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Tutti invocano l’Intelligence europea senza sapere cos’è

Ora si chiede più intelligence europea, ma senza darle ancora i mezzi per servire a qualcosa

intelligence europea
C’è poco da fare: se si vuole sapere cosa accade nei bassifondi dell’umanità, se si vuole assicurare un’efficace azione di prevenzione e contrasto, certi ambienti occorre frequentarli, conoscerli, “viverli”. In modo da evitare che dei terroristi si sappia tutto sempre cinque minuti dopo, mai cinque minuti prima

Hanno appena finito di interrogarlo, Salah Abdeslam, e subito Sven Mary, noto penalista belga e difensore del terrorista, fa sapere che il suo assistito è pronto a collaborare con la giustizia belga. Perché lo dice? E’ una “notizia”, non c’è dubbio. E che notizia… non solo per i giornalisti, evidentemente; una notizia che certo non sfugge a chi ha orecchie per intendere; e ha dell’incredibile che sia stata diffusa…   

Salah, braccato in ogni dove, per mesi vive relativamente tranquillo nel suo quartiere di Molenbeek a due passi dalla centralissima Grand Place di Bruxelles; è evidente che può contare su una ragnatela di complicità omertose che lo protegge, una rete di fiancheggiatori estesa, ramificata, potente. Chi lo tradisce non è ben chiaro, ma è evidente che in tanti lo aiutano e lo proteggono: un’organizzazione che dispone di appartamenti, armi, denaro.

E’ possibile, dicono gli investigatori, che i terroristi ancora in attività – si parla di un centinaio, sparsi tra Belgio e Francia, dopo la notizia della presunta collaborazione, abbiano deciso di anticipare i tempi, agire subito, nel timore che Salah potesse rivelare elementi utili per la loro individuazione. Al tempo stesso hanno voluto dare una dimostrazione di forza,  una sorta di “messaggio” all’antiterrorismo e a tutti, qualcosa del tipo: non importa quello che fate e farete, noi riusciamo a colpire comunque.

Ora la parola d’ordine sembra essere: “intelligence europea”. Parola d’ordine cui bisognerebbe dare finalmente pratica, esecuzione. Però è bene chiarirci cosa si intende, quando si parla di comune “intelligence”. E’ senz’altro un lavoro di paziente, meticolosa, oscura raccolta dati; informazioni da reperire sul “campo”, facendo ampio uso di pratiche che possono anche essere discutibili: rubricabili nel “si fa, ma non si dice”; significa una rete di confidenti e interlocutori che operano su un viscido terreno di confine, terreni infidi e pericolosi, e certamente non lo fanno per amor di patria o di gloria. Occorre quindi essere disposti a scendere a compromessi anche onerosi, a do ut des con personaggi di più che dubbia moralità; del resto, lo sa ogni buon investigatore, c’è poco da fare: se si vuole sapere cosa accade nei bassifondi dell’umanità, se si vuole assicurare un’efficace azione di prevenzione e contrasto, quegli ambienti occorre frequentarli, conoscerli, “viverli”. E’ stato senz’altro brutale l’ammiraglio Gianfranco Battelli, direttore del SISMI, quando anni fa disse che gli sembrava “fin troppo ovvio che i servizi debbono poter fare cose illegali”. Di certo bisogna sapere che i “servizi” non si comportano come in un pranzo di gala.

E’ evidente che i servizi francesi e belgi non controllano la situazione nelle loro banlieu. Non hanno  alcuna percezione di quanto accade in quel terreno di coltura per giovani che diventano fanatici assassini, docili strumenti nelle mani di cinici burattinai che perseguono interessi molto terreni e concreti, altro che il Paradiso-latte-miele, e spose vergini a disposizione. Ci sono articolate filiere che procurano denaro, armi, tecnologia, e garantiscono addestramento militare e ideologico a “lupi solitari” e branchi di Jihadisti “invisibili”, di cui non si sa praticamente nulla. Forse proprio perché molto del “lavoro”, ormai, non si fa più fa sul “terreno”, ma dietro lo schermo di un computer; forse perché i “servizi” agiscono come giganteschi aspirapolveri: “bevono” una quantità di dati grezzi, e alla fine se ne ubriacano, non sanno come gestirli. Dei terroristi si sa tutto sempre cinque minuti dopo, mai cinque minuti prima. L’osservazione è di Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale sotto la presidenza di Jimmy Carter, all’indomani degli attentati alle Twin Towers e al Pentagono: “Il 10 settembre 2001 non sapevamo nulla di questi attentatori. Il 12 settembre tutto”. Traduzione: le informazioni c’erano. Il problema era saperle “leggere”. Raccogliere una mole di dati e di “notizie” e non saperle usare per tempo: è il problema di tutte le intelligence. Dal 2001 a oggi, da questo punto di vista non sembra essere cambiato granché. Vien da chiedersi, per esempio, che cosa se ne fa mai la National Agency Security americana della possibilità (e della capacità) di poter “pescare” nel cyberspazio l’equivalente di almeno 600 milioni di file cabinets ogni giorno, se poi i dati non li si sa connettere e mettere a frutto; e si parla della sola NSA… 

Il coordinamento: dopo gli attentati del 2005 si è costituito un coordinamento antiterrorismo dell’UE; coordinatore il belga Gilles de Kerchove; tre anni fa si è costituito l’INTCEN: dovrebbe, appunto, raccogliere informazioni dalle varie intelligence nazionali; a dirigerlo è il finlandese Ilkka Salmi. Sono organismi, vien da credere e pensare, dove il segreto è la regola. Tanto ben custoditi che nessuno sente mai parlare della loro esistenza. Eppure ci sono, a giudicare dalla quantità di denaro pubblico che incamerano. Gli studiosi e gli analisti dei fenomeni terroristici dicono che le agenzie di intelligence europee collaborano più volentieri con gli USA che fra loro; e che non esiste una azione che venga direttamente da Bruxelles. I risultati sono sotto gli occhi.

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