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Super Tuesday 2: tutto (o quasi) come prima

Donald Trump e Hillary Clinton vincono ancora. Marco Rubio getta la spugna

primarie usa
In quello che si annunciava come il secondo Super Tuesday delle primarie presidenziali USA, Trump e Clinton distaccano gli altri contendenti e consolidano le loro posizioni di capolista dei rispettivi schieramenti. Marco Rubio, abbandona dopo aver perso nel suo stato

Si lo so. Vi avevamo detto che Super Tuesday, il super-martedi delle elezioni primarie americane era già venuto e passato il primo marzo. Ma allora come si spiega tutta questa attesa politica durante questo nuovo martedì 15, anch’esso decisivo per la nomina dei candidati presidenziali dei due principali partiti?
Il Super Tuesday Atto Secondo (o Mega Tuesday come è stato chiamato in Italia), è stato forse ancora più importante del primo perché, avvenendo in un periodo più avanzato della campagna elettorale, aveva la possibilità di decidere alcuni risultati importanti come l’irreversibilità del vantaggio di Donald Trump in ambito repubblicano e, in quello democratico, il ruolo di grande favorita di Hillary Clinton nella loro corsa alla nomination. In altre parole poteva apporre un sigillo definitivo o quasi, sulla selezione dei due candidati finali.

Proprio come durante le consultazioni del primo marzo, a rendere questo nuovo Super Tuesday interessante non è solo solo il numero di stati che si sono recati alle urne, ma anche il fatto che si è trattato di stati popolosi e quindi in grado di assegnare un gran numero di delegati e di far pesare i propri voti.
Un peso specifico che, in campo repubblicano, la Florida e l’Ohio, erano cosiddetti “assi pigliatutto” nel senso che il numero di delegati in palio non è stato assegnato con un sistema proporzionale (che distribuisce i delegati ai vari candidati in proporzione alla percentuale di voto ottenuta) ma elargendo tutti i rispettivi delegati solo ed esclusivamente al vincitore.

Ancora una volta, un sistema di voto che era stato concepito dai vertici del Partito Repubblicano per chiudere velocemente il discorso sulla nomina finale, gli si è rivoltato contro in quanto potrebbe rendere, a questo punto, la nomina dell’odiato Donald Trump quasi un dato di fatto.

Florida e Ohio quindi sono stati sin dall’inizio, i due premi speciali nelle elezioni di martedì anche perché la Florida in particolare, si è trasformata nell’ultima e più umiliante sconfitta per il candidato di centro Marco Rubio, originario proprio di questo stato e che è giunto alla vigilia dell’elezione con un imbarazzante svantaggio nei sondaggi rispetto al favorito Donald Trump. L’annunciata disfatta di Rubio nel suo stato d’origine ad opera di Trump, ha messo prevedibilmente la parola “fine” alla sua avventura elettorale resa ancora più amara dal fatto che, per competere nelle presidenziali, Rubio ha dovuto anche rinunciare alla sua poltrona di senatore ritrovandosi ora, di fatto, disoccupato.

Paradossalmente però, malgrado il gran numero di delegati assegnati al magnate newyorchese vincitore in Florida, il ritiro di Rubio dalle scene potrebbe costituire anche un’opportunità per i suoi rivali superstiti, Ted Cruz e, soprattutto John Kasich, di attrarre i voti centristi di Rubio consolidando, nel medio e lungo termine, l’opposizione a Trump in termini di consenso. Kasich in particolare, che è riuscito ad imporsi per la prima volta nel suo stato di provenienza dell’Ohio, raccoglierebbe da Rubio il testimone di nuovo candidato del centrismo moderato del partito (sebbene parlare di “centrismo moderato” nel GOP attuale è certamente un fatto relativo…) e potrebbe diventare il nuovo “campione” del fronte anti-Trump pur dovendo coprire uno svantaggio abissale in termini dei delegati assegnati finora.

Considerando inoltre che Trump sia riuscito ad imporsi in maniera netta a dispetto del fatto che questa sia stata una settimana difficile per lui, a causa degli episodi di violenza verificatisi ai suoi comizi e alle crescenti accuse di autoritarismo, non si vede come una vittoria anche in queste condizioni “difficili” non costituisca un viatico alla sua nomina finale che ormai appare sempre più inevitabile.

In aggiunta all’Ohio, altri due importanti stati della cosiddetta Rust Belt, Illinois e Missouri, hanno espresso le loro preferenze durante questo Super Tuesday Atto Secondo. La Rust Belt (la cintura della ruggine) è la regione centro-settentrionale degli Stati Uniti che, fino a un paio dei decenni fa costituiva il suo polo industriale, ma che poi, con la globalizzazione, è stata economicamente devastata dalla delocalizzazione dell’industria manifatturiera e dalla massiccia perdita di posti di lavoro trasferiti all’estero. Proprio per questo motivo, gli elettori di queste regioni erano prevedibilmente più sensibili alla retorica sull’opposizione alle politiche commerciali di libero scambio adottata da Trump a destra e da Bernie Sanders a sinistra e che, a torto o a ragione, vengono viste come responsabili del declino economico della regione. Non a caso, l’otto marzo l’altro stato “gemello” del Michigan, ha premiato proprio i due “candidati ribelli” che si sono espressi con toni più duri contro questo “libero-scambismo” imperante.

In ambito democratico, il Super Tuesday 2 quindi rappresentava alla vigilia anche una grande possibilità di riscossa per il senatore del Vermont Bernie Sanders che con la sua vittoria a sorpresa in uno stato importante come il Michigan un paio di settimane fa, ha continuato a dare filo da torcere alla sua rivale Hillary Clinton. Con la tornata elettorale di martedi in North Carolina infatti, la ex First Lady ha quasi del tutto esaurito il solido serbatoio di consensi proveniente dagli stati del Sud che, con la loro massiccia presenza di afro-americani, hanno conferito alla Clinton il sostanziale vantaggio di delegati accumulato finora. La strategia di Sanders è stata quella di “restare in gioco” nel Midwest mentre Hillary accumulava il suo vantaggio nel profondo Sud per poter poi far leva sui risultati di questi stati “post-industriali” fino alla fase finale delle primarie quando arriverà il turno dei grossi stati liberal (progressisti) come New York, California, Oregon, Washington in grado di elargire un gran numero di delegati e le cui popolazioni tendono ideologicamente più a sinistra. E’ stata una strategia teoricamente sensata anche se Hillary Clinton è uscita dalle elezioni del 15 marzo non solo con le due vittorie importanti e previste in North Carolina e Florida ma riuscendo ad imporsi anche negli altri tre stati in palio di Missouri, Ohio e in Illinois.

Questo a dispetto del fatto che nel riporre le sue speranze negli stati della Rust Belt Sanders ha potuto contare sul vantaggio tecnico delle cosiddette Open Primaries, sul fatto cioè che le consultazioni primarie in questi stati fossero aperte a tutti gli aventi diritto al voto e non limitate ai membri di partito. Grazie a questa clausola, Sanders ha potuto contare sul sostegno degli Indipendenti, cioè di quel bacino di elettori ideologicamente eterogenei che non sono affiliati ne’ con i Democratici ne’ con i Repubblicani. Un contributo di voti importante ma che tuttavia non è stato sufficiente al senatore del Vermont.

Malgrado questo, grazie alla solida situazione finanziaria della sua campagna elettorale, c’è da aspettarsi che Bernie continui la sua corsa fino alla fine. Uno sforzo che pur senza culminare nella nomina avrà comunque ottenuto l’effetto di mandare alla probabile vincitrice della candidatura democratica Hillary Clinton e all’intero partito, un chiaro segnale sulla voglia di cambiamento progressista del popolo della sinistra, soprattutto di quei giovani che ne rappresentano il futuro.

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