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La Russia di Putin che cosa vuole ancora da noi?

Perché il gambero della politica internazionale sta per compiere un balzo indietro di almeno un quarto di secolo

Putin Renzi

10 giugno 2015: Matteo Renzi incontra Vladimir Putin a Milano durante la sua visita all'EXPO (Foto Palazzo Chigi/Tiberio Barchielli)

Logica vorrebbe che Putin si impegnasse nel welfare interno invece che nel warfare internazionale. Perché non lo fa? Il presidente russo ha bisogno di due risultati: ergersi a protettore dei russo parlanti rimasti fuori dalla Russia e farsi riconoscere come tale, mentre riceve rispetto e considerazione dal sistema internazionale in particolare da Washington

Spiace riconoscerlo, ma ci troviamo nel mezzo di una situazione internazionale tesa e avara di indicazioni positive sugli sbocchi. Le crisi con le quali non riusciamo a regolare i conti sono cresciute poco alla volta ma inesorabilmente, e le diplomazie, nonostante i tempestivi avvertimenti delle cassandre di turno, hanno iniziato ad occuparsene troppo in ritardo, scoprendo che nel frattempo molti rapporti di forza strategici erano cambiati, grazie soprattutto all’ingresso o al ritorno in campo delle forze armate e di intelligence russe.

Mentre si continuava a ragionare in termini di mondo controllato dalla sola potenza statunitense e del sorgere ad Oriente della nuova Cina, le élite che avevano assunto a Mosca il potere dopo l’uscita di scena di Eltsin, avevano provato, con un certo successo, a ricollocare il loro paese nello scacchiere internazionale, usando le tre risorse strategiche delle quali la Russia dispone: il nazionalismo, l’energia e le materie prime, gli armamenti in particolare quelli nucleari.

Si prenda la crisi siriana. Nella fase iniziale, si dette per scontato che si trattasse di pazientare qualche mese, per accompagnare all’uscita Bashar el Assad. Nonostante le distruzioni immense e lo scandaloso numero di vittime, il presidente Assad è ancora lì e la Siria è diventata il campo di battaglia che conosciamo dove tutti uccidono tutti. I russi sono diventati parte del panorama locale, chiamati da Assad a puntellare un regime altrimenti in frantumi. Se e quando vi sarà pace, sarà con i russi che bisognerà trattare più che con Assad. E i russi non se ne andranno certo alla fine delle ostilità.

Ucraina e Georgia, stati sovrani post sovietici, sono stati provocati e messi sotto schiaffo dalle forze armate russe. I due stati hanno sofferto amputazioni territoriali, la più grave della quale ha riguardato la Crimea. Putin ha risvegliato il sopito nazionalismo grande russo delle minoranze che vivono nei due paesi, influenzando l’evoluzione politica interna e le opzioni di politica estera. Tbilisi e Kiev vorrebbero essere membri di Nato e Ue, ma si tratta di scelte non condivise da Mosca, che non potranno quindi portare avanti. Chissà se i libri di storia dopo aver parlato per decenni di finlandizzazione, come fenomeno di sovranità limitata di Helsinki dovuta alla vicinanza con il grande orso sovietico, scriveranno, sulla base di medesime evidenze, di ucrainizzazione e georgianizzazione.

Toccherebbe ora ai paesi baltici. Da mesi si legge di provocazioni di diverso tipo. A gennaio la Russia ha annunciato, ai loro confini, lo spiegamento di tre divisioni motorizzate, circa sessantamila uomini, organizzando a seguire esercitazioni militari che prevedevano lo sfondamento sul Baltico e l’occupazione delle repubbliche. A Kaliningrad, territorio già prussiano con il nome di Königsberg (c’è il sacello di Immanuel Kant!), enclave russa incuneata tra Polonia e Lituania, sono stati schierati missili Iskander-M, abilitati al trasporto di testate nucleari: con gittata 700 chilometri, da lì hanno Berlino sotto tiro.

Sono misure che servono a saggiare la capacità reattiva delle tre piccole nazioni, Lituania Estonia e Lettonia, membri di Ue e Nato, ma soprattutto quanta voglia avrebbero Washington e Bruxelles di rischiare, in un eventuale braccio di ferro.

Per non far equivocare sulle sue ambizioni, la Russia di Putin nel frattempo spedisce a scorrazzare navi e aerei da guerra nel Mediterraneo e fino alle coste della Gran Bretagna, sospende il trattato con gli Usa per la riduzione di plutonio negli ordigni nucleari, organizza manovre congiunte nel Pacifico con le navi da guerra cinesi, viola il fair play nella campagna elettorale statunitense, non tanto schierandosi con uno dei candidati quanto intrufolandosi nei sistemi di comunicazione elettronica dei democratici.

Eppure la Russia soffre gli effetti della sanzioni generate dai fatti di Ucraina, con prezzi in rialzo e negozi di nuovo a scaffali vuoti. Gli ingressi da petrolio e gas non sono cospicui come in passato, vista la generale depressione dei prezzi delle materie prime energetiche. Logica vorrebbe che Vladimir Putin si impegnasse nel welfare interno invece che nel warfare internazionale. Perché sceglie come, secondo logica, non dovrebbe?

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La prima risposta, la più semplice e intuitiva, è che Putin è russo e che anche la sua constituency lo è. La “nostra” logica non è la “loro”. Il nostro re, neppure fosse uno Schettino, ai primi colpi di moschetto scappò da Roma; Stalin rimase a Mosca, con le truppe tedesche a un tiro di cannone dal Cremlino. E, sempre i tedeschi, avrebbero visto a Stalingrado di che pasta fossero fatti i russi.

Prima del pane scuro e del lardo, prima del borsch e della stessa sacra vodka, ai russi preme detenere uno stato forte, benedetto e appoggiato dalla chiesa ortodossa, e che quello stato incuta timore agli avversari e protezione a chi in esso si riconosca. Dopo i “deboli” e irreligiosi Gorbaciov e Eltsin, in Valodja Putin il popolo e l’Ortodossia hanno ritrovato il capo nel quale identificarsi, gratificato anche, come altri capi prima di lui, di muscoli palesabili e non, i primi mostrati in molteplici esibizioni sportive, i secondi in occasioni più intime con campionesse di specialità varie.

Come zar restauratore dell’orgoglio e della dignità russa, Valodja ha basato la sua dottrina sull’enunciato che la fine dell’Unione Sovietica sia stata non la liberazione dalla gabbia di schiavitù e povertà nella quale i russi tenevano se stessi e gli altri popoli, ma “la più grande tragedia geo-strategica del XX secolo”. Nell’ammettere la Crimea nella Federazione Russa, il 18 marzo 2014, ripescando il mito antico dell’accerchiamento, avrebbe notato minacciosamente: “Se comprimete una sorgente fino al suo limite, all’improvviso vi ritroverete colpiti con violenza dall’acqua sorgiva: è qualcosa che dovete ricordare”.

Il presidente russo ha bisogno di due risultati: ergersi a protettore dei russo parlanti rimasti fuori dal grande territorio che amministra e farsi riconoscere come tale, ricevere rispetto e considerazione dal sistema internazionale in particolare da Washington.

E’ un progetto che deve superare due ostacoli.

Se pure trovasse accoglienza presso i russo parlanti, bisognerebbe capire cosa penserebbero del progetto gli stati che li ospitano. Lo riterrebbero, con evidenza, violazione alla loro sovranità. Le minoranze russe non soffrono vessazioni nei paesi dell’ex Urss, nei quali godono di diritti civili e politici, nonostante in taluni, il bisogno di National building abbia portato a misure che possono favorire gli autoctoni rispetto ai russi. Comunque, non è mostrando i muscoli che le minoranze etnico-linguistiche trovano maggiori tutele, ma con la trattativa diplomatica.

La seconda pretesa, come mostrano le impasse in Siria e nei fori che trattano di riduzione di armamenti, non può che confluire in una corale e generale corsa al riarmo, la grande chiamata ai più disparati nazionalismi che tra i tanti effetti avrebbe quello di rialzare le barriere commerciali,  bloccare l’evoluzione dei fenomeni di globalizzazione, saldare nazionalismo politico-militare con il nazionalismo economico.

A perdere, paradossalmente per Putin, sarebbe innanzitutto la Russia, nazione tuttora incapace di esprimere lavoro e valore aggiunto, con esportazioni di materie prime ed energia che potrebbero facilmente essere boicottate, deprezzate, sostituite. Mosca si ritroverebbe sola. In quello scenario esprimerebbe colpi di coda, ad esempio giocando all’alleanza con Pechino, che finirebbero per penalizzare innanzitutto gli interessi russi. Infatti il problema storico di Mosca non è come stare in Asia, ma come stare in Europa. E se nel XXI secolo la Russia ritiene ancora di doversi dotare di una cintura di sicurezza rispetto all’Europa, di controllare o dominare i territori occidentali ad  essa vicini, infischiandosene dei numerosi accordi internazionali sottoscritti sulla sicurezza nel vecchio continente, la sua risposta risulterà anche una volta sbagliata.

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Resta da capire cosa Nato e Ue possano o debbano fare per non assecondare un gioco che alla lunga potrebbe rivelarsi dagli esiti disastrosi.

Sull’interrogativo ha preso recentemente posizione, in Cnn, il generale Richard Shirreff, alto ufficiale dell’esercito britannico e già numero due al comando supremo Europa delle forze alleate. Echeggiando contenuti e stili di ragionamento mai più ascoltati dai patti di Helsinki del 1975 (Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, lancio di Osce), sir Shirreff ricorda che la capacità Nato di generare deterrenza è stata fondata sul principio per il quale, grazie all’articolo 5 del trattato istitutivo, l’attacco a un paese membro significa colpire tutti gli alleati, generando la risposta collettiva dell’organizzazione verso l’aggressore e l’impegno diretto degli Stati Uniti. Ricorda anche che le recenti decisioni al vertice islandese dell’alleanza, avranno come effetto di spingere il bilancio di sicurezza di Canada ed europei sopra il 2% del prodotto interno lordo: si scoraggerebbero i russi da una rincorsa agli armamenti che non sono in grado di vincere.

Per quanto riguarda l’Europa, i paesi membri dell’Ue, tanto per cambiare, appaiono divisi. Angela Merkel, rompendo i molti decenni di buone relazioni tra Berlino e Mosca, sta da mesi alzando la voce con Putin al quale imputa, oltre alle azioni in Europa orientale e nel Baltico, gli efferati crimini di guerra della guerra civile siriana da parte dei governativi, in particolare ad Aleppo. In quest’ambito nuove sanzioni per colpire difesa energia e finanza russe, sembra siano state preparate dalla cancelleria tedesca.

All’ultimo Consiglio Europeo, la ferma opposizione di Renzi ha evitato che quelle misure prendessero corpo. Per l’Italia, a parte la difesa dei propri interessi commerciali ed energetici, vi è la convinzione che occorra a tutti i costi mantenere aperto un dialogo con Putin che, lo si voglia o no, è la Russia di oggi e gode per ora vasto consenso nel suo paese.

Non la pensa così Manfred Weber, capogruppo dei popolari al Parlamento Europeo, che, come fa regolarmente da mesi su ogni questione, ha accusato il primo ministro italiano di indebolire la posizione negoziale europea con la Russia, con un atteggiamento sostanzialmente complice. Nelle capitali dell’est, intanto, scoprono l’assenza di una difesa europea comune. Detto da chi (si pensa in particolare ad Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca) sembra stia nell’Ue solo per incassare i soldi dei fondi di sviluppo e boicottare il resto, fa pensare al detto sulle strade per l’inferno lastricate di buone intenzioni; ma tant’è, questi sono i tempi. Intanto il presidente Obama, non ultimo tra i responsabili della presente situazione, a metà novembre, sarà a Berlino ed è inevitabile che se, come tutto fa pensare, questo sarà ancora il clima del rapporto con la Russia, non potrà che chiamare a raccolta l’Occidente contro il rinnovato rischio moscovita.

Obiettivamente, sarebbe un brutto giorno: il gambero della politica internazionale avrebbe compiuto il balzo indietro di almeno un quarto di secolo.

  

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