza americana qui il suo “ottimismo” ci è apparso meno convincente. Il declino geopolitico dell’America appare evidente nonostante Obama dica il contrario: “Restiamo il paese più potente al mondo” ha ripetuto il presidente, ribadendo che seppur il pericolo terrorista esiste “non rappresenta una minaccia esistenziale per gli USA”.

Ora ISIS non sarà un pericolo “esistenziale” (finora)  per gli USA, e magari ai repubblicani conviene dipingere il mostro con più teste di quelle che ha, ma che il Medio Oriente sia ancora più destabilizzato e che anche altre parti del mondo (Corea, Ucraina) siano micce accese che potrebbero di colpo diventare “pericolo esistenziali” per gli USA e per il resto del pianeta, questo è difficilmente contestabile. Si potrebbe dire, in difesa di Obama, che il Medio Oriente lo ha trovato già sottosopra. Ma che Washington anche negli ultimi 8 anni non sia riuscita a diffondere una politica coerente e soprattutto rispettata, dalla Siria all’Iraq, dall’Egitto alla Libia, dal Golfo persico allo Yemen, appare oggi in tutta la sua evidenza e non solo per l’ascesa dello stato islamico.

Quindi quando Obama dice che “Surveys show our standing around the world is higher than when I was elected to this office, and when it comes to every important international issue, people of the world do not look to Beijing or Moscow to lead. They call us”. Ecco qui il tono del Presidente ci appare di un esagerato compiacimento.

Eppure Obama ci è di nuovo piaciuto quando ha messo nel giusto contesto anche la forza di ISIS (o come lo chiama la Casa Bianca ISIL) e quello che veramente rappresenta all’interno dell’Islam:

“But as we focus on destroying ISIL, over-the-top claims that this is World War III just play into their hands. Masses of fighters on the back of pickup trucks, twisted souls plotting in apartments or garages, they pose an enormous danger to civilians, they have to be stopped, but they do not threaten our national existence. That is the story ISIL wants to tell; that’s the kind of propaganda they use to recruit. We don’t need to build them up to show that we’re serious, and we sure don’t need to push away vital allies in this fight by echoing the lie that ISIL is somehow representative of one of the world’s largest religions. We just need to call them what they are: killers and fanatics who have to be rooted out, hunted down, and destroyed”.

Obama ad un certo punto ha nominato anche papa Francesco, che proprio al Congresso e anche all’ONU aveva puntato il dito contro coloro che mascherano di scontro di civiltà e religioni i loro conflitti nati per interessi di conquista e potenza economica, cercando così di infondere un ulteriore messaggio da opporre a quelli “antiamericani” di Donald Trump.

Ecco come Obama si serve di Francesco per lanciare un messaggio su come debba essere l’America agli occhi del mondo:

“And that’s why we need to reject any politics — any politics that targets people because of race or religion. Let me just say this. This isn’t a matter of political correctness. This is a matter of understanding just what it is that makes us strong. The world respects us not just for our arsenal, it respects us for our diversity and our openness and the way we respect every faith. His Holiness, Pope Francis, told this body from the very spot I’m standing on tonight that “to imitate the hatred and violence of tyrants and murderers is the best way to take their place.” When politicians insult Muslims, whether abroad, or fellow citizens, when a mosque is vandalized, or a kid is called names, that doesn’t make us safer. That’s not telling it what — telling it like it is, it’s just wrong. It diminishes us in the eyes of the world. It makes it harder to achieve our goals. It betrays who we are as a country. We the People. Our Constitution begins with those three simple words, words we’ve come to recognize mean all the people, not just some. Words that insist we rise and fall together, that that’s how we might perfect our union”.

Alla fine del suo discorso, Obama ha anche riflettuto su quello che considera un grande rimorso per ciò che non ha saputo fare durante il suo mandato presidenziale: non essere riuscito a diminuire il solco “di malizia” e di “interessi nascosti”  che divide il dibattito nella politica americana, e che continua ad allontanare i cittadini dalla partecipazione attiva.

“A better politics doesn’t mean we have to agree on everything. This is a big country, different regions, different attitudes, different interests. That’s one of our strengths, too. Our Founders distributed power between states and branches of government, and expected us to argue, just as they did, fiercely, over the size and shape of government, over commerce and foreign relations, over the meaning of liberty and the imperatives of security.

But democracy does require basic bonds of trust between its citizens. It doesn’t — it doesn’t work if we think the people who disagree with us are all motivated by malice, it doesn’t work if we think that our political opponents are unpatriotic or trying to weaken America. Democracy grinds to a halt without a willingness to compromise or when even basic facts are contested or when we listen only to those who agree with us. Our public life withers when only the most extreme voices get all the attention. And most of all, democracy breaks down when the average person feels their voice doesn’t matter; that the system is rigged in favor of the rich or the powerful or some special interest.

Too many Americans feel that way right now. It’s one of the few regrets of my presidency — that the rancor and suspicion between the parties has gotten worse instead of better. I have no doubt a president with the gifts of Lincoln or Roosevelt might have better bridged the divide, and I guarantee I’ll keep trying to be better so long as I hold this office”.

Alla fine Obama ritiene essenziale attrarre alla partecipazione il popolo americano al dibattito politico per cambiarne le regole. Cittadini che lavorano, che inventano e sognano, che con ottimismo crescono una famiglia, e che se partecipano alla democrazia rafforzano, con i loro interessi, anche lo stato dell’Unione.

Quindi vi riportiamo tutta la fine del discorso di Barack Obama, che per noi resta quel grande presidente che l’America ha trovato al momento giusto e di cui siamo sicuri noi sentiremo presto e forse troppo la mancanza.

“So, my fellow Americans, whatever you may believe, whether you prefer one party or no party, whether you supported my agenda or fought as hard as you could against it, our collective futures depends on your willingness to uphold your duties as a citizen, to vote, to speak out, to stand up for others, especially the weak, especially the vulnerable, knowing that each of us is only here because somebody somewhere stood up for us.

We need every American to stay active in our public life and not just during election time so that our public life reflects the goodness and the decency that I see in the American people every single day. It is not easy. Our brand of democracy is hard. But I can promise that, a little over a year from now, when I no longer hold this office, I will be right there with you as a citizen, inspired by those voices of fairness and vision, of grit and good humor and kindness, that have helped America travel so far.

Voices that help us see ourselves not first and foremost as black or white or Asian or Latino; not as gay or straight, immigrant or native born; not Democrat or Republican; but as Americans first, bound by a common creed.

Voices Dr. King believed would have the final word — voices of unarmed truth and unconditional love. And they’re out there, those voices. They don’t get a lot of attention. They don’t seek a lot of fanfare, but they’re busy doing the work this country needs doing.

I see them everywhere I travel in this incredible country of ours. I see you, the American people. And in your daily acts of citizenship, I see our future unfolding. I see it in the worker on the assembly line who clocked extra shifts to keep his company open, and the boss who pays him higher wages instead of laying him off. I see it in the Dreamer who stays up late at night to finish her science project, and the teacher who comes in early, maybe with some extra supplies that she bought, because she knows that that young girl might someday cure a disease. I see it in the American who’s served his time, made bad mistakes as a child, but now is dreaming of starting over, and I see it in the business owner who gives him that second chance; the protester determined to prove that justice matters; and the young cop walking the beat, treating everybody with respect, doing the brave, quiet work of keeping us safe. I see it in the soldier who gives almost everything to save his brothers, the nurse who tends to him until he can run a marathon, the community that lines up to cheer him on. It’s the son who finds the courage to come out as who he is, and the father whose love for that son overrides everything he’s been taught. I see it in the elderly woman who will wait in line to cast her vote as long as she has to; the new citizen who casts his vote for the first time; the volunteers at the polls who believe every vote should count, because each of them, in different ways, know how much that precious right is worth.

That’s the America I know. That’s the country we love. Clear- eyed, big-hearted, undaunted by challenge, optimistic that unarmed truth and unconditional love will have the final word. That’s what makes me so hopeful about our future. I believe in change because I believe in you, the American people. And that’s why I stand here, as confident as I have ever been, that the state of our Union is strong.

Thank you, God bless you, and God bless the United States of America”.

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