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L’Italia ostaggio di burocrati intoccabili e strapagati

Prima ancora che nel ceto politico, il problema italiano sta nei privilegi del suo ceto burocratico

burocrazia italia

Illustrazione di Marilena Nardi www.marilenanardi.it

I cittadini italiani, che hanno appreso a ribellarsi al politico e a licenziarlo, non hanno capito che se non tolgono i privilegi alla dirigenza pubblica, non ne cancellano le zone di impunità inutilità e danno, non la fanno retribuire su base di produttività come capita a tutti coloro che lavorano, non riusciranno mai a migliorare la propria condizione. A Roma intanto...

Con la consueta competenza, Sabino Cassese si esprime, nel Corriere della Sera di fine agosto, sulla vexata quaestio della dirigenza pubblica italiana, promuovendo il provvedimento presentato dal governo per curare una piaga, non ultima causa dei mali nazionali. La speranza di Cassese è che si potrà finalmente dare un taglio alle pessime abitudini del ceto amministrativo frapposto dall’ordinamento tra politici e popolo. Siccome la speranza, dicono, sia l’ultima a morire, aderiamo pure agli auspici di Cassese, anche perché la partita è di vitale importanza per il futuro dello stato democratico e delle nostre tasche,

Cominciamo da qualche constatazione. Non c’è politico che possa cambiare un paese, se non è coadiuvato da un’amministrazione insieme competente, capace, onesta, patriottica, economica, intercambiabile. La competenza si acquisisce con lo studio e l’esperienza, la capacità la si mostra sul campo, l’onestà o ce l’hai o non, il patriottismo è tuo dovere, l’economicità sta dentro la busta paga equa ma non esosa, mobilità significa che ti lasci spostare di servizio secondo le esigenze pubbliche non secondo le tue. Chiediamo in giro e difficilmente un solo cittadino dirà che il dirigente che ha incontrato in comune, regione, istituto scolastico, polizia, ufficio postale, sanità pubblica, tribunale, fisco, etc. esprimesse tutti insieme quei requisiti.

Prima ancora che nel ceto politico, il problema italiano sta in quel ceto burocratico, che ha messo radici nei gangli vitali della cosa pubblica succhiandone linfa e risorse. Quella che doveva essere la spinta propulsiva della società italiana, nella sua quadruplice funzione di dirigenza economica, politica, culturale, di sicurezza, si è trasformata nella funzione di autotutela di privilegi intoccabili, stipendi scandalosi, inamovibilità funzionali, irresponsabilità di fatto sugli atti dovuti (basta non firmare, mettersi in malattia o ferie, uscire dal ruolo o fuggire in aspettativa, sindacalizzarsi o affidarsi al politico di turno) generando non tanto la “casta” descritta in uno sconfortante libro di successo, quanto nella classe “digerente” delle termiti che tutto ingoiano e triturano sulla base di un (presunto) diritto di natura (dirigente).

Il popolo, che ha appreso a ribellarsi al politico e a licenziarlo (da Mani pulite ha fatto tabula rasa di cinque ceti di governo), non ha capito che se non toglie i privilegi alla dirigenza pubblica, non ne cancella le zone di impunità inutilità e danno, non la fa retribuire su base di produttività come capita a tutti coloro che lavorano, non riuscirà mai a migliorare la propria condizione.

Il pesce, si tramanda, puzza dalla testa e la testa è il politico. E’ vero fino a un certo punto. Accanto ci sono le teste dei dirigenti che possono accelerare o boicottare, consigliare o sconsigliare, far vedere o nascondere, e che soprattutto restano anche quando il politico termina il mandato. Il politico è sotto i riflettori della pubblica opinione e dell’elettorato. Il dirigente si mimetizza, agisce nel suo potentato, è sottratto alla ribalta né è chiamato a soffrire l’altalena del responso elettorale.

E’ lo scenario che, tra le altre cose, comporta che il politico sia obbligato, dalla funzione, a stare in qualche modo vicino al popolo, a sentirne gli umori, a capirne le esigenze. Non così il magistrato, il prefetto, il direttore generale di turno: gratificato dalla collocazione professionale sostanzialmente a vita, con retribuzione e benefit che nessun privato gli accorderebbe, si ritrova in una condizione psico-sociologica di privilegio che gli conferisce status di totale estraneità alla vita “comune” che pure è pagato per gestire e far progredire.

Succede, quando si ascoltano dirigenti parlare in pubblico, di captare tutta la distanza che li separa dalla gente che pure sono chiamati a giudicare, amministrare, soddisfare.

Il caso del giorno è quello di Carla Romana Raineri, (ex) capo di gabinetto del sindaco di Roma Virginia Raggi, e delle sue dichiarazioni sopra le righe in occasione dei noti eventi che l’hanno estromessa dal Campidoglio. Il caso si raccomanda per una buona serie di ragioni: lei è persona adulta e professionalmente valida (dicono), è donna e quindi esponente del cosiddetto rinnovamento rosa, si è messa a disposizione dell’ultimo grido della politica moralizzatrice e spazzatutto i pentastellati di Beppe Grillo, è stata catapultata a Roma “capoccia” in occasione della tormentata vicenda Marino/mafia capitale, e, last non certo least, è magistrato di quel foro milanese passato agli annali come castigatore delle perversioni della politica. Con tante venerabili premesse, ci si sarebbe atteso un minimo di senso comune se non di saggio silenzio, nell’interpretazione del suo ruolo di magistrato in aspettativa al servizio dei mali di Roma. Si legga per credere. Nei virgolettati proposti, si badi non tanto al contenuto, più o meno condivisibile, quanto al tono che lo sostiene. Si consentirà di far seguire un rapido commento alle citazioni.

Quando, in seguito alle rimostranze di cittadini vessati da imposte e multe, il giornalista di La Repubblica chiede a Raineri se il suo emolumento lordo, 193mila euro, non le stia un po’ largo, l’attendente di Raggi dichiara di non essere venuta a Roma “per fare beneficenza in Campidoglio”. Be’ anche il più idealista dei romani lo aveva capito, gentile signora, eppure lei si sorprenderà nell’apprendere che tal mia amica, adepta del partito che lei di fatto ha sostenuto in Campidoglio, si è detta disperatamente convinta che l’onore di sedere accanto alla prima donna sindaca penta stellata di Roma le sarebbe dovuto bastare (mi scriva pure sulla mail privata e le passo il contatto, con l’augurio che possa convincerla delle sue ragioni).

La risposta prosegue: “La cifra per cui oggi ci si scandalizza è versata a tutti i giudici che hanno una certa anzianità. Si aggiorna in automatico in base agli anni di servizio. Ho iniziato a lavorare nel 1981 e tutti i colleghi che hanno passato quel concorso hanno il mio stesso stipendio. Se la sindaca Raggi ha deciso di volere al suo fianco un magistrato, lo pagherà il dovuto”. Esattamente lo scenario criticato in apertura: automatismi, eccesso di retribuzione, il soldo (non la legge!) uguale per tutti bravi o somari non importa. Il finale è da incorniciare. Chissà se la sindaca abbia davvero “voluto” un magistrato al suo fianco; e come suona sinistro quel “dovuto”! E’ da anni pratica corrente che chiunque abbia un incarico elettivo, specie negli enti locali, terrorizzato dal danno che i giudici potranno causargli per decisioni assunte nel presumibile rispetto di legge e buona fede, non potendosi fidare dell’avvocato di fiducia né degli uffici legali dei quali le amministrazioni dispongono (va a capire poi il giudice come la vedrà!), si metta accanto un magistrato che “vidimi” occhiutamente ogni suo atto. Non è più la legge a garantire, ma l’interpretazione che volta per volta ne darà il concerto di un corpo, ai diversi gangli dello stato dove s’introduce, ricompensato con prebende e carriere che accelerano. Capita anche con la magistratura contabile, al fine di evitare che i controlli successivi della Corte dei Conti si traducano in richiesta di rimborsi per costi ritenuti illeciti.

Il giornalista insiste, e la risposta, perfettamente corporativa non si fa attendere: “… se qualcuno vuole combattere questa battaglia, allora dovrà dire che tutti magistrati hanno stipendi d’oro. Dovrà vedersela con l’Anm”. La sigletta sta per Associazione nazionale magistrati: accomodarsi cittadini ma si faccia attenzione, l’attacco alla Bastiglia fu cosetta da niente al riguardo!

Il giornalista cattivello fa sì che la nostra sbotti, dopo aver precisato che alla fine si tratta “solo” di 21mila euro in più rispetto a quanto percepiva a Milano e vuoi mettere il disagio? (ci sono milioni di famiglie italiane che ci campano con quel migliaio di euro lordi, dottoressa!): “…Io non raccolgo margherite, a fare il mio lavoro non ci può essere chiunque. Certo possono risparmiare, vanno alla stazione Termini e prendono una persona qualsiasi”. E qui il vostro opinionista proprio cade dalla sedia. Ma come una signora così a modino non ama le margherite? E neppure le raccoglie per adornare il vasetto sul suo comò? Quanto disprezzo per la gente comune c’è nell’ultima battuta, e quanto per il concetto di risparmio nel bilancio!

D’altronde anche nell’intervista al Messaggero il magistrato milanese non è che fosse risultata più elegante, e sempre con puntuale attenzione al soldo: “Ma secondo lei a tre anni dalla pensione mi trasferisco a Roma per rimetterci? Così i contributi si abbassano. Se uno vuole prendere un capo di gabinetto che costa meno può prendere mio figlio: guadagna 1.500 euro al mese”. Cara sindaca Raggi, comunque un paio di consigli per il bilancio e la successione li ha ricevuti dalla dirigente che aveva messo accanto alla sua nobile funzione: o il figliolo e onestamente a quel costo nessuno griderebbe al nepotismo, o faccia un passaggio a Termini dove magari trova di meglio, va a capire.

Visto che il magistrato piacentino dovrebbe adesso disporre di un po’ di tempo (non dovrà più lavorare, come si è lamentata le capitasse a Roma, dalle 07 alle 24, fatto salvo il giorno di Ferragosto), mi si permetta di indirizzarle il consiglio di dare una letta a “Prediche inutili” del presidente Luigi Einaudi, e si guardi dalla sensazione che mai titolo fosse più profetico. Le anticipo due amabili citazioni: “Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, umiliarli, scoraggiarli. È la vocazione naturale che li spinge; non soltanto la sete di denaro”. “Al ceto mobile e vario degli imprenditori noi possiamo sostituire l’esercito dei funzionari dirigenti, dei regolatori del piano, degli ordinatori di quel che si deve produrre e consumare. Facciamolo, ma ricordiamo che … noi avremo creato un regime tirannico …”.

Per chiudere sul caso. Accadeva di leggere, nei giorni della rottura al comune di Roma, che al tribunale di Milano, scarafaggi, topi e qualche scorpioncino la stiano facendo da padroni tra gli archivi, non solo sotterranei, danneggiando e smerdando pacchi di documenti e pratiche. Il Corriere online ha pubblicato foto da inorridire, spiegando che non si può disinfestare e derattizzare perché il contratto di manutenzione con il comune è scaduto a giugno. Facciamo un po’ di sano qualunquismo: i magistrati del foro meneghino si autoriducano per un po’ gli emolumenti e restituiscano dignità al palazzo nel quale servono la dea bendata.

Quanto appaiono opportune, nel contesto evocato, le parole che Cassese dedica alla riforma della dirigenza messa in campo dal governo. “…da un buon vertice dipende la forza della macchina amministrativa” afferma il professore, aggiungendo che lì “debbono accedere i migliori, in condizioni di eguaglianza, esclusivamente per merito, abbandonando la concezione proprietaria del posto e della carriera, coniugando sensibilità agli indirizzi politici (altrimenti si interrompe il circuito democratico) con separazione dai partiti e dagli interessi (altrimenti si perde l’imparzialità)”. Cassese, che sul tema si è rotto più di un dente quando ha lavorato alla riforma dentro la stessa macchina dello stato, ricorda come, proprio per soddisfare queste esigenze, Giulio Andreotti creasse, nel 1972, l’istituto della dirigenza, separandolo dal personale direttivo. Il limite riconosciuto di quella scelta fu che non si riuscì a condurre la funzione dirigente ad unità, il che finì per esaltare, avendolo innalzato a rango anche superiore a quello che già deteneva, il corporativismo bulimico ed esclusivista che ogni settore dell’amministrazione italiana porta inscritto nel suo Dna. Cassese scrive di “corpi separati, talora feudi”.

Il testo della legge Madia, tecnicamente decreto legislativo che prevede il sistema unico di dirigenza con accesso omogeneo e unica banca dati diviso nei ruoli statale regionale e locale, è nelle mani di parlamento, Conferenza stato-regioni, Consiglio di Stato. Non risolverà tutto, ma potrà essere un buon segnale del lungo e complesso cammino di riforma che la macchina pubblica deve assolutamente, nel suo complesso, imboccare.

E’ positivo, come sottolinea Cassese, che ora i dirigenti (eccetto quelli di scuola e sanità, e quelli in regime di diritto pubblico) possano “ricoprire qualunque incarico, anche apicale”. E’ positivo soprattutto che gli automatismi, la garanzia del posto fisso, la certezza di promozione fuori dal merito andranno in frantumi.

In fondo al suo articolo, Sabino Cassese ricorda un aspetto spesso sottovalutato, quando si parla di dirigenza pubblica. Al di là di come i media spettacolarizzino gli incontri politici internazionali, la vita quotidiana di organizzazioni come UE, NATO, Nazioni Unite, OCSE, Banca Mondiale, e così via, passa attraverso l’opera dei dirigenti che rappresentano gli interessi degli stati ai vari tavoli. Disporre di dirigenza qualificata, motivata e responsabile, significa anche garantire i nostri interessi nazionali, meglio che in passato, nelle organizzazioni internazionali dove si prendono sempre più decisioni che ci riguardano.

 

 

L’illustrazione è di Marilena Nardi

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