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Clinton e Warren, la corazzata “rosa” per affondare Trump

Parte l’offensiva democratica tutta al femminile contro Trump che resta in difficoltà

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Hillary Clinton ed Elizabeth Warren durante il comizio a Cincinnati, Ohio (Ph. da Facebook)

La senatrice Elizabeth Warren scende in campo al fianco di Hillary Clinton infiammando il pubblico di Cincinnati e attaccando Donald Trump. Può davvero aspirare alla vicepresidenza? Intanto il tycoon continua la cavalcata a sinistra sui temi economici, ma è ancora in calo nei sondaggi

Era la prima volta che salivano sul palco insieme, ma sembrano già una coppia affiatata. Hillary Clinton ed Elizabeth Warren hanno tenuto lunedì scorso un affollato comizio a Cincinnati (Ohio), che ha elettrizzato il pubblico presente rivelandosi uno degli eventi più riusciti dell’intera campagna elettorale della ex First lady.

Tutto grazie all’energia sprigionata dalla senatrice del Massachusetts, uno degli idoli progressisti più amati dall’elettorato ben prima che lo stesso Bernie Sanders fosse noto al grande pubblico. Dopo aver dato il suo endorsement ufficiale a Hillary all’indomani del voto californiano che l’ha incoronata presunta nominata, Warren è finalmente scesa in campo. E il peso della sua presenza si è fatto immediatamente sentire.

Più che una semplice introduzione al successivo intervento della candidata democratica, le parole dell’agguerrita senatrice hanno infatti dato l’imprinting all’intero comizio, entusiasmando il pubblico e colmando la proverbiale “freddezza” di Hillary, che ha potuto così sfruttare al meglio il suo attuale vantaggio contro il rivale repubblicano Donald Trump.

Sono stati proprio gli incessanti attacchi al tycoon newyorkese a segnare il successo dell’evento, scatenando le ovazioni degli astanti e indicando a Hillary una efficace linea da seguire. “Trump dice di voler rendere l’America di nuovo grande […] ma per chi esattamente? Per i milioni di ragazzi che lottano per permettersi un’istruzione? Per milioni di anziani che sopravvivono a stento con l’assistenza sociale? Per le famiglie che non possono volare in Scozia per giocare a golf?”, ha tuonato dal palco Warren, riferendosi al recente viaggio oltreoceano con cui Trump ha inaugurato uno dei suoi lussuosi resort. “Quando Donald Trump dice di voler rendere di nuovo grande l’America, intende renderla ancora più grande per i ricchi come Donald Trump” ha aggiunto, dipingendo il magnate come un milionario senza scrupoli attento solo al suo interesse e descrivendo Hillary come l’esatto opposto. “State attenti a Donald Trump” – ha avvertito Warren – perché è capace di trascinarvi nel fango pur di ottenere ciò che vuole […] Donald Trump chiama gli afroamericani teppisti, i latini stupratori e criminali e le donne bambole. Hillary Clinton crede che non ci sia posto per il razzismo, l’odio, l’ingiustizia e l’intolleranza in questo paese […] lei lotta per noi!” ha continuato l’incontenibile senatrice agitando le braccia e richiamando uno degli slogan della campagna elettorale della Clinton.

È stata poi la volta della ex First lady, che ha continuato sulla scia della Warren mettendo in ridicolo la suscettibilità di Trump, criticando (tra le altre cose) la sua reazione alla strage di Orlando, le sue simpatie razziste e definendolo privo del temperamento necessario a un presidente.

Insomma, da Cincinnati è partita un’offensiva micidiale tutta al femminile contro il tycoon, guidata da un personaggio che già in altre occasioni ha dimostrato di saper tenere testa al milionario newyorkese e considerato da alcuni perfetto per il ruolo di running mate. Nei mesi scorsi, Warren è ha neutralizzato molti degli assalti di Trump, rispondendo colpo su colpo e contrattaccandolo con i suoi stessi mezzi, usando al meglio il potenziale offensivo di social media come Facebook e Twitter. Definita da The Donald “goofy” (scemotta) e “Pochaontas” (per via delle sue presunte origini indiane), la senatrice lo ha descritto come un “chiassoso, pericoloso e suscettibile imbroglione”, ingaggiando una furiosa guerra a colpi di tweet.

Ma se Warren si sta rivelando un prezioso braccio destro di Hillary in grado di neutralizzare il bullismo di Trump, quali sono le effettive possibilità di conquistare l’ambito ruolo di running mate? Per rispondere bisogna valutare i pro e i contro di una sua nomina, ragionando dal punto di vista della Clinton.

Partiamo dal principale punto a suo favore. Il forte progressismo di Elizabeth, che nel tempo si è guadagnata la fama di nemica numero uno degli interessi della grande finanza creando, tra le altre cose, il Consumer Financial Protection Bureau (agenzia governativa a tutela dei consumatori contro gli abusi degli operatori finanziari), la rende il partner ideale per convincere gli ex elettori di Sanders. Dal canto suo, recentemente il senatore del Vermont si è reso disponibile a votare  per Hillary, ma non ha ancora dato il suo endorsement, preparandosi a una dura lotta programmatica alla convention di Philadelphia.

Tuttavia il carisma di Elizabeth rischierebbe di oscurare la Clinton, e la ex First lady non sembra propensa a vedersi scalzata quando (e se) riuscisse a essere eletta alla Casa Bianca. In questo momento, inoltre, sta accumulando un crescente vantaggio nei confronti del rivale repubblicano, che potrebbe dissuaderla dalla necessità di nominare un vice così ingombrante. Non bastasse, la propensione al compromesso, che ha spesso caratterizzato l’operato politico della candidata democratica, poco di confà alla personalità della Warren.

A meno che non scelga di virare decisamente a sinistra troncando di netto i suoi legami con Wall Street, che ha messo il veto sul nome della senatrice, l’inclusione nel ticket appare dunque improbabile, anche se non del tutto esclusa. Più realistica è invece la promessa di un ruolo di rilievo nella futura amministrazione, che garantirebbe un coinvolgimento in prima linea nella campagna elettorale. Con effetti ugualmente vantaggiosi, come dimostra la riuscita del comizio di lunedì in Ohio.

Nel frattempo, mentre si consolida l’asse “rosa” Clinton – Warren, Donald Trump continua la sua cavalcata  anti – establishment, provando a intercettare il malcontento degli indipendenti e dei cosiddetti #NeverHillary. Nell’ultimo discorso   pronunciato martedì a Monessen, Pennsylvania, Donald ha esposto alcuni dei punti forti del proprio programma economico, dichiarando la volontà di stracciare gli accordi di libero scambio a suo tempo sponsorizzati dalla Clinton e portati avanti dall’amministrazione Obama (come ad esempio il Trans-Pacific Partnership). Un vero e proprio schiaffo alle politiche neoliberiste degli ultimi anni, per mezzo delle quali le grandi corporation hanno potuto delocalizzare deprimendo l’economia USA e creando un gravissimo malcontento tra la working class. L’obiettivo è quello di riportare in patria le grandi aziende frenando in parallelo politiche di concorrenza commerciale di paesi come la Cina, rilanciando l’occupazione sul suolo americano. Il protezionismo caldeggiato da Trump è ovviamente avversato da gran parte del partito repubblicano, principale sponsor dei neoliberisti d’oltreoceano. In questo caso, però, mettersi contro il GOP non può che giovare al tycoon, garantendogli un allargamento notevole della base elettorale da qui alle elezioni. “Hillary Clinton e i suoi amici nella finanza globale vogliono spaventare l’America pensando in piccolo, e vogliono terrorizzare gli americani dissuadendoli a votare per un futuro migliore. Il messaggio della mia campagna è opposto” ha dichiarato il magnate, finendo addirittura per citare “padri fondatori” come Alexander Hamilton e George Washington in una sorta di “nuova dichiarazione di indipendenza economica”.

Se il “nuovo corso” trumpiano è senza dubbio lungimirante a livello strategico, il magnate deve ancora fare i conti con un drammatico calo  di popolarità dovuto alle intemperanze messe in luce dopo la strage di Orlando, la cui onda lunga continua a sentirsi nei sondaggi d’opinione.

Sarà la capacità di “contenersi” in momenti di crisi uno degli aspetti su cui punterà il suo staff, il quale d’ora in avanti cercherà in tutti i modi di rendere il più possibile “presidenziale” The Donald.

E dati i precedenti, non sarà un’impresa facile.

 

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