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Tina Anselmi, il pubblico e il privato

In occasione della scomparsa di Tina Anselmi riproponiamo questo articolo

Tina Anselmi con Anna Vinci, autrice e curatrice del libro e del documentario

Tina Anselmi con Anna Vinci, autrice e curatrice del libro e del documentario

In esclusiva un estratto del video documentario di Rai3Doc3 Tina Anselmi - Una Vita per la democrazia.  La Voce di New York ha incontrato l'autrice Anna Vinci per parlare di questo lavoro e del suo rapporto con una donna che ha fatto la storia d'Italia

 

Il 2 agosto prossimo Rai3 per la sezione Doc3 trasmetterà il documentario Tina Anselmi – Una Vita per la democrazia a cura di Anna Vinci, scrittrice e saggista, e prodotto dalle Produzioni Ila Palma (Palermo). Per gentile concessione di Rai3, ne riproduciamo qui sopra un estratto a mo’ di sintesi che accompagna il nostro articolo. La Commissione d’inchiesta sulla loggia massonica P2; la vita fra politica e famiglia; la scelta partigiana nel rispetto del partito cui aderì, la DC, e l’impegno laico all’interno dello stesso nel rispetto del ruolo che ricopriva; i diritti delle donne: il privato e il pubblico dal volto unico.

“La democrazia è un bene delicato, fragile, deperibile una pianta che attecchisce solo in certi terreni, precedentemente concimati …” citare Tina Anselmi è come parafrasare in un certo senso la Costituzione italiana troppo spesso oggetto di vilipendi verbali e non solo. Tina Anselmi, che ha compiuto 86 anni lo scorso 25 marzo ha curato quel fiore fino all’ultimo dei suoi impegni, fino ai primi anni 90 quando, ancora deputata, fu eletta nella circoscrizione Venezia-Treviso. Da allora il suo impegno è proseguito a livello sociale e intellettuale tra prefazioni, libri da lei stessa curati o in collaborazione con altri: sempre consapevole della responsabilità etica e civile che l’accompagnava. Soprattutto dal 2002 in poi, in stretta collaborazione con la saggista Anna Vinci che con lei ha scritto e curato a quattro mani Storia di una passione politica (Sperling & Kupfer, Milano 2006) e il più recente La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi (Chiarelettere, 2011).

Incontriamo Anna Vinci per parlare di quest’ultimo libro e del documentario che ha realizzato sulla Anselmi e il suo mondo privato. Il documentario presentato a Roma lo scorso 16 aprile presso la libreria Arion del Palazzo delle Esposizioni (appuntamento che si ripeterà a Castelfranco Veneto, la sua terra d’origine, il 21 giugno presso il Teatro Accademico) sarà trasmesso da Rai3Doc3. In un tempo di tagli di trasmissioni d’approfondimento importanti come La Storia siamo noi e Blu Notte di Carlo Lucarelli, non è poco.

Il documentario, spiega Anna, è il corollario, il cerchio che si chiude su un percorso di vita pubblica e privata dopo i primi due libri scritti insieme, soprattutto il primo del 2006 in cui le fasi della vita politica di Tina Anselmi vengono messe sotto la lente d’ingrandimento a segnare anche i passi più importanti portati avanti nel nostro Paese grazie al suo lavoro: la legge sulle pari opportunità, la riforma sanitaria, il diritto di famiglia (insieme a Nilde Iotti, presidente della camera dei Deputati nel ‘79) i diritti delle donne e anche la legge sull’aborto: “Personalmente e in linea con la maggioranza del suo partito era contro, ma come Ministro della Sanità era consapevole di vivere in uno stato laico quindi la firmò di fatto segnando un passo importante nei diritti per le donne; coglieva l’influenza che la Chiesa del potere esercitava, una Chiesa che non ha mai smesso di volere peccatori. Riconosceva l’importanza che certi diritti avevano (e hanno) in uno stato laico mettendo da parte le proprie visioni personali, un senso della disciplina che la contraddistingueva nel pubblico e nel privato”.

Poi venne la volta de I Diari segreti… la cui stesura durò due anni di lavoro intensi per i quali la Vinci si è avvalsa anche della collaborazione di due giovani storici per la parte relativa alla raccolta dei fatti giudiziari e di cronaca: “Un lavoro impegnativo sotto questo punto di vista e in merito ai collegamenti da rilevare con la parte narrativa da me adottata nella stesura dei diari. Anche qui dovevo comunque fungere da guida e indicare su quali limiti impostare la stesura dei fatti di cronaca”. Ottocento foglietti sparsi come post-it (o post si direbbe oggi): pensieri, fatti, incontri, decisioni, note di disappunto, nomi… Tutti a raccontare un filo unico sull’esperienza più delicata del lavoro della Anselmi: la presidenza della Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2 (i cui lavori ebbero inizio nel 1981 e terminarono nell’85).

“Fu possibile lavorarci insieme fino al 2007 — racconta Anna — poi la sua malattia divenne via via più aggressiva e poco prima che si ammalasse seriamente mi affidò tutto il materiale insieme alla libertà di scelta nella selezione; un grande atto di fiducia consolidatosi negli anni, per cui col tempo ebbi l’onore di diventare praticamente l’unica persona al suo fianco in un rapporto profondamente umano e di lavoro”.

Un lavoro più narrativo che giornalistico, come conferma la stessa autrice, nel segno di quello che è l’ impronta professionale più significativa di Anna. “Una romanziera, una saggista non mi sento una giornalista” sebbene l’intero corpus sia ben composto di tutti quanti gli elementi: la narrazione a rendere fluida la lettura, senza inventare o interpretare, l’appendice di contributi personali e lavorativi dei personaggi che via via Anna incontra nella stesura del libro, dal giudice Turone – che insieme a Gherardo Colombo si occupò della prima inchiesta giudiziaria – al segretario della Commissione sulla P2, Giovanni Di Ciommo. Fino allo stesso Licio Gelli, che si incontra nel libro ovviamente non solo perché protagonista indiscusso del caso ma anche nel carteggio epistolare: come la diffida inviata alla stessa Anselmi dopo la pubblicazione della relazione finale sulla Commissione, o la lettera destinata all’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga nel dicembre dell’85. All’apparenza ossequiosa ma, soprattutto alla fine, condita da minacce non troppo velate non alla persona bensì al Paese. Infine, le note a piè di pagina a informare dei fatti spesso persi nei colori della cronaca e tra le pieghe degli anni.

Nel documentario, la parte qui scelta a sintesi del lavoro tutto, si vede Tina Anselmi che lancia un messaggio alle giovani generazioni parlando soprattutto alle donne: “Dico sempre alle mie nipotine: attente che nessuna vittoria è irreversibile (…) se viene meno la nostra vigilanza su quel che vive il Paese, su quel che c’è nelle istituzioni (…) le nostre vittorie non resteranno permanenti, non possiamo abdicare”.

È la stessa caparbietà che l’ha guidata nel presiedere la Commissione sulla P2 annotando ambigui avvertimenti, o il continuo via vai nel suo ufficio o quello del segretario dove tutti indicavano tutto magari in un gioco di ricatti o di coperture. La caparbietà e l’intelligenza nel saper distinguere i fatti dagli spergiuri nonostante l’offesa e la beffa subite nel 2004, quando nel citarla nel Dizionario biografico delle donne italiane curato dal Ministero delle Pari Opportunità, ai tempi in cui ministro era Stefania Prestigiacomo, la curatrice Pialuisa Bianco scriveva: “La presidenza della Commissione (…) cambiò il suo destino, quanto il moralismo giacobino, la vergogna del potere, l’istinto punitivo (…) che furono la contraddittoria filosofia inquirente di tutte le commissioni parlamentari…” e via sbeffeggiando. Il libro I Diari segreti ha un capitolo significativo Gli smemorati dove le testimonianze di politici, faccendieri e militari subiscono un attento esame con appunti che poi li smentiscono. È un tema ricorrente questo di certe storie italiane: lo vediamo oggi con le tardive testimonianze, dopo più di 18 anni dalle stragi che hanno sconvolto il Paese, alla più dolente delle inchieste giudiziarie sulla trattativa Stato-mafia spesso condite da retromarce poco credibili o “non ricordo” e contraddizioni.

Il documentario Tina Anselmi – Una vita per la democrazia dunque giunge a conclusione di un percorso della donna e del politico insieme, una sorta di addio. E infatti la prossima presentazione a Castelfranco Veneto è come fosse un ritorno alle origini, un saluto alla sua terra e insieme un ritorno alla democrazia dopo le recenti elezioni amministrative. La commistione di questo lavoro si tiene fra pubblico e privato, in cui protagonisti sono soprattutto i suoi familiari, e in particolar modo come voce narrante la nipote Valentina Magrin, giovane giornalista trasferitasi a Roma (forse un po’ alla ricerca della zia come non la conosceva) che oltre a lasciarci un ricordo privato (la foto qui sotto che la ritrae bambina mentre le è seduta in braccio, concessa in esclusiva solo per La Voce di New York) ci restituisce anche l’esatta sintesi della normalità che caratterizzava la sua vita, una normalità che oggi, come ieri, rappresenta l’eccezione.

Tina Anselmi

Tina Anselmi con la nipotina, Valentina Magrin. In esclusiva solo per La Voce di New York dall’archivio di famiglia, elemento non riproducibile

“Zia Tina — racconta Valentina — ha sempre mantenuto ben distinte vita pubblica e vita privata. Per me era “la zia”, quella che mi regalava le saponette che all’epoca collezionavo, quella che mi insegnava a giocare a carte, quella con cui andavo nei boschi a cercare i lamponi. Poi crescendo ho imparato a conoscere e ad ammirare anche il suo ruolo pubblico. E ho capito che molte delle caratteristiche di “zia Tina” si ritrovano “nella Anselmi”: la lealtà, la determinazione, il senso della giustizia, ma anche l’amore per le cose semplici, spontanee… Ecco, sono questi i valori che l’hanno guidata in tutta la sua vita gli stessi valori che cerco ogni giorno di fare miei”.

Chiedo infine ad Anna l’episodio fondante della svolta partigiana della Anselmi, sin dal ruolo di staffetta con il nome in codice Gabriella, a cui arrivò quando vide un gruppo di giovani partigiani impiccati dai nazifascisti. Anna rivela il pensiero più intimo della Anselmi su quest’episodio: “L’impossibilità di svolgere lo sguardo altrove, ad indicare l’indifferenza come scelta propria solo del carnefice”. Visse certo le contraddizioni all’interno del suo partito, cui aderì nel 1944, ma con grande laicità e disciplina sempre dalla parte della democrazia. Un esempio di cui avremmo ancora molto bisogno.


Articolo originariamente pubblicato il 20 giugno 2013.

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