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Ministri indagati e certi rituali giudiziari stalinisti

Le non-indagini su Graziano Del Rio, ministro, e su Federica Guidi, ex ministro

ministri indagati

L'allora ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, con l'allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, oggi ministro delle infrastrutture e dei trasporti. (Ph. Fabio Frustaci)/ANSA

L’abuso della funzione giudiziaria non è certo inedito, ma non bisogna assuefarsi. Se vi sembra esagerato scrivere di degradazione e di privazione dell’umanità, tipici arnesi stalinisti e nazisti, immaginate una qualsiasi delle vostre confidenze esposte al pubblico ludibrio. Le analisi del Prof. Stefano Rodotà

Il signor Walter Pastena, collaboratore dell’ ex Ministro Federica Guidi, parla con il compagno di lei, l’Ing. Gianluca Gemelli: “Io ti devo parlare da vicino, molto da vicino… addirittura ti puoi pure togliere qualche sfizio… ma serio ti puoi togliere qualche sfizio. Tieni conto che i carabinieri prima che tu venissi là sono venuti a portarmi il regalo in ufficio, perché tu non stai attento. Hai visto il caso di Reggio Emilia? Finito ‘sto casino, usciranno le foto di Delrio-Cutro con i mafiosi… tu non ti ricordi quel che io ti dissi, che c’era un’indagine, quelli che hanno arrestato a Mantova, a Reggio Emilia, i cutresi quelli della ‘ndrangheta, no?, te l’ho detto, perché chi ha fatto le indagini è il mio migliore amico, e adesso ci stanno le foto di Delrio con questi”.

In questa conversazione, disposta in seno alle indagini preliminari sulla nota vicenda dell’impianto Total Tempa Rossa e di quello ENI di Viggiano, leggiamo che un ufficiale dei Carabinieri sembrerebbe avere agito ampiamente oltre il giusto. Avrebbe offerto specifici atti d’indagine (fotografie), ad una persona che se ne afferma “il migliore amico”, Walter Pastena. Di costui, pertanto, si può supporre l’ufficiale, a sua volta, non ignorasse la qualità di collaboratore del Ministro Guidi, allora in carica. Se anche si appurasse che l’amicizia non era così stretta, resterebbe la consegna delle fotografie. Sicchè, si dovrebbero conoscere le determinazioni dell’Arma: non è vero niente; oppure, è vero, e abbiamo disposto questo e quest’altro nei confronti dell’Ufficiale (del cui nome e cognome è senz’altro apprezzabile la perdurante ignoranza, sebbene non sfugga una certa disparità di trattamento rispetto, per es. al collaboratore che gli si dice amico, il ridetto Pastena).

E, come si vede, qui non diciamo una parola sulle intenzioni ambigue (“…ti puoi togliere qualche sfizio…”) che paiono trasparire da quella conversazione, e dal godereccio tramestìo investigativo che le alimenta (“i carabinieri…sono venuti a portarmi il regalo in ufficio”).

Ora, generalmente si afferma, a ridosso di indagini come questa, che il problema è e rimane la “moralità” dei governanti; e, ampliando il quadro, dell’intera classe dirigente pubblica, che tendenzialmente ne difetterebbe. Sul punto il Prof. Stefano Rodotà, su Repubblica, sciorina dottrina e retorica in lungo e in largo. Scrive sui membri del Governo, sul Parlamento, sulla Banca d’Italia, sulla Corte Suprema degli Stati Uniti, e cita l’art. 54 della Costituzione: “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. “Democrazia senza morale”, sostiene. Ma tace su tutto ciò che, direttamente o indirettamente, è riconducibile alla responsabilità della magistratura, se non per rilevare che sarebbe “sotto attacco”. Forse perchè, in effetti, la magistratura è  priva di responsabilità; o perchè il Prof. Rodotà ritiene che essa possa condursi arbitrariamente e disonorevolmente. Come lo stillicidio di conversazioni, sia di quelle rilevanti come di quelle irrilevanti per l’indagine, autorizzerebbe a ritenere. C’è però una terza possibilità: che il riferimento parziale segua un’idea. Quale?

Vediamo. Questa conversazione in cui campeggia la coppia Del Rio- ‘Ndrangheta, fa il paio con tutte quelle già pubblicate sulla vita coniugale e familiare dell’ex Ministro Guidi. E, come quelle, allude non ad un comportamento più o meno preciso, ma ad una condizione, presentata come “impura”. Qui, un “contatto” con “mafiosi”, lì un’intimità colta nelle sue inevitabili difficoltà, nelle sue personali tribolazioni.

Lo stillicidio sulla donna Federica Guidi assomiglia ad una lapidazione sulla pubblica piazza dell’impura non ancora infibulata. E, forse per questo, riscuote consensi palindromi. La lapidazione è frutto del fanatismo: il fanatismo, religioso o ideologico, si ha quando “noi” e “loro” si escludono vicendevolmente e diventano così paradigmi impossibili della vita associata. L’avversario non esiste, solo il nemico: che va degradato, cioè privato della sua dignità umana. Ed eliminato.

Se vi sembra esagerato scrivere di degradazione e di privazione dell’umanità, tipici arnesi stalinisti e nazisti, immaginate una qualsiasi delle vostre confidenze, esposte in questo modo al pubblico ludibrio. Che poi l’ex Ministro si dica appagata e rassicurata perchè dalla Procura potentina ha appreso di essere “persona offesa”, e non persona indagata, dimostra più l’efficacia di una tortura che non la sua inesistenza.

A sua volta, il Ministro per le infrastrutture Graziano Del Rio, con l’esposizione del “contatto contaminante”, viene offerto ad una disapprovazione emotiva che, pur non potendosi richiamare ad alcunchè di preciso o di rilevante, già lo condanna quasi come mafioso esso stesso. Sappiamo però, che se elementi ci fossero stati per simili gravissime implicazioni, una Procura della Repubblica ne avrebbe tratto le ovvie conseguenze cautelari e processuali. O quella di Potenza, nel cui procedimento sarebbe stato captato il riferimento “contaminante” del Ministro Del Rio ai “mafiosi quelli della ’ndrangheta”; o quella di Catanzaro, sotto la cui direzione l’Ignoto Ufficiale afferma di aver “fatto le indagini” e di aver tratto il suo “regalo” per lo “sfizio”. Non avendo mosso accuse nè l’una nè l’altra Procura, ne viene che si tratta di illazioni, tratte da una conversazione fra terzi, di nessun rilievo. Non solo di nessun rilievo penale, ma di nessun rilevo e basta: eppure, messa lì a svolgere il suo compito contaminante e scomunicante. Del Rio è un “impuro”.

Tutte quelle inerzie istituzionali su una questione apparentemente polverosa e marginale come la “custodia dei fascicoli”, quelle omissioni analitico-cattedratiche sull’abuso della funzione giudiziaria, sul suo concreto e minuto espletamento, sembrano allora seguire fili comuni.

Così non basta che l’ex Ministro Guidi si sia dimessa; che il suo compagno, sarà giudicato (o forse non più compagno, dopo che le scelte di vita della “sguattera” sono state scarnificate e rimodellate da un’indagine inavvertitamente, forse, “rieducativa”); che il Ministro Del Rio, in affanno, annunci esposti; che il Governo potrà rispondere al Parlamento; che presto sarà valutato anche alle urne referendarie, giacchè il Presidente del Consiglio si è più volte espresso chiaramente in favore dell’astensione.

No. Sembra che il Prof. Rodotà, con il suo silenzio e la sua deliberata focalizzazione solo su uno dei versanti istituzionali della vicenda (Governo/Parlamento e non Magistratura), venga a trarre quei fili ad una stretta finale. Facendosi interprete di un pensiero politico in cui il linciaggio diviene una formula integrativa della critica politica.

E ciò che rende ancora più specioso questo metodo, è che si rileva, ancora Rodotà, come non sia sufficiente l’irrilevanza penale per fondare un giudizio morale positivo (con ciò implicando che anche la dignità di Graziano Del Rio è appesa al nulla). Occorre l’assenza di ogni sospetto. Essendo però il sospetto fatto di una tale pasta, questo equivale a rimettere la sovranità popolare, il Parlamento in cui si esprime, il Governo che ne emana, alla mercè di un sotto-sistema paraistituzionale ma, in realtà, stabilmente sovversivo. Che, mentre agisce patentemente in violazione di ogni moralità e di svariate norme di legge, imputa agli altri immoralità e illegittimità. Un ordigno perfetto, infernale: perfettamente infernale.

Si chiama Tirannia Totalitaria. Il Presidente Matteo Renzi, per il tatticismo vanesio ed esasperato fin qui messo in opera verso l’Ordine Giudiziario,  se l’è probabilmente meritata. Noi, no.

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