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Cruz getta la spugna, Trump solo al comando

In Indiana il trionfo del tycoon determina la rinuncia del senatore del Texas. Intanto Sanders batte Clinton

Con la vittoria in Indiana The Donald, dopo aver sconfitto l’establishment e costretto Ted Cruz al ritiro (e John Kasich a sospendere la candidatura), ha la nomination in pugno del GOP. Sul fronte democratico Bernie Sanders continua a stupire vincendo ma Hillary Clinton resta concentrata sul duello tutto "newyorchese" per la Casa Bianca

Alla fine, Donald Trump ce l’ha fatta. Con la vittoria di martedì in Indiana, in cui si è affermato con più del 50% delle preferenze costringendo il principale rivale Ted Cruz a ritirarsi dalla competizione, il tycoon newyorchese ha la nomination in tasca, e rimane privo di avversari in grado di nuocergli da qui alla convention di partito di luglio. “L’ultimo dei repubblicani” ancora formalmente in gioco contro Trump rimane John Kasich, ma la sua presenza è simbolica, dato che il governatore dell’Ohio ha vinto solo uno stato (il suo) e non può in nessun modo evitare che il milionario raggiunga il traguardo. Ora è solo questione di tempo prima che The Donald conquisti la maggioranza dei delegati necessari alla nomination.

Nelle settimane che hanno preceduto il voto, per recuperare il lieve svantaggio nei sondaggi Ted Cruz ha tentato due mosse controproducenti, prima siglando una fragilissima alleanza con Kasich, poi nominando Carly Fiorina, ex candidata alle primarie, come un running mate. Una scelta, quest’ultima, che ha rasentato il ridicolo, considerando l’impossibilità matematica per il texano di raggiungere la maggioranza al primo ballottaggio. Il risultato è stato disastroso: il senatore di origini cubane ha visto i propri consensi calare drammaticamente perdendo uno stato, l’Indiana, che per la presenza della destra religiosa appariva l’ultima speranza di restare in gioco.

Dal canto suo, Trump ha avuto un’occasione d’oro per andare all’attacco, ed ha caricato il nemico con la solita violenza verbale. L’ultima sparata ha riguardato il padre di Cruz, accusato dal magnate di essere coinvolto nientedimeno che nell’omicidio di JFK. Ennesimo delirio trumpiano.

Pochi mesi fa sarebbe parso incredibile, eppure niente ha potuto fermare la scalata con cui Trump ha raggiunto la vetta del Grand Old Party, spazzando via come un tornado tutti gli avversari, da quelli “istituzionali” come Jeb Bush e Marco Rubio a quelli “antisistema” come Cruz, sottomettendo la dirigenza del partito e riscuotendo un successo senza precedenti tra l’elettorato. Inviso a gran parte del suo schieramento, Trump ha imposto la sua presenza a suon di voti riuscendo alla fine a spuntarla sull’odiato l’establishment, sceso più volte a gamba tesa nella competizione per sbarrargli la strada. A nulla sono valsi gli appelli di Mitt Romney, John McCain, Paul Ryan e degli altri pezzi da novanta del Partito repubblicano; sfoggiando un atteggiamento da bullo e ricambiando con insulti, sfottò e gaffe rivolti a chiunque lo criticasse, la strategia di Trump è risultata vincente. Negli ultimi tempi, poi, al populismo spinto si sono affiancate tattiche più elaborate, e grazie all’aiuto dei nuovi esperti assunti nel suo staff, i quali hanno lavorato dietro le quinte per assicurargli l’appoggio dei delegati che andava guadagnando, lo stravagante newyorchese è riuscito a vincere anche sul piano delle intricate regole delle primarie.

Paradossalmente, l’unica seria minaccia è venuta da un senatore ultraconservatore texano espressione del movimento di protesta del Tea Party, che prima della comparsa del tycoon era senza dubbio il repubblicano più odiato a Capitol Hill. A esprimere senza ritegno i veri sentimenti dei vertici del GOP nei confronti di Cruz è stato nei giorni scorsi John Boehner, ex capogruppo dei repubblicani, il quale lo ha definito “Lucifero in carne e ossa”, ribadendo un disprezzo ben noto e mai celato nel campo conservatore.

Tale circostanza, da sola, è indicativa della profonda crisi di identità attraversata dal Partito repubblicano, incapace di fornire candidati istituzionali ritenuti credibili dalla base e di elaborare una piattaforma politica compatibile con le esigenze dell’elettorato.

Recenti studi elaborati dal Pew Research Center  hanno dimostrato come la popolarità del GOP sia giunta a uno dei livelli più bassi degli ultimi due decenni, mentre i dati riguardanti l’affiliazione politica  favoriscono di gran lunga il partito democratico.

Insomma, l’incredibile successo di Trump e la recente ascesa di figure come Cruz sono figlie di un partito malato. Di fronte alla ormai quasi certa incoronazione del tycoon a Cleveland, scenario inedito dagli esiti inaspettati, resta da vedere se il GOP avrà la forza di sopravvivere e di rinnovarsi dopo le elezioni presidenziali, in cui molti analisti prevedono una sconfitta epocale contro Hillary Clinton.

In campo democratico, con una percentuale che si aggira intorno al 52% e un vantaggio di oltre cinque punti percentuali sulla ex First Lady, è stato Bernie Sanders a spuntarla in Indiana. Malgrado sia matematicamente impossibile conquistare la nomination dopo i rovesci subiti a New York e nel Nord Est, è certo che la corsa del senatore del Vermont continuerà fino alla fine, cercando di strappare quanti più delegati possibili a Hillary. Il risultato di Sanders in Indiana e le probabili future vittorie in alcuni dei rimanenti contesti non saranno sufficienti a fermare la “corazzata Clinton”, ma per l’ennesima volta i fatti mostrano (se ancora ce ne fosse bisogno) la popolarità del messaggio politico di Bernie tra le giovani generazioni e la vitalità della sua campagna elettorale.

Se Sanders ha deciso di lottare fino all’ultimo, Hillary pensa già alle presidenziali. Nei giorni scorsi, l’ex Segretario di Stato ha iniziato una vasta campagna di reclutamento assumendo nuovo personale in tutto il paese in vista dello scontro con Trump, mentre i principali comitati elettorali che le stanno dietro stanno da tempo investendo cifre consistenti  in pubblicità da spendere nei prossimi mesi. Al contrario, Bernie ha dovuto licenziare ben 225 membri  del suo team, per concentrare al meglio le sue risorse nella fase finale delle primarie.

P.S. Si arrende anche “l’ultimo dei repubblicani”

Nel corso della giornata di mercoledì John Kasich ha maturato la decisione di ritirarsi dalla competizione elettorale, nonostante nei giorni scorsi abbia più volte dichiarato di voler rimanere in corsa a dispetto della prevista sconfitta in Indiana. Il governatore dell’Ohio ha formalmente annunciato la sospensione della sua campagna nel tardo pomeriggio. Poco prima, quando circolavano già alcune indiscrezioni al riguardo, Trump si è detto disponibile a valutare l’eventuale candidatura di Kasich come running mate. Ma è ancora presto per fare previsioni.

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