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Il trionfo di Trump e la resurrezione di Hillary

Nel South Carolina stravince il tycoon, mentre l'ex First Lady prevale in Nevada

Donald Trump

Donald Trump pronuncia il discorso della vittoria in South Carolina con accanto la famiglia

Dopo le primarie repubblicane nel Palmetto State, il GOP non sa ancora se appoggiare Ted Cruz o Marco Rubio per contrastare l’avanzata di Donald Trump mentre Jeb Bush si ritira. Tra i democratici del Nevada, Hillary Clinton supera Bernie Sanders e punta ai giovani

Al termine di una campagna elettorale all’insegna del politically incorrect, l’esito delle primarie repubblicane in South Carolina non poteva essere più chiaro: con oltre il 32% delle preferenze Donald Trump è riuscito a conquistare il Palmetto State staccando Cruz e Rubio di dieci punti percentuali e confermando di essere l’uomo da battere nella corsa alla nomination per la Casa Bianca.

L’affermazione del tycoon newyorkese nel primo degli stati “che contano rende ora la sua marcia davvero inarrestabile, aprendogli la strada nel sud e destando crescenti preoccupazioni tra i vertici del Grand Old Party. Dopo aver sperato per troppo tempo che il fenomeno Trump si sgonfiasse da solo, l’establishment del partito repubblicano dovrà ora correre ai ripari, e in fretta, per elaborare una strategia efficace contro l’ascesa di un personaggio che ha stravolto il panorama politico conservatore facendo saltare tutti gli schemi. Gli attacchi e le campagne denigratorie ai quali lo ha sottoposto il senatore Ted Cruz, a quanto pare, hanno sortito il solo effetto di renderlo più popolare, e nemmeno l’inaspettata polemica con Papa Francesco ha messo in difficoltà l’agguerrito milionario. Il suo messaggio populista, che fa leva sulle frustrazioni della classe media americana, attira un numero sempre maggiore di elettori e non c’è nessun dubbio sull’efficienza della sua struttura organizzativa sul territorio, su cui molti all’inizio si erano detti scettici.

A spaventare il GOP non è però solo il successo di quello che l’apparato considera un outsider, ma il fatto che dalle urne del South Carolina non sia ancora emerso con chiarezza uno sfidante degno di questo nome. I risultati hanno fotografato un partito spaccato, nel quale a contendersi il secondo posto sono l’inesperto Marco Rubio e l’ultraconservatore Ted Cruz, i quali hanno praticamente pareggiato, con meno di un punto percentuale a separarli. Una terribile sconfitta è invece toccata al povero Jeb Bush, ritiratosi dalla competizione dopo aver inutilmente sperato in una rimonta. Per sopravvivere in South Carolina l’ex governatore della Florida le ha provate tutte, arrivando a portarsi dietro nei comizi il fratello ex presidente George W. e persino la madre novantenne ex First Lady Barbara allo scopo di guadagnarsi le simpatie dell’elettorato. Ma alla fine si è dovuto rassegnare: anche i numerosi veterani del South Carolina, da sempre affezionati ai Bush, gli hanno voltato le spalle. Con Jeb fuorigioco e John Kasich finora eccessivamente debole, i dirigenti repubblicani devono rinunciare a puntare su un candidato moderato e prendere atto dell’estremizzazione della loro base.

La scelta tra i candidati di origini cubane Cruz e Rubio, tra i quali non scorre buon sangue, è ardua. Il primo è infatti popolare tra gli evangelici e i simpatizzanti del Tea Party, ma in molti dubitano che possa prevalere in stati con un elettorato eterogeneo; il secondo, invece, pur godendo di maggiori simpatie all’interno del GOP (tanto da aver ricevuto nei giorni scorsi l’appoggio della popolare governatrice del South Carolina Nikki Haley) deve ancora dimostrare di possedere la grinta necessaria per affrontare un peso massimo come Trump, i cui insulti hanno contribuito alla scomparsa dello sfortunato Bush. Messo alle strette, Rubio potrebbe non reggere nemmeno un faccia a faccia, come avvenuto nel confronto repubblicano del sei febbraio, nel quale il duello con il governatore del New Jersey Chris Christie ha poi avuto ricadute elettorali disastrose in New Hampshire.   

Mentre il Grand Old Party è alle prese con una corsa a tre, sul fronte democratico i caucuses del Nevada hanno segnato la prima vittoria di Hillary Clinton su Bernie Sanders dopo il pareggio in Iowa e l’umiliante sconfitta in New Hampshire. L’affermazione di Hillary era prevista, tuttavia nelle ultime settimane il senatore del Vermont ha colmato un gap consistente, turbando i sonni dello staff Clinton e confermandosi un avversario pericoloso.

Parlando ai suoi supporter la ex first lady è apparsa sollevata, affermando di voler risolvere le sfide che la nazione si trova davanti con “soluzioni reali”. Ad ascoltarla attentamente, Hillary sembra aver capito che per sconfiggere Sanders ha bisogno di rivoluzionare il proprio stile comunicativo, incentrandolo sulle esigenze degli elettori ed evitando di riassumere in continuazione il suo curriculum in una insopportabile litania autocelebrativa. Nel discorso pronunciato sabato la parola “noi” è risuonata più volte mentre Clinton toccava temi come il debito studentesco, l’influenza di Wall Street sul finanziamento dei partiti e la necessità di aumentare il reddito della classe media. Tutti cavalli di battaglia della campagna elettorale di Bernie, entrati ormai a pieno titolo nell’agenda delle priorità del dibattito democratico.

Il risultato del Nevada, sulla scia di quanto avvenuto in Iowa e New Hampshire, testimonia inoltre come l’elettorato progressista sia attraversato da una vera spaccatura generazionale, in cui gli under trenta sono decisamente dalla parte del settantaquattrenne senatore del Vermont mentre i  più anziani continuano a preferire Hillary. Consapevole di ciò, nel suo intervento Clinton ha lanciato un accorato appello alle nuove generazioni: “Please join us”, ha detto ai giovani, dopo essersi dichiarata conscia delle loro preoccupazioni e delle difficili lotte che si trovano a fronteggiare. Insomma, la paura di Sanders ha reso Hillary un candidato migliore, forzandola a costruire una narrazione adatta ad ampliare i consensi. Dal canto suo, Bernie ha ricordato il grande svantaggio dal quale era partito in Nevada, dichiarandosi ottimista per il futuro.

Adesso i democratici dovranno gareggiare in South Carolina, dove la ex first lady detiene un solido vantaggio dovuto alla sua popolarità (e a quella del marito Bill) nella comunità afroamericana del sud. I riflettori di entrambi i partiti saranno poi puntati al Super Tuesday del primo marzo, quando le ipotesi lasceranno spazio ai primi esiti su scala nazionale, con il voto in contemporanea di un numero consistente di stati. Sarà allora che capiremo meglio, da una parte e dall’altra, chi potrebbero essere i due candidati alla Casa Bianca.

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