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Referendum trivellazioni: le ragioni del “sì” per il Sud

Da una promotrice siciliana del voto "sì" al divieto delle trivellazioni riceviamo e pubblichiamo

di Silvia Mazza
referendum trivellazioni
Il quesito può confondere - votare sì significa evitare che le trivellazioni entro le 12 miglia dalla costa possano continuare - ma la scelta risulta facile: a parte i rischi ambientali, guardando alle opportunità che il referendum propone per l'incentivazione delle energie rinnovabili, il "sì" crea nuovi posti di lavoro per il Sud

Col referendum del  17 aprile viene chiesto agli italiani di esprimersi su un quesito “tecnico”: votare “sì” significa evitare che le trivellazioni già autorizzate entro le 12 miglia dalla costa possano continuare ad essere sfruttate fino all’esaurimento. A renderlo, però, meglio comprensibile a tutti sta, imprevedibilmente, contribuendo la cronaca più recente. Per un verso, l’incidente del 13 marzo che ha provocato una fuoriuscita di petrolio in una piattaforma a 7 chilometri dalle isole Kerkennaharcipelago che fa parte della Tunisia, ma che si trova ad appena 120 chilometri da Lampedusa, e che dimostra come la casistica di riversamento in mare non sia così remota come sostengono i fautori del “no”, che spingono per l’astensionismo che vanificherebbe il voto.  Per l’altro, l’inchiesta della Procura di Potenza sul Centro Oli dell’ENI di Viggiano, dove si concentrano ben 27 pozzi, e sull’iter autorizzativo del giacimento Tempa Rossa della Total, che ha portato alle dimissioni del ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi e che non lascia dubbi su chi sia veramente ad arricchirsi con l’affaire petrolio, a tutto svantaggio dei territori e della loro popolazione. E che ciò stia avvenendo in Basilicata, il “Texas d’Italia”, la regione in cui, secondo dati del 2014 dell’Unione Petrolifera, si raccoglie il 69% del greggio e il 16% del gas estratti nella Penisola, e malgrado ciò si guadagna il secondo posto, dopo la Calabria, tra le regioni più povera d’Italia, e al secondo pure per disoccupazione giovanile (Istat 2015), non richiederebbe davvero ulteriori ragioni a favore del “sì”.

Eppure, il principale argomento di “ricatto” di chi sostiene il “no” è proprio la presunta perdita di posti di lavoro. Ma un dato preciso sugli occupati nelle piattaforme entro le 12 miglia non lo forniscono né i sindacati né Assomineraria, consociata di Confindustria. Quando si fanno i conti e i conticini sui nuovi posti di lavoro legati al fossile dovremmo, allora, mettere anche sull’altro piatto della bilancia quanti sono i posti che non si attivano perché non si punta sulle rinnovabili. Proviamo a farli questi conti.

Mentre secondo Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente, se si investisse sulle rinnovabili si attiverebbero nei prossimi anni 250 mila unità lavorative, il Presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta sostiene che se al referendum vincesse il “no” o non si raggiungesse il quorum si avrebbero nientedimeno che 10.000 nuovi posti di lavoro solo in Sicilia, cioè tante quante sono le persone che Assomineraria afferma lavorare nell’attività estrattiva in tutta Italia. Un dato irreale se lo si confronta anche con quello non meno fittizio per cui, secondo il governo Renzi, se si raddoppiassero le estrazioni si creerebbero 25.000 nuovi posti di lavoro. In altre parole, in tutta Italia se si raddoppiassero le trivellazioni ci sarebbero 25.000 nuovi occupati, mentre nella sola Sicilia, stando solo alla prosecuzione delle trivellazioni entro i 12 km si creerebbe poco meno della metà dei nuovi posti.

referendum trivellazioni ragioni si Che si tratti di numeri frutto di fantasia lo ha spiegato sul Sole 24 Ore Leonardo Maugeri, uno dei massimi esperti mondiali di energia, già top-manager ENI, insomma non proprio un ambientalista: “L’industria del petrolio non è ad alta intensità di lavoro. Si pensi, per esempio, che la Saudi Aramco, il gigante di stato saudita che controlla le intere riserve e produzioni di petrolio e gas dell’Arabia Saudita, impiega circa 50 mila persone (molte delle quali solo per motivi sociali) per gestire una capacità produttiva che, nel petrolio, è oltre sette volte il consumo italiano, mentre nel gas è superiore del 40% al fabbisogno nazionale. Inoltre, le possibili produzioni italiane cui dare mano libera sarebbero vantaggiose (…) solo se si tengono sotto stretto controllo i costi, e quindi si limita l’assunzione di personale. Infine, gran parte dei siti produttivi si controllano con poche persone, in molti casi da postazioni remote. Anche nel caso di un via libera generalizzato alle trivelle, quindi, è alquanto dubbio che si possano creare i posti di lavoro di cui si è parlato (25 mila): forse il numero sarebbe di poche migliaia”.

Lo stesso Maugeri, alla domanda secca: “trivellare si o no?” risponde: “In linea generale no, quando la trivellazione ha per oggetto formazioni dalle prospettive modeste o incerte e rischia di diventare una sorta di accanimento terapeutico contro il sottosuolo e l’ambiente”. Esattamente il caso dell’Italia, con idrocarburi scarsi, di scarsa qualità, in giacimenti estremamente frammentati e a grandi profondità. Che però fanno gola alle compagnie petrolifere straniere perché praticamente gratis: le royalties italiane sono le più basse al mondo, mantenendosi intorno al 10%, mentre per il resto del mondo si va dal 25% della Guinea all’80% della Russia e della Norvegia.

Ma i regali ai petrolieri non finiscono qui. Grazie a un sistema di franchigie per le compagnie, infatti, è più conveniente continuare ad estrarre piccole quantità, per cui non pagano nulla, piuttosto che smantellare, e dover smaltire le piattaforme. Questo è proprio l’oggetto dell’unico referendum trivelle rimasto, dopo che sono stati dichiarati inammissibili gli altri cinque.

Ma proprio perché si tratta dell’unico referendum ammesso, acquista un significato che va oltre il voto in sé: è un sì per il futuro del Paese. Mette gli italiani in condizione di dare un chiaro segnale al governo su quale politica energetica adottare, abbandonando in favore delle rinnovabili la vecchia energia fossile, considerata causa di inquinamento, di dipendenza economica, di conflitti armati e di pressione delle lobby;  e sul fatto che si deve puntare su altri asset di sviluppo, basati sulle risorse e il patrimonio dei nostri territori.

In questo scenario la Sicilia si ritaglia una posizione particolare. Proprio nell’isola, infatti, il senso del referendum comporta implicazioni più estese che nel resto del Paese. Perché porta in primo piano la situazione emergenziale di una regione che, unica in Italia, non ha approvato una legge sul mare, la tutela della costa e l’uso del demanio marino, non dispone di un piano dei rifiuti, idrico, energetico, etc. Una regione che, per altro verso, e questa volta di segno positivo, ha nei Banchi del Canale di Sicilia un prezioso tesoro di biodiversità e di patrimonio sommerso, che la Dichiarazione di Siracusa del marzo 2001 e la Convenzione internazionale UNESCO sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo (Parigi 2 novembre 2001, ratificata dall’Italia con Legge 23 ottobre 2009, n. 157,) hanno posto la necessità di tutelare e valorizzare, mentre multinazionali come Eni, Edison, Northern Petroleum ci hanno piazzato le proprie piattaforme. Perché, pure, possiede fonti energetiche rinnovabili peculiari, ancora tutte da sfruttare: l’energia geotermica prodotta da un vulcano attivo (la Dalmine condusse sull’Etna un esperimento con la Montedison) e le correnti dello Stretto (esistono turbine a impatto 0 in grado di produrre energia h24). Altro che pale eoliche off shore.

Il rapporto Svimez 2015  non citiamolo solo per dire che il Sud è cresciuto la metà della Grecia, quando, invece, parla anche di “potenzialità dell’industria culturale”, dice che “bisogna puntare sull’agricoltura” e che “le rinnovabili sono un’opportunità per il Sud e per il Paese”.

Dovremmo, allora, avere chiari che i due termini della dialettica sono questi: no alle trivellazioni, sì ad investire sul patrimonio e sugli altri asset che incrementano l’attrattività del nostro Paese. Tenuto anche conto del particolare momento storico. Per proseguire col caso siciliano, l’isola non può non occupare le fette di mercato turistico che si aprono per l’instabilità dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Per citare il solo dato della Cappella Palatina a Palermo, le presenze, rispetto ad un anno fa sono in aumento del 15/20%. Ma non ci si può accontentare di processi spontanei, serve una chiara politica culturale e turistica, che invece manca del tutto.

Per approfondimenti, il testo integrale redatto dall’autrice, membro del Comitato #labellezzanonsitrivella, promosso dal movimento civico Diventerà Bellissima, a cui hanno aderito personalità del mondo della cultura, accademico e associazionistico, come Sebastiano Tusa, soprintendente del Mare della Regione Sicilia, Aurelio Angelini, direttore Fondazione Unesco Sicilia, Ignazio Buttitta, docente Università di Palermo, Francesca Pedalino, presidente dell’Istituto nazionale di Bio Architettura, Umberto Balistreri , presidente nazionale dei “Gruppi Ricerca Ecologica”, Leandro Jannì, presidente regionale Italia Nostra, e molti altri.


Silvia Mazza, storica dell’arte e giornalista, è corrispondente per le regioni Sicilia e Calabria di “Il Giornale dell’Arte”, “Il Giornale dell’Architettura” e “The Art Newspaper”. 

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