Cerca

PoliticaPolitica

Commenti: Vai ai commenti

Primarie: Hillary e Bernie pareggiano, Trump gode

La continuazione del duello tra i democratici rafforza la corsa del miliardario per la Casa Bianca

primarie-usa

Settembre 2015: Donald Trump tra i suoi supporter promette fedeltà al Partito repubblicano (Ph. Michael Vadon)

Hillary Clinton vince di poco in Kentucky, mentre Bernie Sanders si prende l’Oregon. In casa democratica spuntano però veleni in grado di mettere a rischio l’unità di partito alle elezioni di novembre. Donald Trump nel frattempo sigla la pace con il GOP, ma deve fare i conti con vecchie imbarazzanti vicende

La lunga maratona delle primarie si avvia verso la conclusione, ma il verdetto finale sul vincitore, in casa democratica, dovrà ancora attendere. Prima di sfidarsi in quello che si preannuncia come un esaltante duello nell’assolata California, Hillary Clinton e Bernie Sanders si sono affrontati martedì in Oregon e Kentucky, e i risultati delle elezioni hanno dimostrato come tra i due la competizione continui a restare accesa.

Stando ai dati più recenti, in Kentucky c’è stato un sostanziale pareggio, anche se Hillary è riuscita a spuntarla in forza di un leggerissimo vantaggio, mentre il senatore del Vermont ha vinto in Oregon con una percentuale che si aggira intorno al 54%.

Le dinamiche del voto democratico sono ormai note: entrambi gli stati, con una popolazione a larghissima maggioranza bianca, erano obiettivi alla portata di Sanders, il cui appeal nei confronti delle minoranze è notoriamente debole. A differenza che in altri contesti si trattava inoltre di primarie “chiuse” (in cui cioè potevano votare solo elettori registrati al partito) le quali di solito favoriscono Hillary. E se la presenza degli indipendenti avrebbe potuto dare una spinta decisiva a Bernie in Kentucky permettendogli di sorpassare la rivale, la forte impronta progressista dell’elettorato dell’Oregon ha comunque premiato il senatore del Vermont.

I pochi sondaggi disponibili prima del voto, che prevedevano una competizione sul filo del rasoio, si sono alla fine rivelati attendibili.

Conti alla mano, in termini di delegati il vantaggio della ex First lady non viene scalfito in forza del metodo proporzionale di assegnazione dei delegati; eppure la perseveranza del “segugio” Sanders, e la sua volontà di lottare strenuamente fino all’ultimo voto costringerà la “volpe” Clinton a stare all’erta, almeno fino agli appuntamenti cruciali del 7 giugno in California e New Jersey, nei quali i giochi potrebbero chiudersi in modo inequivocabile a suo favore.

Convention avvelenata? In vista delle elezioni presidenziali Hillary dovrà poi decidere se buttarsi al centro tentando di intercettare i voti dei repubblicani moderati o tendere al contrario una mano ai sostenitori di Bernie, scegliendo un running mate di chiara impronta progressista e concedendo al nemico l’onore delle armi, magari concordando una piattaforma politica comune con l’agguerrito senatore del Vermont.

benirne-sanders-proteste

Convention democratica del Nevada, sabato 14 maggio: le proteste dei sostenitori di Bernie Sanders (Chase Stevens/Las Vegas Review-Journal via AP)

Di certo, il clima che si respira tra i democratici non sembra favorire le intese. Al contrario, nei giorni scorsi si sono verificati episodi preoccupanti,  che hanno messo in luce l’indisponibilità al dialogo di una parte “estrema” della base. Durante la convention del Nevada, nella quale bisognava decidere sull’assegnazione di una porzione di delegati, i più accesi sostenitori di Sanders hanno scatenato violenti disordini, minacciando ripetutamente alcuni rappresentanti di partito. I protagonisti di tali azioni sono una rumorosa minoranza, la cui presenza rischia di compromettere l’unità dei democratici, indispensabile per la vittoria a novembre. In un comunicato  successivo agli eventi Bernie non ha esitato a condannare le violenze, tuttavia il suo atteggiamento, a detta di molti, è parso ambiguo. Il senatore socialista ha infatti rilanciato lamentando le scorrettezze del partito nei confronti dei suoi, gettando benzina sul fuoco e dando adito a inevitabili polemiche.

Ciò che emerge è dunque una profonda spaccatura tra i progressisti; una bomba dal potenziale letale che, se non disinnescata in tempo, potrebbe esplodere alla convention di Philadelphia, proprio come avvenne nel 1968 a Chicago. Per evitare il triste ripetersi della storia Bernie che Hillary dovrebbero smorzare i toni, e pensare a come fronteggiare uniti Trump.

Pace fatta nel GOP. Mentre tra veleni e polemiche la sfida democratica si avvia al gran finale, in campo repubblicano la guerra tra l’establishment e il tycoon sembra essersi finalmente conclusa. Giovedì scorso, il magnate newyorkese è salito a Capitol Hill per incontrare una vasta pattuglia parlamentare guidata dal capogruppo alla Camera Paul Ryan, e al termine del meeting la dirigenza repubblicana ha dato la netta impressione di essersi ormai unificata intorno al controverso milionario.

Le dichiarazioni dei protagonisti sono apparse inequivocabili: Ryan ha definito Trump “caloroso e sincero” e quest’ultimo ha ricambiato la cortesia affermando che lo confermerà alla presidenza della Convention, facendo un passo indietro rispetto alle minacce di rimuoverlo fatte qualche tempo prima. Stando alle indiscrezioni Ryan non ha ancora dato il suo endorsement ufficiale al magnate, ma si tratta di una formalità inutile a questo punto. Nei suoi rapporti con Trump, Ryan segue così le orme del collega Mitch McConnell, capogruppo al Senato, che da vecchia volpe aveva da tempo fiutato il vento, lavorando dietro le quinte per convincere i senatori conservatori a piegarsi al nuovo capo.

Nei colloqui con i pezzi da novanta del GOP si è parlato di immigrazione e di politiche fiscali, e a detta di Ryan il prossimo passo sarà quello di approfondire la discussione sull’agenda politica, in modo da trovare un’intesa sulla piattaforma programmatica in vista della Convention di luglio. Tradotto: la dirigenza vuole assicurarsi che le proposte presentate ufficialmente dal tycoon a Cleveland siano compatibili con l’anima neoliberista del partito, più volte messa in discussione dalle bordate populiste espresse da Trump in campagna elettorale.

In fondo, però, The Donald non si cruccia del programma, né avrà problemi a cambiare opinione su un’agenda comune, se lo riterrà utile ad acchiappare voti. D’altronde, lui stesso si autodefinisce “flessibile” sui contenuti e sa che vincere a novembre significa attrarre a sé una platea di elettori molto più vasta di quella delle primarie, smussando alcune delle sue posizioni più estreme.

A ben vedere, lo sta già facendo. Qualche esempio? Stando a quanto dichiarato di recente, la proposta di vietare temporaneamente l’accesso ai musulmani negli USA si è trasformata in un più blando “suggerimento”, mentre per mettere in difficoltà la Clinton il tycoon ha iniziato a usare un arsenale di sinistra, criticando i legami della ex First lady con Wall Street, proponendo aumenti di tasse ai super-ricchi e cercando così di sfruttare a suo favore il malcontento della classe media, impossessandosi di una fascia di elettori indipendenti che in questa fase sostiene ancora Bernie Sanders, ma che in futuro potrebbe finire nelle sue fauci. Sulla politica estera, infine, Trump non ha una strategia coerente, seppure molti lo definiscono un neoisolazionista. E se da un lato si dichiara disponibile a incontrare il dittatore nordcoreano Kim Jong-un, nemico giurato degli States, dall’altro vuole stracciare l’accordo sul nucleare iraniano, ritenuto troppo oneroso per gli USA.

In breve, oscillando tra evidenti contraddizioni e approfittando del proprio vuoto programmatico, Trump ha addomesticato senza difficoltà il Grand Old Party, forte della valanga di voti ottenuta alle primarie.

Ora i suoi nemici interni si sono ridotti a un manipolo di irriducibili tra cui figurano Mitt Romney, i Bush e il senatore del South Carolina Lindsey Graham, il quale giovedì ha avuto un breve e cordiale colloquio telefonico  con il tycoon su tematiche di sicurezza nazionale, rimanendo però (e ci ha tenuto a precisarlo) un suo oppositore.

Imitazioni maldestre. Nonostante abbia fatto pace con l’establishment raccogliendo un indubbio successo, Donald Trump non ha avuto una settimana tranquilla. A perseguitarlo sono state vecchie e imbarazzanti vicende tirate fuori dalla stampa, che gettano una luce inquietante sulla sua personalità e di riflesso sull’attitudine a gestire un potere immenso come quello della presidenza.

Trump-Playboy

Una copertina di Playboy del 1990

Il Washington Post ha riesumato infatti una vecchia registrazione telefonica del 1991  nella quale compare una voce incredibilmente simile a quella di Trump, che confida dettagli della vita privata del magnate a una giornalista della rivista People. L’uomo, che dichiara di essere un addetto stampa della Trump Organization di nome John Miller, imbastisce un delirante panegirico sulle incredibili qualità del suo capo, descritto come un amatore corteggiatissimo e un business man “tremendamente di successo”. La voce, ovvio, è quella dello stesso Trump, e tutta la scenata pare il frutto di una personalità instabile. Ascoltandola si rimane interdetti.

A dire il vero, in altre occasioni The Donald aveva già sfoggiato maldestre imitazioni, spacciandosi ad esempio per John Barron,  un altro addetto stampa frutto della sua fantasiosa immaginazione.

Oltre a ciò, nei giorni scorsi il New York Times ha pubblicato un articolo  nel quale tenta di analizzare, con l’aiuto di numerose testimonianze, il rapporto tra il tycoon e le donne, ritraendolo come un morboso dongiovanni.

Il pezzo, di per sé, è un finto scoop e non contiene nulla di inedito, eppure è indicativo di un tema (quello del sessismo) sul quale Trump verrà attaccato senza sosta da Hillary, la quale ha già lanciato degli spot inequivocabili  al riguardo.

Per finire, il magnate si è attirato aspre critiche continuando a rifiutarsi di rilasciare la dichiarazione dei redditi con scuse pretestuose, rompendo una tradizione a cui nessun candidato alla presidenza si è mai sottratto dal 1976, e insinuando il dubbio che il patrimonio da lui millantato non corrisponda a quello dichiarato. Recentemente, il candidato repubblicano ha solo precisato (senza darne prova) di avere avuto nel 2015 un reddito di 557 milioni  di dollari, al netto di interessi, profitti azionari, proventi sugli affitti e royalities.

Insomma ci sarebbero fin troppe questioni su cui interrogare Trump. Malgrado ciò, nulla di interessante è emerso nell’attesissima intervista concessa dal magnate a Megyn Kelly e andata in onda martedì. La giornalista di Fox News, protagonista , in passato di una furiosa polemica con The Donald, non lo ha incalzato con domande imbarazzanti, e tra i due è andata in scena una sorta di pubblica riconciliazione, priva di qualsiasi rilevanza giornalistica. Tra aneddoti familiari e riflessioni pacate, Trump è apparso particolarmente rilassato. In fondo, non è stato messo alle strette.

Come il GOP, anche l’implacabile Megyn gli ha concesso una tregua.

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter