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Un referendum al guinzaglio dei soliti noti

Il guinzaglio fin qui è stato lungo. Dopo il 4 Dicembre cominceranno gli strattoni

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I giochi veri cominceranno dopo il 4 Dicembre: e non dipenderanno dall’esito del Referendum; ma dalla scelta di leggerne i risultati in termini di conformità o di difformità al Bene pubblico, unilateralmente interpretato dalla magistratura. Il caso esemplare delle recenti indagini sulle “firme false” del M5S

Questo Referendum, come ogni fatto politico rilevante della Seconda Repubblica, è al guinzaglio. Il guinzaglio fin qui è stato lungo. Dopo il 4 Dicembre cominceranno gli strattoni. E’ appena il caso di rilevare che l’esito formale, in quanto tale, quale che sarà, non avrà forza propria. La riceverà, come la riceve un masso da chi ha il potere di farlo muovere: scagliandolo, o anche solo innalzandolo a generale ammonimento. Vale a dire, l’Associazione Nazionale Magistrati, l’unico soggetto pubblico che pensa, programma e agisce in termini politici. Gli altri, tutti, starnazzano.

Consideriamo un esempio, l’ultimo in ordine di tempo. L’indagine sulle firme false raccolte dal M5S in vista delle elezioni amministrative siciliane del 2012. La Procura di Palermo, l’11 Ottobre scorso, avvia il procedimento. Due giorni prima, la trasmissione Le Iene, con un servizio, aveva sollevato il caso. Nelle settimane successive sono state assunte sommarie informazioni da circa 400 persone; alla fine del mese di Novembre, risulteranno variamente interessati all’indagine quattro deputati nazionali del M5S: Riccardo Nuti, Claudia Mannino, Giulia Di Vita, Loredana Lupo; e due regionali: Giorgio Ciaccio e Claudia La Rocca; più varie altre persone, compresi i coniugi di due di costoro. Il Procuratore Capo, dott. Francesco Lo Voi, ha comunicato che l’indagine potrà concludersi “probabilmente entro la fine dell’anno”.

E’ arcinoto che il M5S si è andato aggrumando intorno ad un’idea che si potrebbe definire ingenua, se non fosse malsana: la verità, su qualsiasi aspetto, pubblico o privato della vita umana, nasce e muore con un atto d’indagine, purchessia. Ogni svolgimento successivo è irrilevante, Così, la mera assunzione della qualità di indagato compendierebbe tutta la conoscenza, tutto il sentimento, tutta l’esperienza che, senza quella folgore conoscitiva, di solito impegnano ciascuno di noi, ignari raziocinanti, in faticose ed incerte valutazioni.

L’On. Nuti, innanzi ai Pubblici Ministeri, si è legittimamente avvalso della sua facoltà di non rispondere alle domande che potevano essergli poste. Tuttavia, sulla sua bacheca FB, ha scritto di essere sicuro che le indagini confermeranno “il mio rigore morale e la mia affidabilità di uomo e di politico”. Mi pare opportuno indugiare su queste ultime, importantissime, parole.

La prima reazione sarebbe di chiedergli se, per caso, non è ammattito. Chiunque abbia svolto attività politica da militante, o comunque mantenga un minimo di discernimento critico, sa riconoscere in questa faccenda delle firme, per presentare una lista elettorale, nulla di più che un inghippo burocratico, della cui perdurante utilità, nel tempo digitale, si può seriamente dubitare.

In realtà, qui non stava parlando l’On. Nuti che, come suoi più noti colleghi di partito, e il suo leader più o meno carismatico, quell’idea malsana ha contribuito a diffondere. Anche nella colpevolissima inerzia, su questo fondamentale punto, del Governo in carica e della maggioranza che lo sostiene: dichiarazioni a parte. Suo malgrado, qui stava parlando l’uomo Riccardo Nuti. Il quale si è sentito sviscerato; ha avvertito che tutta la sua vita è stata esposta al rischio di uno stigma definitivo, tale per cui, se non prevenuto e scongiurato, potrebbe consegnare la sua vita, persino la sua memoria ai posteri, sotto l’effigie della carenza morale, della maledizione che, impietosa, cinge chi non è più capace di nutrire, negli altri, la fiducia.

Queste movenze interiori che, come reazione ovvia, sono affiorate alla tastiera del buon Nuti, e che altrettanto ovviamente sono state recepite, non solo non sono tali, cioè, ovvie; ma sono il segno sicuro che viviamo, diciamo pure siamo sprofondati, in un tempo, una vita politica, una cultura dominante, di schietta matrice inquisitoria. Dove non il singolo atto, l’errore, rileva, ma il suo autore, l’errante; ma in una prospettiva pervertita, e invertita, rispetto al senso evangelico da cui la nota distinzione trae origine. Perché, oggi, come ieri, e come sempre nelle epoche abbuiate dall’Inquisizione (eterna e sempre ritornante), l’errore è l’errante, e l’errante è l’errore, in una incarnazione diabolica che non lascia spazio a recuperi, a rimedi, che non siano l’annichilamento confessorio e autoripudiante. Mi inchino all’Autorià maledicente, e invoco il suo perdono. Oggi, la formula è: “dichiaro di avere piena fiducia verso la magistratura”, la sola che può dare e togliere, infliggere e rimettere, come i castighi e peccati, così il rigore morale di un uomo e la sua affidabilità, per tornare alle parole di Nuti. E’ l’Autodafè contemporaneo.

S’intende che questo risultato si è potuto conseguire attraverso un progressivo ma inarrestabile svuotamento delle regole; cioè, attraverso una separazione di forme e contenuti: per questo, all’inizio scrivevo di ANM e non di Ordine Giudiziario. Questo è un’istituzione della Repubblica; quella un’associazione privata; ma conta questa, non quello. E poiché non ci sono più regole razionali, cioè giuridiche, ma impulsi emotivi e scomunicanti (l’iscrizione nel “registro degli indagati” produce effetti analoghi all’iscrizione del nome dell’eretico nella Bolla d’Infamia, o nel registro del Notaio Criminale), le regole, come la dignità altrui, si possono porre e revocare ad arbitrio.

L’obbligo di procedere penalmente esemplifica, al sommo grado, l’idea del guinzaglio da cui siamo partiti. La stessa Procura di Palermo, a differenza che in questo caso, per reagire ad un’altra inchiesta giornalistica (quella sulla “collega” Saguto: un pò più che una semplice baldoria preelettorale), fece segnare “tempi di reazione” meno olimpionici; i primi servizi giornalistici, in quel caso, furono del 2010; e si capisce poi che, nel 2016, ci si sia scomodati a redigere persino un formale comunicato stampa, in cui si assicurava che i magistrati avevano fatto tutto da soli; e che, comunque, la Procura di Palermo -non prima però, rilevo, della Primavera del 2015- aveva sempre “offerto fattiva collaborazione” ai “colleghi” di Caltanissetta –che, a loro volta, indagavano sui “colleghi” di Palermo, per competenza funzionale; e si capisce anche che l’unica persona lì sottoposta a misura cautelare non sia stata un magistrato.

Ma se ogni regola può celare una scelta, e un accertamento razionale può veicolare una scomunica, il Potere che a tutto questo presiede è immenso. E questo vale non solo per l’ineffettivo paradigma dell’azione penale obbligatoria, ma per qualsiasi altro momento del binomio processo penale/Inquisizione, dove l’involucro del primo, e ogni sua singola cucitura, cela invece il corpo famelico del mostro inquisitorio. Ma, soprattutto, vale per l’incessante andirivieni fra il “sopra” della forma razionale, e il “sotto” della sostanza arbitraria; sicché, sembra quasi che parole come quelle dell’On. Nuti siano il frutto di una sua personale esagerazione, e non invece il prodotto, storicamente quasi necessario, di una costruzione culturale e propagandistica che si è perseguita, consolidata e che si appresta ad acquisire veste formale.

Quell’idea malsana, “la verità è nell’Inquisizione”, è la causa principale della perdurante regressione democratica in Italia. Perché può stabilire cosa è Bene e cosa è Male, con le maiuscole. A suo modo limpidamente, lo ha spiegato il dott. Roberto Scarpinato, Procuratore Generale di Palermo (feracissima insula, la Sicilia), enunciando, nel Maggio scorso, la dottrina della magistratura costituzionale, per cui il giudice non è più soggetto alla legge ordinaria.

L’espressione usata è, “la sua [della magistratura costituzionale, n.d.r.] fedeltà alla legge costituzionale è prioritaria rispetto a legge ordinaria”.  E può avere solo questo significato, di definire, in assoluto, il Bene e il Male della vita democratica, col presidio della coazione legale: perché, se si voleva alludere ad un generico onere di conformare la propria condotta istituzionale alla Costituzione, sarebbe pleonastica: dato che è la Legge Fondamentale della Repubblica; ed invece non pare lo sia, pleonastica: in quanto è precisato che questa dottrina tende a vivificare una “Rivoluzione Copernicana”, che i Costituenti avrebbero inteso promuovere nei rapporti fra “legge e politica”, attraverso la salvaguardia dell’Uguaglianza Sostanziale. E poiché la politica è il Parlamento, e il Parlamento nella legge ordinaria compendia la sua azione, la “legge-magistratura costituzionale” può solo significare che la sovranità non appartiene al Popolo e ai suoi rappresentanti legislatori, ma alla magistratura.

Che se qualcuno volesse ritenere che si tratta di proposizioni isolate, e non coordinate in un disegno, basterebbe ricordargli che il Presidente dell’ANM, Pier Camillo Davigo ha più volte, e in termini assai più espliciti, presentato “i politici” in termini altrettanto genericamente degradati; fra tutte: “I politici non hanno smesso di rubare, hanno smesso di vergognarsi”, epigrafe che ha preceduto di un mese l’altra enunciazione  .

La pretesa di fissare il Bene “politico” riflette, allora, sul piano degli effetti generali, quel micidiale potere di annullare la dignità umana che “l’indagato” Riccardo Nuti avvertiva su di sè. Si può rifondare perché si può annullare; si può essere “potere assoluto” sulla Pòlis, perché lo si può essere su ciascuno dei suoi componenti. Da tutto questo discenderebbe, per la “magistratura costituzionale”, un inedito rango di Tutore della Repubblica, sovraordinato ad ogni altro potere dello Stato, di schietta matrice ugualitaristica e dittatoriale. E senza nemmeno la consueta (e fosse anche solo formale) limitazione temporale di ogni Dittatore.

Sicché, una volta fissati mezzi e obiettivi, dopo il 4 Dicembre, si deciderà di agire: se vincesse il SI’, e questo risultato si ritenesse avere un significato politico difforme da quel giusto rapporto fra “legge” e “politica”, si potrebbe ritenere necessario arginarne gli effetti: in qualche modo. Se vincesse il NO, e questo risultato si ritenesse invece più adeguato ad un giusto rapporto fra “legge” e “politica”, tuttavia potrebbe risultare ugualmente necessario intervenire verso quanti  mostrassero di non trarne le giuste conseguenze.

Il singolo elettore voterà in una direzione o in un’altra, assecondando svariati stati d’animo: entusiasmo, perplessità; e legittimamente scegliendo un suo proprio criterio: stretta motivazione sul testo della riforma, effetti politici. Io scelgo secondo quello che, tenuto conto del quadro prima tratteggiato (e sempre vivamente sperando di sbagliarmi del tutto), secondo me, appare essere il male minore; e voterò Sì. Ma senza illusioni. I giochi veri cominceranno dopo.

Le masse, come l’Intendenza, seguiranno.

   

   

     

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