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Dopo gli USA con Trump, tocca all’Europa?

Un’Europa percorsa da rivendicazionismo anti Unione, porterà tutti in ginocchio da Trump e Putin

trump putin
Se il mondo, in particolare la sua zone europea, è in difficoltà nel garantirsi la continuazione di pace e benessere, come potrà farlo se al potere andranno forze che guardano con sufficienza agli strumenti della democrazia rappresentativa, che propongono il ripiegarsi in nazionalismi ed esclusivismi sotto la guida di capi carismatici incontrollabili?

Che abbia fatto buona o cattiva scelta, l’America ha espresso l’opzione politica per il prossimo quadriennio. Adesso tocca all’Europa. Votano Italia e Austria, rispettivamente per il referendum costituzionale e per il presidente della repubblica. Toccherà presto a Olanda, Francia e Germania esprimersi sulle rispettive leadership. Intanto la Gran Bretagna attende, salvo ulteriori sorprese istituzionali, che i rappresentanti del popolo, dopo il popolo, dicano la loro su Brexit. Al termine di questo grande esercizio collettivo di democrazia, il cosiddetto occidente si ritroverà probabilmente posizionato  in modo abbastanza inedito.

Il cambiamento riguarderà innanzitutto la distribuzione del potere interno. Il progetto di società politiche basate sul bipolarismo secco, nell’alternativa destra (conservatori, popolari, democristiani, liberali), sinistra (socialisti, socialdemocratici, radicali di sinistra, comunisti) sarà sottoposto a revisione. La prima avvisaglia in questo senso venne intorno alla fine dello scorso secolo, dal declino inesorabile dei partiti liberali e dal contestuale successo del movimento verde in molti paesi europei, specialmente nel centro nord.

Partito ed ideologia liberali erano stati la culla della democrazia rappresentativa in occidente e avevano saputo accettare la convivenza con i grandi partiti di massa nati nella fase terminale dell’ottocento ed esplosi nel novecento, salvo le cesure fascista e nazista. Non casualmente si visse anche il fenomeno, piuttosto interessante, del lib-lab, congiunzione tra laburismo e liberalismo nel segno di regimi che fossero al tempo stesso liberi e sociali. La fine del liberalismo fu un brutto segnale per il futuro della democrazia in occidente, benché il fenomeno fosse ampiamente giustificabile, visto che veniva scomparendo anche quel ceto borghese “classico”, sorta di aristocrazia dell’economia e del pensiero, che il liberalismo aveva generato.

I movimenti verdi, che avrebbero poi prodotto, in molti paesi, loro autonomi partiti. si andavano a collocare in un luogo indefinito degli schieramenti politici, battendsi per idee trasversali riguardanti ogni e qualunque elettore, a prescindere da ideologia e formazione. Qualcosa del genere sarebbe capitata successivamente più a sud, in paesi come Spagna e Italia, ma su altra base. Non era l’ecologia, la monomania con la quale fare i conti, ma il fattore etnico-indipendentista, fosse o meno riconoscibile da parte di osservatori e opinioni pubbliche. Partiti come Convergència i Unió in Catalogna e Pnv in Euskadi, la Lega Nord in Italia possono essere ricondotti a quel filone.

Sorgevano movimenti monouso, concepiti per battersi su finalità specifiche salvo poi eventualmente trasformarsi in partiti nuovi o aderire a partiti esistenti. Il fenomeno si sarebbe verificato in tutta Europa e, in parte, specie per elezioni locali e statali, negli Stati Uniti. Il fenomeno italiano dei Cinque Stelle, così come Podemos spagnolo, possono per molte ragioni, essere ascritti a questa categoria.

Tornano anche a farsi sentire in diversi angoli d’Europa, particolarmente in quella post comunista, echi di fascismo, anch’essi in cerca di casa politica nella quale assestarsi.

Gli osservatori più attenti colgono, in quanto accade tra la nascita di taluni partiti verdi sino all’esplodere di taluni partiti nazionalisti come Ukip (United Kingdom Independence Party) britannico di Nigel Farage, che, sotto gli slogan antisistema, covi il fuoco delle jacquerie, la rivolta delle campagne contro la città, degli “incolti” delle vaste periferie  che dal suburbio si estendono sino alle terre agricole, contro i centri universitari, le metropoli, il  “centro” e le élite di ogni tipo.

Curioso che a urlare quegli slogan siano uomini che dell’élitarismo abbiano fatto la loro professione e il segno della loro vita, con stili, linguaggi, conti bancari che niente hanno a che vedere con l’uomo qualunque e incavolato le cui esigenze dicono di voler rappresentare. Alla gente della “campagna”, che si lascia calamitare, l’evidente contraddizione non interessa.

Il nuovo “homo videns” creato dai mezzi elettronici di comunicazione e dalle tecnologie dell’informazione, nelle città ha stimoli e scelte multipli, è costretto al confronto e alla dialettica: in qualche modo vive di pluralismo e non di verità uniche. Nella “campagna”, vige l’uniformità e il predominio di chi riesce a imporsi all’attenzione. Il “videns” della “campagna” si fissa sui canali televisivi di migliore digeribilità, quelli che vellicano passioni più o meno inconfessabili, che però transitando sul video trovano conferma e capacità di attecchimento. Gli algoritmi di Facebook e altri social, faranno il resto.

Il pregiudizio trova conferma nel procedimento monotematico nel quale viene immerso, il giudizio è impedito perché il contraddittorio non trova modo di esprimersi.

Tra i risultati della semplificazione, la diffusione del concetto che la politica non sia attività complessa ma che essa possa essere assunta da chiunque, senza particolare preparazione o esperienza.

Si teorizza che fare il primo ministro, o il presidente della repubblica, sia attività che non abbia bisogno di decenni di selezione e scuola. Chi vuole far politica non necessiterebbe neppure delle ore di training che precedono la prima nuotata libera in mare, o il primo giro sulla bicicletta nel quartiere. Tutti Giovanne d’Arco o Davidi unti del Signore, come ebbe a dire una volta l’incauto Berlusconi della sua missione nella società italiana.

Mentre evolvono detti fenomeni di scomposizione/ricomposizione dell’elettorato e del ceto politico, viene compiuto, dalle cosiddette élite un fenomenale e autolesionista errore di semplificazione: l’esercito di movimenti, movimentini, partiti e partitini in posizione critica rispetto allo schema bipolare destra/sinistra nel quale non si riconoscono, battezzano a tavolino l’inesistente terza forza da opporre alle altre due: “il populismo”. Si è già avuto modo in questo giornale di contestare l’uso del termine. Qui se ne rileva la connotazione di “terzo partito”. Accade che ci si rifiuti di confrontarsi seriamente, tirandone tutte le conseguenze, con le esigenze di nuova politica e nuova rappresentanza manifestate da società in forte crisi e con evidente acme di rivendicazionismo.

I movimenti e partiti che vanno oltre il bipolarismo destra/sinistra, potrebbero essere correttamente definiti solo differenziando al loro interno. Si scoprirebbe che di populismo, nel significato nobile ed identitario del termine popolo, hanno niente. Sono nazionalisti, etnicamente escludenti, totorivendicazionisti, spesso inclini all’autoritarismo.

Del popolo non raccolgono le domande storiche fondamentali: al lavoro, alla giustizia sociale, all’istruzione, alla democrazia, alla solidarietà.

Non solo. Si tratta di movimenti e partiti che usano molto più la bocca per ordini che cadono dall’alto, che l’orecchio dell’ascolto. Ed è comprensibile: il popolo, storicamente, ha indicato ciò che voleva  attraverso i suoi grandi partiti e sindacati di massa. Nei partiti e movimenti indicati come “populisti”, si ripete ciò che ha caratterizzato il radicalismo di destra e di sinistra dai bolscevichi in poi: si rigetta il riformismo, si vuole tutto e subito, e lo si cerca attraverso il capo carismatico che tutto e subito promette e garantisce.

Il che, può rappresentare un’alternativa piuttosto preoccupante, pensando al vicino futuro. Detto in soldoni, se il mondo, in particolare la sua zone europea, è in difficoltà nel garantirsi la continuazione di pace e benessere, come potrà farlo se al potere andranno forze che guardano con sufficienza agli strumenti della democrazia rappresentativa, che nell’amministrazione della cosa pubblica tendono a scardinare regole e ruoli, che propongono il ripiegarsi in nazionalismi ed esclusivismi sotto la guida di capi carismatici incontrollabili? Se, come ha dichiarato il carismatico Grillo ai suoi, bisogna votare “con la pancia e non con la testa”, pere evitare l’influenza di ragione e calcoli, si ammetterà che il rischio che si ha di fronte sia quello di società che vanno anche oltre l’onagrocrazia, ovvero il governo degli asini temuto da Benedetto Croce, e che accettano spensieratamente la proposta di transitare nella stomacocrazia. Sembra di leggere il percorso che Collodi fissò al burattino bugiardo: dal raglio della faccia asinina adornata di orecchie lunghe e pelose, sin dentro la pancia della balena.

Potranno, le forze politiche collocate nella fascia radicale e nazionalista, aver acquisito maggiori spazi di potere, da qui al settembre 2017 quando si voterà in Germania.

In quel caso si avranno conseguenze anche sul piano della distribuzione del potere in ambito internazionale, dove gli scenari potrebbero risultare anche più preoccupanti di quanto già minaccino al livello interno.

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Un’Europa percorsa da rivendicazionismo anti Unione, potrebbe portare alla fatturazione del contesto continentale così come lo conosciamo. Si potrebbe andare all’uscita da parte di taluni soggetti come Ungheria, Gran Bretagna, Repubblica Ceca. Si potrebbe, più probabilmente, andare alla ristrutturazione in cerchi concentrici dei diversi gradi di “appartenenza”. E bisognerà vedere cosa la confluenza e l’equilibrio tra i diversi indicatori economici e politici darebbe come risultato: l’Italia, con l’allegra finanza che si ritrova, non ha ad esempio garanzia alcuna di essere, in quell’eventuale Europa, nel cerchio dei migliori.

Unica certezza è che quel fattore di equilibrio politico,  crescita economica e pacificazione che il vecchio continente ha rappresentato negli ultimi settant’anni di politica internazionale, tanto da meritare il premio Nobel per la pace, non ci sarebbe più.

Altra certezza è che ripartirebbero, in vari angoli d’Europa, le conflittualità e le baruffe che sono state tipiche della storia tra europei sino alla Seconda guerra mondiale.

Ne soffrirebbe il rapporto transatlantico, riferimento da sempre della politica estera degli Stati Uniti. Non sarà il “dividi e comanda” degli antichi romani a dare più potere all’America in Europa, ma il contrario, perché eventuali contrasti tra europei non potrebbero che ripercuotersi sulla solidità e stabilità della Nato. Si guardi a come i tormenti interni della Turchia stiano condizionando il rapporto tra istituzioni e l’alleato che fa la guardia nel fianco sud. Il recente voto del Parlamento Europeo che congela un rapporto che ancora nello scorso decennio si pensava potesse far evolvere la società turca e consentirle l’adesione, all’Ue, illumina sui rischi che ci sono nell’attuale fase politica internazionale e sull’eventuale retrocessione del progetto europeo nel vecchio continente.

Il nazionalismo economico e politico, il ritenere che si possa rendere “grandi” se stessi, mortificando gli altri, come fa capire Donald Trump, è già all’opera verso l’Asia, con l’annunciata rinuncia al partenariato trans-Pacifico, Tpp, e la contestuale apertura di credito a Taiwan. Cosa possano avere davvero in mente Putin (che sta magistralmente giocando a scacchi con Pechino e Washington) e Trump (che si è ingenuamente esposto in funzione anti-cinese) rispetto alla Cina, non è dato saperlo. Quanto ci sia di tattico e di strategico nelle mosse militari che Putin ha compiuto in Mediterraneo e Pacifico insieme alla Cina,  e nei reiterati attacchi di Trump a Pechino, lo diranno il risultato dei primi mesi di attività del nuovo presidente.

Si ammetterà che, su decisioni così rilevanti, un minimo di consultazione con gli alleati europei sarebbe d’obbligo: risulta negativo per gli americani, prima ancora che per gli europei, il fatto che invece Trump faccia mostra di considerare più rilevante consultare un nazionalista xenofobo come Farage (14 novembre a New York) e proporlo come ambasciatore britannico negli Stati Uniti.

Mosse del genere possono servire a far immaginare una sorta di grande internazionale dei nazionalismi xenofobi e radicali, dove non si punta al win win, ma alla società internazionale a somma zero, dove appaiano con evidenza vincitori e vinti. A tirarne le fila, par di capire, la più miliardaria compagine bipolare di miliardari della storia, la sommatoria di quella che sta allestendo il miliardario Trump con quella da tempo operante al Cremlino.

Un autentico incubo, se mai fosse venuto in mente a qualcuno di realizzarla davvero, perché non avrebbero posto, in quella cosmogonia, il multilateralismo, così come le istituzioni della cooperazione internazionale.

Se gli europei avessero la forza e la volontà di capire il rischio di uno scenario siffatto, farebbero in modo che le istituzioni dell’Ue fossero rilanciate e i meccanismi comuni rafforzati. Ma è davvero difficile che, con l’attuale vento politico europeo, ciò possa accadere. Più probabile che a decidere, nei prossimi decenni, siano Washington e Mosca, insieme a una Pechino tuttavia centrata soprattutto sulla continuazione del suo sviluppo economico e commerciale. Due tra queste capitali hanno scelto di non aderire alla Corte penale internazionale, la terza, Mosca, ne è appena uscita. Non ci vuole molta fantasia per immaginare quale tipo di mondo possa esserci apparecchiato.

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