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Raggi, Muraro, la bugia e gli industriali del patibolo

A Roma si scatena la caccia alle streghe a cinque stelle e per cosa? Le "indagini di garanzia..."

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La sindaca di Roma Virginia Raggi con l'assessore all'Ambiente Paola Muraro (foto da nextquotidiano.it)

Il caso a Roma dell'amministrazione di Virginia Raggi e dell’Assessore Paola Muraro è l'ennesima dimostrazione che la follia giudiziaria italiana è solo un cane che si morde la coda. Col risultato di precludere la formazione di una classe dirigente che non sia il frutto della paura e dell’improvvisazione

“Vyscinskij: Ora lei dice tutta la verità?

Zinov’ev: Ora dico tutta la verità, fino in fondo.

Vyscinskij: Si ricorda che anche il 15 e il 16 gennaio 1935, nella seduta del Tribunale Militare della Corte Suprema, pretese ugualmente di aver detto tutta la verità?

Zinov’ev: Il 15 e il 16 gennaio 1935 non dissi tutta la verità.

Vyscinskij: Lei non la disse, ma affermò di averla detta.”

Dai verbali dell’Udienza dl 20 Agosto 1936, nel “Processo dei Sedici”, il primo dei maggiori fra i processi staliniani.

L’Assessore all’Ambiente del Comune di Roma, Paola Muraro, sembra abbia nascosto la “qualità di indagata”, cioè una condizione giuridica che la garantiva: secondo il rango fariseo a cui è stato ridotto l’istituto, come l’intero processo penale italiano, d’altra parte. Alla “copertura della verità” avrebbe partecipato anche il Sindaco, Virginia Raggi.

L’Assessore lo ha fatto, ovviamente, perchè lei per prima, a quanto pare, era convinta che “essere indagati” fosse tutt’altro che una condizione di tutela: e, invece, implicasse già una riprovazione consolidata e meritata: un’infamia. Cioè la condizione di chi è diventato “senza fama”, senza pubblica e spendibile reputazione,

La maggior colpa della dott.ssa Muraro è proprio questa: ritenere quello “status”: la bugia è conseguita a quel condiviso abominio culturale e civile. Come anche il trastullo sulla ricezione o non ricezione dell’avviso di garanzia; e, volendo rimediare, ha peggiorato: perché è parso volesse, nientemeno, proporre una graduazione fra diversi stati del nulla processuale. Ma, una volta di più, è stato un peggioramento sottoculturale, non un aggravamento di “colpa”.

Ora, fra gli “osservatori indipendenti”, questo ignorare il presupposto, cioè l’abominio inquisitorio dell’essere, e del credersi, infami perchè “indagati”, fissando ogni attenzione sulla conseguenza, il “negare la verità” del suo “status”, mi pare possieda risonanze sinistre, una cupezza tirannica. Non dissimili da quelle espresse nelle parole di Zino’vev (ritenuto un cospiratore antistaliniano), che ammetteva e approvava il “metodo”, nello stesso tempo in cui andava al patibolo (Vyscinskij: “Il fatto di riconoscere la necessità del terrore era condizione indispensabile…?”; Zinov’ev: “Sì”).

Avrebbero potuto dire: sì, ha mentito, ma perché riteneva di aver acquisito la condizione di infame, anziché quella di persona a cui ci si accinge a chiedere civilmente conto di un suo comportamento; il primo e fondamentale errore è proprio questo, e, semmai, la bugia ci interroga su quanto sia ormai inveterato il riflesso della paura, l’assoggettamento del sospetto: a segno che ci si autocolpevolizza per ciò stesso che, a parole, ci protegge e tutela: la richiesta di chiarimenti e la nomina di un difensore. Avrebbero potuto dirlo. Ma non lo hanno detto, gli “osservatori indipendenti”.

Certo, se questo ci fosse stato, e se avesse suscitato una presa d’atto anche dell’interessata, avrebbe comportato problemi di “coerenza” politica; ma non avrebbe condotto, come cosa ovvia secondo Repubblica  e il Fatto Quotidiano, alla richiesta di destituzione di un amministratore per acclamazione forcaiola o, secondo altri, come il giornalista Peter Gomez, dello stesso Fatto Quotidiano, addirittura di una carica pubblica elettiva suffragata da centinaia di migliaia di voti, cioè dello stesso Sindaco.

A volte occorre difendere gli idioti persino da sè stessi. Se non altro per evitare che il loro peso inerte ricada sulle incolpevoli teste dei nostri figli. Ma il punto non è il Sindaco di Roma e la sua (o del M5S) colpa nell’avere concorso a consolidare una costume barbaro, che nacque con Mani pulite, e che da allora, lustro dopo lustro, ha solo ciclicamente reso bersaglio chi era stato fino a poco prima lusingato come sostegno. Questa è veramente faccenda minore, buona, al più, per una battuta fugace, e comprensibilmente compiaciuta.

Il punto è l’angustia della vita pubblica; la “Costituzione Materiale” tirannica, questurina e inquisitoria, che continua ad avvelenare e a corrompere le parole, le abitudini anche quotidiane, la fiducia comunitaria, quella verso il prossimo; che soffia sull’invidia, sulla maldicenza, sull’inquietudine rancorosa, sul vittimismo, sull’isteria, sulla grevità dei sentimenti, sull’aggressività dei pensieri; è il clima da assedio permanente, la selezione rovesciata della classe dirigente: figlia della paura, della scomunica just in time, del permanente sovvertimento dei principi democratici in favore di una palude facinorosa e incanaglita: e, perciò, costituita da avventurieri e da cercatori d’oro, che tutto hanno da guadagnare e nulla da perdere; e per i quali una lapidazione è un rischio neanche dei più gravi, come invece è per qualsiasi galantuomo.

Abbiamo avuto il PCI/PDS/Macchina da guerra, che ora si prende le monetine di DC e PSI messi insieme; in mezzo, Di Pietro in ginocchio dalla Gabanelli, Ingroia “civilmente rivoluzionario”; ora, Pizzarotti contro Di Maio e Di Battista, e viceversa, Grillo in barile, “il popolo della rete” che inveisce.

Su tutti, olimpica e intangibile, in attesa solo di sostituire lo sgabello, la solita cerchia, con la toga e senza la toga, di puri, di ripulitori, di industriali del patibolo, a cui dobbiamo tutto questo prodigioso risultato storico-politico; e sempre pronta a dolersi, a ricondurre alla “verità” dopo la menzogna, in nome del disinteresse, e anzi nel martirio: di carriere automatiche, lauti stipendi da decenni agganciati a quelli della “casta” senatoriale, di docufiction, romanzi-verità, se non profetici (Romanzo Criminale), componimenti “misti di storia e d’invenzione”, che diventano “film per la tivù”, belli, tesi, in prima serata (Il Capo dei Capi): e tutte queste coscienze e militanze civiche “unite per la Giustizia”, impavide ad affrontare il Male col solo scudo di copyright d’acciaio (come già fecero altri martiri della Giustizia: Socrate, Tommaso Campanella, Giordano Bruno, Antonio Gramsci, Nelson Mandela, per dire); e ancora comparsate, incroci azionari fra quotidiani, case editrici e produzioni televisive “indipendenti”, agenti letterari, cartelloni itineranti per tutto l’anno.

E, ogni tanto, pure qualche sentenza.

 

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