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Narciso Trump schiacciato dalla trappola tesa dal GOP

Tutto sta funzionando alla perfezione per chi a Washington veramente non sopporta Trump

di Massimo Jaus
Trump Ryan Pence

Il neoeletto presidente Donald Trump con lo speaker del Congresso Paul Ryan e il vicepresidente Mike Pence in un incontro al Congresso del 10 gennaio 2017 (Foto di Caleb Smith; Office of the Speaker of the House)

Alla Casa Bianca si fanno in quattro per ammorbidire, svelenire, addolcire le menzogne del presidente Donald Trump, ma i suoi più pericolosi nemici non sono i giornalisti o i democratici, ma i suoi alleati “forzati” del GOP: i leader repubblicani McConnell, Ryan e il vicepresidente (a quando presidente?) Pence

Una settimana d’inferno per la Casa Bianca: la riforma sanitaria rischia di saltare, il bando immigratorio atto secondo è bloccato dai magistrati federali, le presunte intercettazioni di Obama aprono un nuovo imbarazzante capitolo con la Gran Bretagna. Riesplode il caso Flynn per le oscure e preoccupanti consulenze ai russi a suon di dollari.

Le fondamenta della nuova amministrazione affondano sotto i colpi delle cose non dette, dei farneticanti tweet del presidente e delle teorie improbabili che la Casa Bianca spaccia per notizie vere. E figli uomini del presidente cercano di mettere cerotti, di rettificare i deliranti messaggini che con ottuso masochismo il “Commander in Chief” continua a mandare accecato dalla sua vanità narcisista. Gli è andata bene nella fase “distruttiva” della campagna elettorale, quando ha fatto a pezzi i suoi rivali ridicolizzandoli e sbranandoli tra gli applausi del “paniere dei deprecabili” di Hillary dove ha pescato voti, facendo leva su assurde teorie cospiratorie che hanno fatto presa su una larga fascia di elettori. Ora dopo aver vinto le battaglie, prima tra le fila repubblicane poi quella finale contro Clinton, Trump deve passare alla fase due: quella “costruttiva”. E qua sono cominciati i problemi e son venute fuori tutte le sue lacune politiche e il dilettantismo nell’arte del governo della Casa Bianca. Per usare una battuta di Ennio Flaiano: “si battono per l’idea, non avendola”.

Il “suo” partito, che ha visto la sua vittoria alle primarie come una imposizione, lo segue, ma non tanto. Per i repubblicani “ortodossi” Donald Trump è un intruso che a gomitate si è fatto spazio ed ha vinto, ma non è uno di loro. Ha vinto e non è democratico e per questo lo sostengono, ma è fragile perché non ha “peso” politico all’interno del suo stesso partito. Per allineare le truppe Trump al Congresso ha bisogno dei leader GOP a Camera e Senato. E i leader del Grand Old Party, lo vedono come un “imbarazzo” da usare.

Trump ancora si comporta da candidato. E’ convinto che con i suoi tweet riesca a contattare direttamente il suo elettorato aggirando i media che lo antagonizzano ed espongono i suoi limiti e le sue ridicole bugie. E alla Casa Bianca si fanno in quattro per ammorbidire, svelenire, addolcire le boutade del presidente, non rendendosi conto che i suoi nemici non sono i democratici, ma i suoi alleati “forzati” del GOP: i leader repubblicani, Mitch McConnell, Paul Ryan e il vicepresidente Mike Pence.

I temi che hanno portato Trump alla vittoria sono stati la costruzione de “il muro” con iI Messico, l’abolizione dell’ ”Obamacare”, il blocco dell’ingresso dei musulmani negli Stati Uniti. Tre iniziative che difficilmente passeranno al Congresso. Per il “muro” che doveva essere finanziato dal Messico non si trovano i soldi, a meno di metterlo in conto agli americani con qualche balzello. Per la riforma sanitaria non c’è l’accordo all’interno del partito Repubblicano. Per il blocco all’ingresso dei musulmani la magistratura continua a dire che si tratta di discriminazione e ha bloccato nuovamente l’ordine esecutivo del presidente. Inevitabilmente si dovrà arrivare alla Corte Suprema.

A questo punto è cominciato il balletto delle responsabilità, dei ricatti velati e delle minacce tra la Casa Bianca e il partito Repubblicano. Ai repubblicani delle idee di Trump sul “muro” e del blocco delle immigrazioni poco interessa. La “Obamacare” resta un ostacolo demonizzato in campagna elettorale, ma i leader GOP si rendono conto che la riforma sanitaria è talmente controversa all’interno del partito che non si riesce ad ottenere una maggioranza per imporla e cercano di defilarsi. Paul Ryan la chiama “Trumpcare” e la rimette in mano alla Casa Bianca a sottolineare che gli eventuali insuccessi sono di Trump, non dei repubblicani. Breibardt News, il sito di estrema destra di cui Steve Bannon, attuale capo degli strateghi della Casa Bianca è stato direttore fino a due mesi fa, pubblica le registrazioni delle imbarazzanti critiche dello Speaker Paul Ryan a Donald Trump fatte lo scorso ottobre pochi giorni prima delle elezioni. “Non lo difenderò mai, né ora, né in futuro” dice Ryan ad un gruppo di repubblicani conservatori. La registrazione salta fuori proprio nel momento in cui la riforma sanitaria rischia di saltare come per far vedere che di questi leader repubblicani non ci si può fidare. I veleni sono serviti.

Il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, durante i suoi quotidiani incontri con la stampa deve ora affrontare, in egual misura, i giornalisti di testate di destra e di sinistra che avanzano dubbi sulla credibilità delle dichiarazioni fatte dalla Casa Bianca dopo che congressmen e senatori repubblicani hanno dichiarato che dello spionaggio ordito da Obama non c’e’ traccia. Il Washington Post li definisce “bipartisan doubts of congressional leaders”. E cresce il numero di parlamentari repubblicani che chiedono a Trump di chiedere scusa al presidente Obama per le sue accuse infondate di averlo spiato. Ma lui si ostina, come in passato si era ostinato con le sue accuse che Obama non fosse nato negli Stati Uniti, e rilancia facendo fare una figura meschina a Sean Spicer sullo spionaggio britannico. Un altro passo falso che evidenzia la manifesta incapacità della gestione del Paese. In questo clima così esasperato escono con il contagocce altre notizie su Michael Flynn, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale costretto alle dimissioni per aver mentito al vicepresidente sui suoi contatti con l’ambasciatore russo a Washington. Trump sapeva dei contatti, il vicepresidente, no. La distinzione è importante.

E giovedì sera salta fuori la notizia che Flynn è stato retribuito con 45 mila dollari da due società russe, una di cybersecurity e un’altra è una televisione di Stato. Altre munizioni per l’inchiesta sui presunti favori fatti da Putin a Trump.

Perché il vicepresidente Mike Pence ha volute Flynn fuori dalla Casa Bianca? Perché il leader del Senato Mitch McConnell si defila davanti ai microfoni dei giornalisti? Perché Paul Ryan cerca di scaricare gli insuccessi sulla Casa Bianca? Interrogativi che fanno sorgere i sospetti che la leadership repubblicana sia a conoscenza dei rapporti tra Trump e Putin e stia già preparando il dopo Trump con Mike Pence alla Casa Bianca, Paul Ryan vicepresidente. Ed ecco che i fallimenti sulle promesse fatte da Trump, muro con il Messico e blocco dell’immigrazione ai Paesi musulmani, vengono scaricati alla Casa Bianca e non ai repubblicani. E Trump? Se le accuse di aver organizzato con Putin lo spionaggio alla posta elettronica dei democratici si dovessero rivelare vere, finirà in prigione e difficilmente riceverà il “perdono” dal nuovo presidente. Nixon trovò Ford che dopo il verdetto di colpevolezza per il Watergate, lo graziò. Difficilmente Trump troverà una grazia presidenziale per spionaggio con la Russia.

Narciso – secondo la mitologia greca – annegò, attratto dalla sua irresistibile immagine, nella pozza d’acqua dove si specchiava.

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