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Roma, Virginia Raggi e “Capitale infetta, nazione corrotta”

Situazione a Roma: il peggio del “nuovo” che si stratifica con il peggio del “vecchio”

Virginia Raggi sindaco di Roma

Virginia Raggi, sindaco di Roma

Il leader socialista Pietro Nenni disse che “a fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro... che ti epura”. E’ quello che sta accadendo nel Movimento di Beppe Grillo. A Roma la situazione sta diventando insostenibile ma la colpa è del sindaco Virginia Raggi o della concezione della politica a Cinque Stelle?

 

Luglio 2016: il presidente della regione Campania, con il suo linguaggio greve e insieme naif fulmina Virginia Raggi, la prima donna che siede nella poltrona di sindaco di Roma: “L’ho vista affacciata al balcone del Campidoglio”, dice Vincenzo De Luca. “Una bambolina che mi faceva tenerezza. Ora la vedo bambolina imbambolata…”.

Scoppia un finimondo, sul capo di De Luca piovono accuse, la più gentile è di maschilismo d’antan. Sicuro: De Luca non ha la “grazia” e lo stile di Reginald Jeeves, il maggiordomo inventato da Sir Pelham G. Wodehouse. De Luca è uno che dice quello che pensa, anche se a volte non pensa troppo a quello che dice.

Premesso che si vorrebbe vivere, finalmente, in un mondo dove si può definire bambolina (o bambolino) imbambolata (o imbambolato) all’indirizzo di chiunque, e che si valuti se il giudizio è fondato o meno, senza essere accusati di maschilismo (e per dire: le dichiarazioni del ministro Giuliano Poletti sui giovani costretti ad emigrare, altro che figlie di un bambolino imbambolato, sono il dire di integrale stupidità), cosa pensare, oggi di quello che accade in Campidoglio, dello spettacolo che ogni giorno offre la gestione municipale della signora Raggi, e con lei il Movimento delle Cinque Stelle in generale?

Premessa: può accadere che quando questo articolo sarà letto la signora Raggi sia stata raggiunta da un avviso di garanzia: tutto accade con la frenesia di un vaudeville; per orientarci senza smarrirci troppo, trovare un punto e da lì dipanare la matassa. Il punto si chiama Raffaele Marra, capo del personale del Campidoglio, finito in carcere per corruzione. Napoletano, 44 anni, è un personaggio di spessore: un passato nella Guardia di Finanza, nel 2006 lascia la divisa e comincia a muoversi nel mondo capitolino, tra politica e burocrazia. Primo passo, al vertice dell’ente per l’incremento delle razze equine, all’epoca guidato da Franco Panzironi, stretto collaboratore del sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Appassionato di volo, è pilota di secondo grado per piccoli aerei, di sicuro è un buon navigatore; fedelissimo di Alemanno, lo considerano il “vero sindaco di Roma”: sobriamente lo chiamano il Rasputin del Campidoglio. Passa alla Regione Lazio, quando al vertice c’è Renata Polverini, anche lei centro-destra come Alemanno. Torna poi in Campidoglio, quando il sindaco è Ignazio Marino, che però lo allontana dagli incarichi direttivi. Lo troviamo infine a fianco di Virginia Raggi, quando il Movimento delle Cinque Stelle conquista il Campidoglio. Cambiano le amministrazioni, Marra resta. Tra i pentastellati suscita qualche perplessità, ma niente da fare: Virginia Raggi è irremovibile: “Senza di lui non vado avanti”. Anche lui fa la voce grossa: “Sfido chiunque a vedere le mie carte, il mio curriculum e tutte le denunce che ho fatto in questi anni”. E aggiunge: “Se il Movimento ha come via maestra la legalità io mi definisco lo spermatozoo che ha fecondato l’ovulo del Movimento. Sono uno di loro”.

Marra ha due fratelli. Anche su di loro la magistratura cerca di fare chiarezza. Sul conto di Catello Marra, si vocifera di strani, bizzarri traffici a Malta, all’ombra di una singolare “associazione filantropica di solidarietà assistenziale e di protezione sociale che collabora per il rafforzamento dell’Industria”.

Beneficenza è un ombrello sotto il quale si possono “riparare” tante cose. Anche la vendita, per esempio, di bolli e onorificenze; per chi ha questi gusti, in cambio di qualche centinaio di euro si può anche avere in cambio l’autorizzazione di indossare le fantasiose uniformi con cui Catello si esibisce in occasioni ufficiali: rossa da cerimonia, nera per i gala. Pagliacciate buone per gonzi, e del resto se c’è chi ci tiene, perché negare la qualifica di nessun valore di “corrispondente diplomatico”? Questo non c’entra nulla con Raggi, però aiuta a capire l’ambientino in cui si sguazza.

Più serio invece “l’affaire” che vede protagonista il terzo fratello Renato. L’ANAC, l’Autorità Nazionale Anti Corruzione. Si occupa della sua promozione alla guida della direzione del Turismo capitolino. Secondo l’’ANAC è configurabile “un conflitto di interessi”. Una situazione di cui Virginia Raggi era a conoscenza. Gli atti sono finiti in Procura, confluiti nella più generale inchiesta sulle nomine. I Pubblici Ministeri potrebbero procedere per abuso d’ufficio, coinvolgere, come s’è detto, la stessa Raggi. In parallelo aperto un fascicolo sul possibile danno subito dall’erario comunale: il parere è al vaglio dei magistrati della Corte dei Conti.

Tutta la vicenda è intrisa da comportamenti di incredibili (ma non per questo perdonabili) “leggerezze”, ma anche di disinvolte arroganze, e comportamenti che molto censurabili sotto il profilo penale. Ma non è qui che si devono fare i processi, e non siamo noi i giudici. Si può, anzi si deve, ricavarne qualche considerazione. La prima è la conferma del vecchio assioma coniato da Pietro Nenni: “A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro… che ti epura”. E’ quello che accade nel Movimento di Beppe Grillo.

Roma, secondo le intenzioni dei pentastellati, doveva costituire il banco di prova, la cartina al tornasole che dimostrava la capacità di “governare”, il “nuovo” che si fa largo spazzando via il “vecchio”. Sei mesi di governo della città sono un tempo sufficiente per cominciare a tracciare un primo bilancio? “Visivamente” la città è sempre la stessa: sommersa ovunque da rifiuti e immondizia non colta; strangolata da un traffico infernale; servizi pubblici che non sono inefficienti: semplicemente non ci sono. Vogliamo esaminare la “squadra”? Paola Muraro, l’assessore di fiducia, difesa allo stremo anche contro le indicazioni dello stesso movimento, costretta alle dimissioni, indagata per reati ambientali. Dell’arresto di Marra e dintorni, s’è detto. Anticipato da una quantità di altre defezioni gravi: a settembre in un giorno solo Raggi perde il capo di Gabinetto, Carla Raineri, nomina contestata dall’ANAC, e Marcello Minenna, assessore al bilancio: vanno via dopo uno scontro proprio con Raffaele Marra. Lo stesso giorno, lasciano anche il Direttore Generale di Atac Marco Rettighieri, l’amministratore unico Armando Brandolese e l’amministratore unico di AMA Alessandro Solidoro. A sostituire Minenna arriva Raffaele De Dominicis, ex magistrato TAR in pensione: indagato per abuso d’ufficio lascia prima ancora di insediarsi.

Fermiamoci qui. La vita amministrativa di Roma (la capitale, non il comune di Roccacannuccia) completamente bloccata; in Campidoglio non si prende un provvedimento che sia uno, e infine arriva la clamorosa bocciatura da parte dei revisori dei conti del bilancio previsionale 2017-2019: l’organismo di revisione economico-finanziaria del comune ritiene “non sufficienti gli spazi di finanza pubblica necessari al rispetto dell’equilibrio finanziario in relazione alle necessità che potrebbero rivelarsi rispetto al riconoscimento dei debiti fuori bilancio, alle passività potenziali comunque presenti e alle altre criticità”. In altre parole, così com’è il bilancio previsionale non rispetta gli spazi per l’applicazione del Patto di stabilità.

Roma – l’Italia in generale, non solo l’Italia – raccolgono i frutti velenosi di “semine” che vengono da lontano. E’ il risultato di una crisi storica che il filosofo José Ortega y Gasset aveva previsto già alla fine degli anni Quaranta nel suo Esquema de las crisis: “Si sente un profondo disprezzo verso tutto o quasi tutto quello in cui si credeva ieri, ma la verità è che non si hanno nuove credenze positive”. Una crisi di fiducia che ci fa idolatrare il fantasma della cosiddetta democrazia digitale, la rete diventa uno strumento utilizzato per scopi politici, ci si illude e si coltiva il sogno che così si realizzi la “democrazia diretta”, perché via computer e altre diavolerie telematiche si crede che ognuno sia messo nella condizione di far sentire la propria voce, esprimere pareri, si conti finalmente qualcosa: sul web, si dice, siamo tutti uguali, non c’è differenza tra base e vertice, non ci sono vertici e catene di comando. E’ in questo modo bislacco che per esempio il movimento delle Cinque Stelle ha redatto la cosiddetta Carta di Firenze: un barboso elenco vuoto e scombiccherato di temi, e naturalmente neppure l’ombra di un programma politico, che per diventare tale richiedono ben altro che frenetici, dogmatici e spesso offensivi scambi di mail. Però è vero che chi ha partecipato all’elaborazione di quella Carta crede di aver lavorato in condizioni di assoluta parità. E’ da questo limaccioso, frustrato, inconcludente magma, che nasce quello che a Roma (non solo a Roma) è diventato il peggio del “nuovo” che si stratifica con il peggio del “vecchio”. Dunque, possiamo rovesciare il titolo della famosa inchiesta di Manlio Cancogni su L’Espresso, negli anni Cinquanta. Oggi la “Capitale è infetta”, e la “Nazione è corrotta”.

Come sempre, a proposito dei pentastellati, c’è un’eccezione: costituita da Parma. Il suo sindaco Federico Pizzarotti sembra amministrare cum grano salis. Non dev’essere un caso che sia stato espulso dal movimento.

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