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Le dimissioni del ministro Guidi e la carambola di Renzi

Federica Guidi si dimette ma Matteo Renzi resta nella mediocrità politica

guidi renzi
Il ministro Guidi si è dimesso: ed è ragionevole. Ma il Presidente del Consiglio seguita a non capire (peggio: a fingere di non capire) che la vita democratica è impossibile senza un ordinato equilibrio fra i Poteri dello Stato. Gioca a carambola con le incursioni di questa o di quell’indagine: ma è solo ignavia

Federica Guidi, ministro per lo Sviluppo Economico, giovedì sera si è dimessa. Lo ha fatto per ragioni di “opportunità politica”.

Riassumiamo. L’ex ministro ha un compagno convivente, l’Ing. Gianluca Gemelli, con interessi in due società di progettazione e costruzione: la Ponterosso Group e la ITS srl. L’Ing. Gemelli è, insieme ad altre persone, indagato dallaProcura di Potenza, perchè si sospetta che abbia venduto la sua diretta “influenza” sull’ex ministro. A chi? Alla Total, la nota azienda petrolifera francese. La Total ha un impianto di estrazione in Basilicata, l’ormai notissimo Tempa Rossa e, in cambio delle “influenze”, avrebbe incluso l’Ing. Gemelli nella lista dei suoi fornitori. Una delle società in cui l’ing. Gemelli è socio, avrebbe così potuto eseguire lavori in subappalto per circa 2.5 milioni di euro.

Ora, per cercare di intendere l’arcano, dobbiamo fare un passo indietro.

L’impianto Total di Tempa Rossa è stato progettato su otto pozzi di estrazione; ad oggi, ne sono stati scavati sei; si stima che ha comportato e comporterà investimenti per circa 1.6 miliardi di euro; a regime avrà una capacità estrattiva di 50.000 barili al giorno, 230.000 m³ di gas naturale, 240 tonnellate di GPL e 80 tonnellate di zolfo. Nell’autunno del 2014, in occasione di una visita all’impianto stesso, il Presidente del Consiglio Renzi l’aveva definito come «il principale programma privato di sviluppo industriale in corso in Italia», dichiarandolo di “interesse strategico”.

L’impianto di Tempa Rossa, dopo averli estratti, doveva condurre gli oli minerali lucani in Puglia, a Taranto, dove c’è una raffineria dell’ENI, per lo stoccaggio e il trasporto marittimo dei prodotti petroliferi. Tempa Rossa aveva però necessità di un nuovo oleodotto che, dalla Val D’Agri dov’è situato, giungesse a Taranto, e lì, di una nuova banchina per l’imbarco. Il Comune di Taranto, nel corso di tutto il 2014, aveva negato le autorizzazioni, adducendo esigenze di protezione dell’ambiente.

Proprio su questo stallo, secondo un’ormai ultranota conversazione telefonica, sarebbe intervenuta “l’influenza” dell’Ing. Gemelli sull’ex ministro Guidi. Nella legge di stabilità (la vecchia Legge Finanziaria) per il 2015, alla votazione del Senato il 20 Dicembre 2014, viene inserito un emendamento che, in sintesi, attribuiva al Governo, sottraendole al Comune, le competenze amministrative sull’impianto di Tempa Rossa. E su tutte le opere accessorie che si fossero rese necessarie per il trasporto, lo stoccaggio, il trasferimento degli idrocarburi in raffineria, ai terminali costieri e alle infrastrutture portuali.

Nella conversazione l’ex ministro assicura il compagno che, con l’emendamento, si sarebbe superata l’impasse su Taranto. La Total, così, sicura dello sbocco a mare, avrebbe potuto completare i lavori di costruzione del suo impianto in Basilicata, compresi quelli che, in subappalto, interessavano l’Ing. Gemelli.

Poichè emergerebbe un evidente conflitto di interesse, ecco le dimissioni.

Ciò posto, qualche considerazione laterale.

E’ evidente la sproporzione fra le commesse eseguite dalla società anche dell’Ing. Gemelli e valore complessivo dell’impianto di Tempa Rossa, sua capacità produttiva e ordini di grandezza economica complessivamente coinvolti. Questo significa che l’interesse politico del Governo, peraltro, come visto, pubblicamente dichiarato, non pare ragionevolmente porsi come una copertura per le parcelle dell’Ing. Gemelli. Inoltre non risulta che, alla fine, il Governo si sia avvalso dei poteri attribuitisi con il controverso emendamento. Tuttavia il tramestìo c’è stato.

Però le dimissioni, sul piano politico, sembrano non bastare. E il punto è questo. Avvalendosi di un riferimento contenuto nella ridetta conversazione, “… se è d’accordo anche Maria Elena…”, il M5S, la Lega e, probabilmente anche Forza Italia, hanno subito esteso la responsabilità politica al Ministro per le Riforme Istituzionali Maria Elena Boschi, e, quindi, hanno chiesto le dimissioni del Governo tutto. Fin qui non sembra coinvolta la minoranza del Partito Democratico, ma la situazione potrebbe evolvere. Non è chiaro se il Ministro Boschi sapesse degli interessi dell’Ing. Gemelli ma, in questo contesto elettorale, il particolare non sembra di grande importanza.

Elettorale, perchè è fin troppo agevole rilevare come il 17 di questo mese si voterà sui Referendum, proprio quelli sulle “trivellazioni”; e che le trivellazioni, nella comunicazione semplificata che va per la maggiore, presto diverranno un tutt’uno con le “estrazioni”. Come pure è evidente, o noto, che fra due mesi saranno tenute importanti elezioni amministrative (1371 comuni, compresi Milano, Roma, Torino, Napoli, Bologna, Cagliari).

Solo che a decidere questa mistura di suggestioni e di emozioni, ancora una volta, è una Procura della Repubblica. Unilateralmente e insindacabilmente. Ovvio: ma di che stiamo parlando? Questa è un’indagine, sicchè, prima del processo, non può che essere unilaterale e insindacabile. Mi pare evidente. Anche se rimane nebuloso quanto, sui tempi della divulgazione (si indaga, per lo meno, dalla metà del 2014) abbiano inciso valutazioni di stretto diritto, peraltro malagevoli a partire da un concetto così sfuggente come il “traffico di influenze”; e quanto, invece, personalissime e incontrollabili valutazioni “culturali”, proprie dei magistrati impegnati a vario titolo nel procedimento penale (dove, per inciso, era stato pure chiesto che l’ing. Gemelli fosse sottoposto a custodia cautelare; per sua fortuna, senza seguito). Tutte queste ultime, inezie, as usual.

A questa opacità istituzionale ormai consolidata, che incide sulla genuina formazione del consenso, come sulla reale funzione di indirizzo politico generale, il Governo aggiunge la sua, di opacità. Se, come dire, non si è dissuaso l’ex ministro Lupi dal dimettersi perchè il figlio aveva ricevuto un Rolex, e se il ministro Boschi non si è dimessa per il coinvolgimento del padre nell’indagine per il fallimento di Banca Etruria, non si vede perchè si è lasciato che si dimettesse anche il ministro Guidi. Se, al contrario, quest’ultima ha fatto bene a dimettersi (non c’è motivo di dubitarne), è evidente un’ingiustificata discriminazione.

Che Renzi lasci fare ai magistrati per regolare faccende politiche della sua coalizione è un suicidio. Un suicidio mediocre, molto mediocre, però. Non un suicidio tragico. Un suicidio per inerzia, per ignavia. L’ho scritto più volte, e lo ripeto: è piccolo cabotaggio, è una scelta gregaria e, ciò che più conta, sempre più onerosa per l’Italia. Quando il Rottamatore Tattico cadrà per tumulto giudiziario avrà modo di capirlo, forse. Che se lo sarà politicamente meritato è, tutto sommato, di scarso rilevo. Una speranza in meno, una delusione in più.

Nel frattempo, però, noi, Popolo Italiano, avremo accentuato l’impropria autoinvestitura di un corpo non elettivo a vertice insindacabile dello Stato. E perduto tempo ed energie.

Mediocre, Presidente Renzi, molto mediocre.

    

   

  

  

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