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La Corte Suprema e l’irresistible marchio della Casa Bianca

Quando il presidente uscente degli Stati Uniti decide di lasciare la sua eredità ideale nella Corte Suprema

corte suprema

16 marzo, 2016: il presidente Barack Obama nel giardino delle rose della Casa Bianca si incammina verso l'ufficio ovale con il giudice Merrick Garland e subito dietro il vicepresidente Joe Biden, dopo aver annunciato ai giornalisti la sua nomina per la Corte Suprema (Ph. White House/ Chuck Kennedy)

Dopo la morte di Antonin Scalia, Barack Obama nomina alla Corte Suprema il moderato Merrick Garland, affrontando un durissimo ostruzionismo del GOP. Non è la prima volta che un presidente nell’ultimo anno di mandato prende una decisione così delicata e certe mosse assomigliano a quelle di suoi predecessori

Un presidente democratico è chiamato a sostituire un giudice della Corte Suprema affrontando una furiosa opposizione del partito repubblicano, per di più nell’anno delle elezioni alla Casa Bianca. Alla fine, sceglie un giurista di altissimo profilo di origini ebraiche e laureato ad Harvard, con la speranza che il suo apporto possa donare un nuovo equilibrio alla Corte stessa e preparandosi a una durissima battaglia in Senato.

No, non stiamo parlando della decisione con cui la settimana scorsa Barack Obama ha nominato Merrick Garland alla Supreme Court, ma di una vicenda, quasi identica, avvenuta esattamente 100 anni fa, nel 1916. Un episodio che ci dice come da sempre la selezione dei giudici supremi sia stata una questione spinosissima della politica americana. E come le sentenze di questi ultimi abbiano finito spesso per cambiare il volto degli States.

All’epoca, mentre la vecchia Europa era immersa nel fango delle trincee della prima guerra mondiale, in un’America ancora in pace spirava il giudice Joseph Rucker Lamar. Il presidente Woodrow Wilson, che in quell’anno si candidava al secondo mandato, decise di esercitare i poteri assegnatigli dalla Costituzione scegliendo il giurista più progressista che gli capitò sottomano e tirandosi addosso l’ira funesta dei senatori repubblicani.

Si trattava di Louis D. Brandeis, soprannominato “l’avvocato del popolo” per aver speso una vita a lottare nei tribunali contro gli interessi di Wall Street e delle big corporation. Non bastasse, l’uomo selezionato da Wilson era il primo ebreo a ricoprire quel ruolo, in un epoca nella quale l’antisemitismo non era cosi infrequente nella classe dirigente a stelle e strisce. L’atto di Wilson fu l’inizio di un estenuante ostruzionismo in Senato per la conferma di Brandeis durato ben quattro mesi. Un record imbattuto per decisioni del genere. Almeno fino a oggi.

Con la morte di Antonin Scalia del 13 febbraio scorso  si è infatti aperta un’ asprissima polemica, che tuttora contrappone Obama allo schieramento repubblicano. Il seggio lasciato vuoto dal giurista italo-americano potrebbe cambiare in modo radicale gli orientamenti della Corte, segnati negli ultimi anni da un’interpretazione ultraconservatrice della Costituzione, con decisioni che per molti hanno mutato in peggio la democrazia degli USA. Un esempio per tutti è quello della famigerata sentenza Citizen United del 2010, con cui la suprema magistratura ha stravolto il sistema di finanziamento della politica, consentendo alle grandissime corporation di sponsorizzare con donazioni senza limiti il proprio schieramento preferito attraverso i cosiddetti SuperPACs, comitati elettorali costituiti ad hoc.

La nomina di Garland si inserisce poi in un contesto nel quale la Supreme Court (che si compone di nove membri) è di fatto spaccata in due, con quattro giudici di orientamento conservatore e altri quattro con vedute più liberal. A differenza di Wilson, però, Obama ha puntato su un “moderato” che seppur lontano dall’ortodossia del vecchio Scalia, gode di estremo rispetto anche tra i senatori del Grand Old Party. Secondo molti analisti, tale scelta potrebbe in ogni caso portare a una svolta progressista della Corte come non se ne vedevano da decenni. Analizzando le posizioni assunte durante la sua lunga carriera, gli esperti ritengono infatti che la presenza di Garland potrebbe favorire la nascita un “asse liberal”, formato dallo stesso Garland e da gli altri due giudici nominati durante l’amministrazione Obama, Elena Kagan e Sonia Sotomayor.

In una recente intervista rilasciata sulla National Public Radio il presidente ha sottolineato come la sua scelta “aiuterà a ripristinare la sensazione che la Corte Suprema è posta al di sopra della politica”, restaurando la fiducia degli americani nel proprio sistema giudiziario. A ben vedere, però, ciò è vero solo in parte. La decisione è stata in realtà una scaltra mossa politica diretta a smascherare l’insensata opposizione dei repubblicani, proponendo un nome a cui è difficile opporsi a priori. E d’altronde il curriculum che Garland si è costruito negli anni conferma la sua reputazione di giudice imparziale e ragionevole, oltre che di uomo tutto d’un pezzo.

Insomma, Obama ha scommesso su un profilo “tecnico” inattaccabile, in grado sia di valutare i singoli casi con indipendenza, sia di porre fine allo sbilanciamento a destra della Supreme Court.

Più che Wilson, Obama sperava forse di emulare le gesta di un altro suo predecessore: il repubblicano Herbert Hoover, che nell’ultimo anno del suo sfortunato mandato, nel 1932, nominò alla Corte Suprema Benjamin Cardozo, giudice confermato all’unanimità grazie alla fama consolidata riconosciuta da entrambi gli schieramenti.

Insieme al citato Brandeis e a Harlan Fiske Stone, negli anni trenta Cardozo costituì all’interno della Supreme Court il gruppo dei cosiddetti “tre moschettieri”, che con le loro sentenze appoggiarono il grande programma riformatore del presidente Franklin Delano Roosevelt. Senza l’indispensabile copertura giuridica da loro offerta a FDR, probabilmente il New Deal avrebbe incontrato un ostacolo insormontabile, e i suoi effetti, che salvarono l’economia americana dopo la tremenda crisi del ’29, sarebbero stati meno dirompenti. A dimostrazione di come la funzione dei membri della Supreme Court, nel bene e nel male, abbia importantissime implicazioni politiche oltre che giuridiche.

Oggi, la speranza di mettere i repubblicani all’angolo sembra una missione quasi impossibile. L’obiettivo del Grand Old Party, che tra l’altro detiene la maggiorana in senato, è prolungare lo stallo, di fatto bloccando l’azione del presidente. In tale contesto, Obama si trova in una posizione ben più difficile di quella di Wilson, che deteneva una seppur risicata maggioranza democratica con l’aiuto della quale riuscì alla fine a prevalere. Dall’epoca di Wilson, poi, il partito repubblicano ha mantenuto solo il nome, perdendo per strada la sua anima progressista. La nomina di Garland è entrata ovviamente di prepotenza nella già infuocata campagna elettorale, e se Clinton e Sanders difendono a spada tratta la decisione di Obama, i tre candidati del Grand Old Party non si sono fatti sfuggire l’occasione per criticare aspramente il presidente, appoggiando l’ostruzionismo del loro partito a fini di propaganda elettorale.

La conferma della nomina presidenziale prevedrebbe da questo momento una serie di audizioni di Garland davanti al Senate Judiciary Committee, prima della votazione finale in Senato. Ma i leader repubblicani più influenti, tra cui il capogruppo dei senatori Mitch McConnell, non hanno la minima intenzione di prendere sul serio la nomina, rifiutandosi persino di dare inizio alle audizioni. E pensare che nel 1997 ben sette degli attuali senatori conservatori votarono per confermare Garland alla corte d’appello del District of Columbia. È proprio su di loro, e su qualche altro “anello debole” del GOP, che i democratici punteranno per tentare di abbattere le barricate repubblicane.

Se nei prossimi mesi non riuscirà a vincere questa difficile partita a scacchi, Obama lascerà Garland in eredità al proprio successore. La posta in gioco è altissima, e le conseguenze di questa nomina in extremis potrebbero ancora una volta segnare il futuro degli equilibri istituzionali interni al sistema democratico americano.

 

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