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Elezioni USA: primarie, un sistema del caucus

Il carattere complicato e antidemocratico delle elezioni primarie americane

elezioni primarie
Primarie e caucuses; delegati e superdelegati; elezioni chiuse e aperte. Il sistema delle primarie che decide i candidati dei partiti che si affronteranno a novembre non è solo complicato ma è anche strutturato in modo da privare a troppa gente il diritto di voto

Nel 2003, pochi mesi dopo l’invasione americana dell’Iraq, su un periodico statunitense apparve una divertente vignetta che ritraeva due generali di fronte ad una carta geografica. Nella didascalia, uno dei due dice all’altro: “Ora che abbiamo esportato la democrazia in Iraq dovremmo fare lo stesso anche con la Florida”.
La battuta finale si riferiva alle controverse circostanze dell’elezione di George W. Bush del 2000 e alla decisione da parte della Corte Suprema di fermare il nuovo conteggio dei voti richiesto dal candidato democratico Al Gore. La decisione della maggioranza conservatrice della Corte Suprema (capeggiata dallo scomparso Antonin Scalia) e la conseguente assegnazione dei voti del collegio elettorale della Florida a Bush, permise a quest’ultimo di diventare presidente malgrado il fatto che Gore avesse ottenuto, a livello nazionale, più voti di preferenza da parte degli elettori.

Se da una parte gli americani si considerano cittadini di un paese democratico al punto da potersi permettere, occasionalmente, di “esportare” questo stesso modello di democrazia, a guardare in dettaglio il funzionamento del loro sistema elettorale, forse farebbero meglio a considerare più seriamente il suggerimento del generale della vignetta.
Le elezioni presidenziali americane si basano su un doppio meccanismo di selezione: le votazioni generali nazionali si tengono, tradizionalmente, ogni quattro anni a novembre ma, nel corso dei dieci mesi precedenti, si tengono le primarie (attualmente in corso) in cui l’elettorato dei singoli stati è chiamato a scegliere tra i vari candidati dei principali partiti dai quali verranno selezionate le “nomination” vale a dire gli antagonisti (generalmente due) destinati ad affrontarsi a novembre nel ballottaggio finale. Questa fase preliminare quindi consiste in mini-elezioni statali ma che sono caratterizzate, allo stesso tempo, da alcune stranezze che possono lasciare perplessi gli osservatori esterni.

Iniziamo col dire che esistono due formati per queste consultazioni: le primarie vere e proprie e i cosiddetti caucuses. Mentre la maggior parte degli stati sceglie i suoi candidati con il primo sistema, un numero minore ma consistente preferisce invece il secondo. Le Primaries, sono elezioni normali in cui gli iscritti ad un partito si recano alle urne per scegliere il loro preferito nella nomina finale tra i candidati del partito stesso. Il nove febbraio scorso ad esempio, gli iscritti al Partito Repubblicano dello stato del New Hampshire hanno espresso in maggioranza la loro preferenza per Donald Trump nella rosa dei nove aspiranti del GOP mentre quelli democratici hanno scelto Bernie Sanders su Hillary Clinton.

La settimana prima, era toccato agli abitanti dello stato dell’Iowa di inaugurare la stagione elettorale con l’altro tipo di consultazione: il caucus.
Anche nel caucus gli iscritti ai due partiti principali sono chiamati a pronunciarsi sulle loro preferenze tra i candidati ma in un contesto molto più “pittoresco”. Gli elettori infatti, si radunano in luoghi pubblici grandi abbastanza da ospitare folti gruppi di persone (come un auditorium o la palestra di una scuola) e sono chiamati a dichiarare esplicitamente la loro preferenza per questo o quel candidato spesso dividendosi fisicamente in gruppi separati che devono posizionarsi in luoghi diversi degli spazi dove avviene il dibattimento. In una situazione del genere quindi, può accadere che membri della stessa famiglia si ritrovino in gruppi differenti a sostenere candidati diversi e, cosa interessante, con la possibilità di cambiare idea e passare da un gruppo all’altro.
Ogni compagine quindi cerca di attrarre individui degli altri gruppi e se magari per alcuni può essere più facile resistere alle esortazioni di un familiare, la situazione può risultare più imbarazzante se in uno dei gruppi “rivali” ci dovesse essere, ad esempio, il tuo datore di lavoro.

Nel suo piccolo quindi, il caucus esprime la prima delle peculiarità del sistema elettorale americano: la relativa mancanza di confidenzialità del voto.
Riassumendo quindi, mentre le primarie sono consultazioni private che si protraggono per tutto il giorno, i cucuses sono invece consultazioni pubbliche e collettive che avvengono solo ad orari predeterminati della giornata elettorale.
Ogni stato quindi ha il suo particolare sistema di voto, ma le differenze locali si estendono anche all’accesso al voto.
Alcune primarie infatti sono “chiuse”, nel senso che solo gli iscritti ad un partito possono scegliere il rappresentante di quel determinato partito.
Una conseguenza alquanto singolare di questa regola naturalmente è che tutti gli elettori registrati come Indipendenti, che non appartengono cioè né al Partito Democratico né a quello Repubblicano, restano esclusi dalla consultazione che, in un sistema democratico a suffragio universale, è abbastanza clamoroso.
Altri stati istituiscono primarie “semichiuse” in cui il voto resta una prerogativa degli iscritti al partito ma che tuttavia consentono agli Indipendenti di accodarsi ad uno (e uno solo) dei due partiti principali.
Un altro gruppo di stati infine, adotta una formula “aperta” in cui ogni cittadino residente in quello stato può votare liberamente in ognuno dei ballottaggi a prescindere dall’affiliazione partitica.

Nonostante il nome, gli Stati Uniti non comprendono solo la federazione di cinquanta stati. In aggiunta a questi infatti l’America, come entità politica, include anche cinque territori d’oltremare (Puerto Rico, le Isole Vergini Americane, Guam, American Samoa, e le Isole Mariane Settentrionali). Pur essendo a tutti gli effetti cittadini americani, la legge consente agli abitanti questi territori di votare nelle elezioni primarie per la scelta dei candidati dei due partiti principali ma non in quelle generali di novembre, per l’elezione vera e propria del presidente. Un’altra eclatante esclusione al diritto di voto quindi, in questo caso ancora più clamorosa se si considera che la popolazione di questi territori ammonta a quasi quattro milioni e mezzo di persone, vale a dire al numero di abitanti di stati come Wyoming, Vermont, Nord Dakota, Sud Dakota, Alaska e Delaware messi insieme!

Un’altra particolarità delle primarie americane consiste nel fatto che questo processo elettorale non avviene in contemporanea in tutti i singoli stati ma è distribuito lungo un periodo di circa cinque mesi (da febbraio a giugno). Questo crea una situazione in cui i primi stati a pronunciarsi (che sono sempre Iowa e New Hampshire) tendono ad influenzare in maniera sproporzionata la percezione di gradimento (e quindi di “eleggibilità”) dando un vantaggio iniziale ai candidati eletti in queste due prime consultazioni e condizionando oltre misura i risultati successivi malgrado il fatto che Iowa e New Hampshire non rappresentino affatto uno spaccato fedele del resto del paese, né dal punto di vista culturale né da quello della loro composizione etnica.
Nel tentativo di controbilanciare l’influenza di questi primi ballottaggi e di aumentare il proprio “peso” elettorale quindi, a partire dalla metà degli anni Settanta un gruppo di stati ha deciso di sincronizzare la data delle loro primarie facendole coincidere con l’ormai fatidico Super Tuesday: il “Super-martedi” della fine di febbraio o inizi di marzo, durante il quale appunto ben dodici stati si pronunciano sui candidati ancora in corsa solidificandone così le posizioni sia in testa che in coda alla classifica.

L’ultima peculiarità delle elezioni americane consiste nel fatto che tutti i voti provenienti dalle urne o conteggiati nei caucuses non vanno direttamente ai candidati ma ai delegati, un gruppo di intermediari costituito da responsabili locali dei due partiti i quali, alla fine della stagione delle primarie, si riuniscono alla Convention nazionale per “coronare” con una nomina ufficiale, il candidato prescelto del loro partito.
Teoricamente, le preferenze dei delegati alla Convention dovrebbero riflettere i voti dei cittadini dei loro stati di provenienza ma, incredibilmente, in alcuni stati, i delegati non sono tenuti ad attenersi a questi stessi risultati e possono conferire il loro sostegno a chi vogliono. Questa singolare clausola di vanificazione delle preferenze di voto è, in realtà, più teorica che effettiva perché al termine delle primarie, le nomine dei partiti sono gia chiaramente e pubblicamente decise.
Ma le sorprese non sono finite perché, in aggiunta ai delegati che devono rappresentare e riflettere le decisioni elettorali della gente, esiste un altro gruppo di “grandi elettori” le cui decisioni di voto sono completamente indipendenti da quelle dei cittadini: i superdelegati.
I superdelegate sono le più alte cariche dei partiti dei singoli stati (come deputati o ex presidenti) e costituiscono ben il trenta per cento dei 2383 delegati incaricati di decidere la nomina alla convention.
E’ chiaro che, con un tale potere decisionale a loro disposizione, questi grandi elettori hanno un’influenza considerevole nel far pendere la bilancia da una parte o dall’altra. Un esempio perfetto di questo potere è il fatto che finora, in campo democratico, la situazione tra Hillary Clinton e Bernie Sanders e di relativo equilibrio: i due hanno praticamente “pareggiato” in Iowa, Sanders ha vinto in New Hampshire mentre la Clinton l’ha spuntata in Nevada. Malgrado questo la ex First Lady dispone di un sostanzioso vantaggio sul senatore del Vermont in termini di delegati (502 – 70) proprio grazie all’appoggio di questi grandi elettori che finora hanno dichiarato il loro sostegno per la Clinton, in barba alla volontà del popolo, pilastro del principio democratico tanto caro agli americani.

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