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Serra e gli elettori di Trump: due facce della stessa medaglia

Nella sua rubrica su Repubblica il giornalista si scaglia contro i fan del tycoon ma in fondo è uguale a loro

Michele Serra (foto di Tommaso Tani)

In un rabbioso commento al risultato delle elezioni USA, Michele Serra scomunica Donald Trump e i suoi supporter definendoli parte “del peggior vecchiume reazionario”, ma così facendo sostituisce l'analisi con la scomunica, dimostrando di essere un trumpiano ante-litteram

“…Considero Trump una persona dalla biografia ripugnante, dai modi ripugnanti e dalle idee ripugnanti; la sua vittoria sintomo solo in parte di nuovi disagi, e in parte molto cospicua della revanche anti-Obama del peggior vecchiume reazionario di una tragica, deprimente America bigotta, ignorante e maniaca delle armi; e che l’esultanza simultanea, in tutto il mondo, dei fascisti di ogni ordine e grado, dice, dell’accaduto, se non tutto, moltissimo…”.

Così Michele Serra, ieri.

Ci sono due errori, secondo me, in queste parole. Il primo è che Serra si è concesso vibrazioni nervose che ci si possono concedere con un amico a tarda sera, ma non quando si occupa una tribuna cui molti o pochi si volgono, per meglio disporsi alla riflessione e all’analisi. Per ruttare basta la birra.

Il secondo è che confonde i piani del discorso, che sempre quando è discorso pubblico sono almeno due: l’immediato e la prospettiva o, se preferite, l’oggi e, almeno, il domani, se non il dopodomani. E ciascuno di voi sa, come dovrebbe sapere Serra, e certo meglio di lui, che entrambi devono essere considerati quando ci si occupa di cosa pubblica, o Pòlis.

Bernie Sanders, il candidato democratico sconfitto alle primarie da Hillary Clinton, che si è presentato ed è stato unanimemente ritenuto promotore di una proposta a più marcato carattere socialista o socialdemocratico, ha subito dichiarato: Se Trump “è serio nel voler perseguire politiche che migliorino la vita dei lavoratori in questo Paese, io e altri politici progressisti siamo pronti a lavorare con lui”; se invece “perseguirà politiche razziste, sessiste, xenofobe e anti-ambientali, noi ci opporremo con forza”.

Non si è esclusa una prospettiva politica ostile da parte di Trump, ma la si è situata fra le possibilità, non fra le certezze. Dice Sanders: “vedremo”, non dice: “ho già visto, prima di vedere”. Ma, soprattutto, non una sillaba sugli elettori.
Probabilmente non ne seguirà nulla, o poco, o chi lo sa. Il punto qui è però che sono parole salde, di chi parla oggi ma sempre con lo sguardo teso oltre il contingente, oltre lo scoramento: proprio di chi considera un cedimento nervoso, prima ancora che un chiaro segno di inadeguatezza nel ruolo, un marchiano errore di metodo, nel pensiero e nell’azione, suggerirebbe Benedetto Croce. Questo fa di Sanders un uomo politico degno di ogni rispetto.

E, sia chiaro: né Michele Serra può pensare di essere “solo Michele Serra”, e quindi di potersi abbandonare alla rubrica dei cuori infranti: perché, senza forzature, è possibile affermare che quella cupezza di accenti lo accomuna a molti esponenti di certo clero intellettuale; né di essere “solo un giornalista”, perché è fin troppo noto quanto i media pesino, come e più degli esponenti politici. In ogni caso, se vi è un uomo valente di fronte a noi, la sua maggiore statura non è certo ragione per non tentare di trarne esempio.

E poi c’è una ragione più “italiana”, per rigettare fermamente il piccolo anatema di Serra. Ignoro le singole identità degli elettori di Trump, ma so che esistono gli esperti, coloro che sono sempre “primi fra qualsiasi senno”, capaci tanto di anticipare esattamente le intenzioni popolari, quanto di qualificarle nella giusta maniera, soprattutto, nella giusta misura. Perché anche la misura di Serra è stata da manuale. Però, uno legge e trova: “…aveva per avversario un rappresentante così ripugnante dell’imperialismo…privo di ogni autorità morale..” (Stalin, Principi del leninismo, Pravda, Aprile-Maggio 1924), e si ferma.

E si chiede se chi ha vissuto, ed in parte alimentato in Italia certa vicissitudine politica, sia la fonte più legittimata, moralmente e culturalmente, a infliggere lo stigma “del peggior vecchiume reazionario” e non sia esso la memoria incarnata di una tragica, deprimente Italia bigotta, ignorante e maniaca delle armi: sì, anche maniaca delle armi, visto che le armi non sono solo quelle da sparo. Non credo riuscirebbe a convincere granché, sa, se replicasse che noi “fummo contro”, noi, anzi, “fummo l’argine interno”, “noi eravamo agli antipodi di quella cultura tirannica e oppressiva”, “avevamo altre parole d’ordine”. E non si vede? Forse no.

Ora, questa idea delle plebi che s’ingrossano e olezzano e sciamano, inibisce l’analisi, e la sostituisce con la scomunica. Non nuova, è scorciatoia pericolosa: perché dal confronto con l’Altro-in-errore, ammesso che tale sia in termini così apodittici, conduce dritto filato al rispecchiamento in esso: raddoppiando il problema. Ed è la ragione per cui la democrazia, che a quel rispecchiamento non intende cedere, risulta affare serissimo, e faticosissimo.

Ma è anche la ragione per cui nel corso di vite e vite che in suo nome si sono succedute, se ne è fatta missione umanistica, incessantemente proposta e riproposta, mai fuggendo nella flanerie etica e politica. Per maledire il prossimo che si dice incallito nel peccato, non è necessario spettegolare da un’amaca: da secoli, basta sbavare da un pulpito.
Allo stato, le parole di Serra valgono quelle del peggior Trump.

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