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Pensaci ancora tu, Uncle Sam, all’Europa smarrita

Prima a Londra e poi ad Hannover, Barack Obama ha richiamato l’Europa ai suoi ideali e alle sue realizzazioni

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Il Presidente Barack Obama, il 25 aprile ad Hannover, Germania, con il premier britannico David Cameron, la cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente francese Francois Hollande e il premier italiano Matteo Renzi (Ph. White House/Pete Souza)

Ancora una volta, la spinta per rimettere in moto l'Europa unita e i suoi ideali, arriva dagli Stati Uniti d'America. A Londra, il presidente Obama si è chiaramente espresso contro il Brexit, perché tenere gli europei insieme in un progetto di Stati Uniti d’Europa era e rimane nell’"interesse del popolo americano"

Siamo a questo punto. Agli europei, travolti dalla pochezza di una politica sotto schiaffo di islamismo e richiedenti asilo, smarriti nella dannazione di un’economia che non riparte e di un sociale in continuo arretramento, la spinta a rimettere in cammino l’Unione deve arrivare da oltre Atlantico! Nella miseranda galleria dei leader del vecchio continente, estinta la specie dei grandi che hanno fatto le istituzioni comuni della pacificazione e dello sviluppo, non disponiamo di una sola autorità, tra le tante che abbiamo a libro paga, che sappia indicare la via e dobbiamo rincorrere ancora una volta i consigli degli amici d’America.

Nemmeno a dire che Barack Obama discenda da europei e sia quindi sollecitato dalla voce del sangue e dal sentimento, come capitò all’”irlandese” John Kennedy che con fierezza si dichiarò di fronte al Muro Ich Bin Ein Berliner! La verità è che nei preoccupati e recisi discorsi in suolo europeo di questa settimana, a parlare con il calore dell’amico e la razionalità dell’uomo di governo, è stato l’Obama comandante in capo dell’America, quindi l’America stessa.

E’ un’America preoccupata quella che ha espresso il presidente, esercitando, come in altri momenti della storia, il suo dovere di partner che deve poter contare sull’alleato. L’America necessita di riavere al suo fianco l’Europa forte stabile e unita di altre fasi, per tenere testa insieme alle sfide della politica e dell’economia internazionali. Che ciò accada è nell’interesse degli americani, non solo degli europei. In questo Washington è sempre stata piuttosto coerente, perseguendo e appoggiando l’integrazione tra europei, un progetto che ha voluto con forza nel primo dopoguerra e negli anni di guerra fredda, ribadendolo alla fine dello scorso secolo spingendo la “nuova Europa” postcomunista ad abbracciare il progetto di Unione Europea. Come in più occasioni appare nei dibattiti al Senato, tenere gli europei insieme in un progetto di istituzioni mirato agli Stati Uniti d’Europa era e rimane nell’”interesse del popolo americano”, oltre che di quello europeo.

Si ricordi che, nel dopoguerra, dopo aver varato il piano Marshall, Washington minacciò di bloccarne l’erogazione, perché i francesi, sempre alle prese con la mitologia nazionalista, non volevano saperne di gestirlo nel tavolo multilaterale che poi sarebbe stato l’Oece/Ocse con sede proprio a Parigi. Quando nacque la Ceca nel 1951, nonostante i compiti limitati al carbone e acciaio e il fatto che ne facessero parte solo sei paesi dei quali tre piccoli, Washington nominò subito un ambasciatore presso l’istituzione. Anche perché a capo della Ceca c’era il geniale finanziere e politico Jean Monnet, padre fondatore delle prime comunità e grande amico degli Stati Uniti. Era uno di quegli europei che avevano combattuto, a fianco di inglesi e statunitensi, contro nazismo e fascismo, progettando di spezzare la dannazione del nazionalismo europeo lavorando al modello federale che aveva reso grandi e democratici gli stati del nord America. Il francese Monnet, che veniva dall’economia e aveva trascorsi di decenni in Inghilterra, fu spedito dal governo di Londra a Washington per un’importante commessa militare. Entrò in confidenza con Franklin Delano Roosevelt e i due se la intesero alla grande. Il Victory Program del 1941 venne anche da quella sintonia e collaborazione politica.

Chissà se Obama aveva in mente quella triangolazione con perno Londra, mentre parlava ai giornalisti nella conferenza stampa tenuta con Cameron al ministero degli esteri britannico. Tono e contenuti del suo discorso erano comunque perfettamente in linea con lo spirito che 75 anni fa aveva portato  Washington a schierarsi con Londra contro Hitler e Mussolini. Attenti. La cosa più ovvia che Obama avrebbe potuto fare nell’occasione, sarebbe stata recitare la giaculatoria plurisecolare della “special relationship” anglo-statunitense.

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Il presidente Obama a Londra con il premier Cameron

E no! Obama invece si schiera esplicitamente contro Brexit, e spiega ai britannici che fuori dall’Ue, al Regno Unito toccherebbe un gran magro destino. Tanto per cominciare, rispetto al trattato commerciale trans-atlantico in discussione, si ritroverebbe fuori dai giochi, condannata al “back of the queue” nel negoziato Ttip.

Certo che, in caso di Brexit, Londra resterebbe nella NATO (c’è persino la Turchia nella NATO), nel G7 e negli altri fori di collaborazione a guida statunitense, certo che tra nazione americana e britannica non finirebbero quelle che Obama ha definito “affinità emotive, culturali e intellettuali” ma, il grande gioco trans-atlantico è altra cosa e si gioca, nella visione di Washington, nell’aperto spazio politico ed economico costituito dal rapporto tra le due aree alleate di democrazia e benessere, Stati Uniti e Unione Europea, non nell’angusto ridotto delle frustrazioni nazionaliste e neo-ottocentesche di questa o quella nazione del vecchio continente.

Che i sudditi di Sua maestà se la sarebbero presa e che avrebbero urlato all’interferenza di Washington era scontato, eppure a stare al sondaggio istantaneo effettuato nel Regno Unito, è mancata la corale alzata di scudi che si sarebbe potuta immaginare: solo il 60% degli intervistati si è lamentato per la posizione di Obama che pure andava a toccare i nervi scoperti della sovranità britannica aizzati da quel gran gentiluomo (la destra selvaggia e cafona è un genere davvero inestinguibile!), Right Honourable Lord Mayor of London Boris Johnson, che, non disponendo evidentemente di argomenti, si è fatto prendere dall’isteria contro “the part-Kenyan president’s ancestral dislike of the British Empire”: isteria che non sta come hanno scritto tutti i commentatori nel “part-Kenyan” (che c’è davvero e non è un’offesa), ma nel “British Empire” (che non c’è più da un pezzo).

Il sindaco ha fatto politicamente anche di peggio quando ha affermato, guardando all’auspicio statunitense che Londra resti nel progetto europeo: “The Americans would never contemplate anything like the E.U. for themselves or for their neighbors, in their own hemisphere”.  Chiedendo poi retoricamente: “Why should they think it right for us?”. Bizzarro che questo signore (!?), nato a New York, dimentichi che gli americani per realizzare qualcosa di simile a quello che suggeriscono da sempre agli europei e che hanno ribadito questa settimana ai britannici, ebbero un Lincoln e si ammazzarono in un’orribile guerra civile. E che gli europei proprio dopo due grandi guerre civili distanti solo vent’anni l’una dall’altra, hanno provato, pacificamente, a farsi, spinti dagli americani, i loro “stati uniti”.

Per certi versi, data la sostanziale irrilevanza della capitale britannica nella politica UE e al contrario il fondamentale ruolo che vi gioca Berlino, ancora più meritevole di commento la posizione espressa da Obama nel passaggio in Germania. Ad Hannover, presente la cancelliera Angela Merkel e lo stato maggiore dell’imprenditoria privata, il presidente statunitense ha ribadito: “Gli Usa e il mondo hanno bisogno di un’Europa forte”. Nella logica della politica estera americana, dal 1948 “Europa forte” si legge Europa unita attraverso istituzioni comuni che puntino all’Europa federale, se e quando sarà possibile farla.

Ha continuato Obama, con un senso della storia che gli fa onore visto che molti leader europei specie nella “nuova Europa” sembrano averlo perso, e con un occhio esplicitamente rivolto alle masse di richiedenti asilo in fuga dai teatri di guerra e alle chiusure di diversi stati membri: “Questo continente nel ventesimo secolo era in costante conflitto: la gente moriva di fame, le famiglie venivano separate. Ora la gente vuole venire qui esattamente proprio per quello che avete creato”.

Il messaggio del presidente statunitense ad amici e alleati del vecchio continente è capitato all’inizio di una settimana europea che ha visto, tra l’altro: l’avanzamento della destra xenofoba nelle elezioni presidenziali austriache, le polemiche sui ventilati sigilli austriaci al Brennero, le reprimende del presidente Bundesbank contro Italia e Banca Centrale europea (in funzione non solo anti-Draghi e anti-Renzi, ma anti Merkel), la denuncia di tre ex presidenti polacchi (tra i quali Lech Walesa) sulla deriva antidemocratica dell’attuale governo (il Parlamento Europeo ha da poco votato la risoluzione che accusa Varsavia di minacciare il sistema democratico, chiedendo al Consiglio Europeo di intraprendere azioni politiche precise per contrastare la svolta), la presa di posizione del gruppo parlamentare socialista del Parlamento Europeo contro le misure supplementari chieste dal Fmi alla Grecia.

Tra alti e bassi, tra segnali contrastanti di una fase comunque difficile nella quale trovano spazio anche gli zombie del razzismo e dell’autoritarismo, l’UE tira in qualche modo avanti. Obama ha richiamato l’Europa ai suoi ideali e alle sue realizzazioni, stimolandola ad essere coerente con i primi e a proseguire con le seconde.  Come spesso capita, chi sta lontano talvolta vede meglio di chi sta troppo vicino, o dentro, alle cose.

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