Cerca

PoliticaPolitica

Commenti: Vai ai commenti

Il PD diviso ricorda quel PSI all’avvento del Fascismo

Intervista a New York con Giorgio Benvenuto, storico leader sindacale e del socialismo democratico italiano

giorgio benvenuto

Giorgio Benvenuto durante una recente visita alle Nazioni Unite (Foto VNY)

Abbiamo conversato in un pub del West Village con Giorgio Benvenuto che, da presidente della Fondazione Nenni, continua ad essere osservatore attento e preoccupato della politica italiana e mondiale: "E' riaffiorata in Italia, nei momenti peggiori, la scorciatoia di invocare l’uomo che comanda. Tra comandare e governare c’è profonda differenza"

Giorgio Benvenuto nella seconda metà del XX secolo è stato uno dei leader storici del sindacalismo italiano. Parlamentare del PSDI e poi del PSI,  nel 1993 sostituì Bettino Craxi come segretario del Partito Socialista al tempo della valanga spazza tutto di Mani Pulite. Oggi Benvenuto è il presidente della Fondazione Pietro Nenni. A New York lo abbiamo incontrato lo scorso febbraio, quando al Calandra Institute della CUNY e poi al Palazzo di Vetro dell’ONU, ha presentato insieme al curatore Luigi Troiani, il libro di memorie postume del giornalista John Cappelli. La sera dopo, davanti a un hamburger e patate fritte, in un chiassoso pub del West Village sulla Sesta Avenue, abbiamo avuto una lunga conversazione con Benvenuto sui fatti dell’attualità italiana, americana e mondiale. Pochi giorni fa lo abbiamo contattato a Roma per sottoporgli qualche altra domanda per completare la nostra conversazione. Il risultato è questa lunga intervista che proponiamo per intero ai nostri lettori de La Voce, certi che le opinioni di un “cavallo di razza” della sinistra italiana e del socialismo democratico europeo possano aiutare a orientarsi, non solo nella storia del Novecento, ma anche su cosa potrebbe ancora arrivare dal futuro della politica italiana e mondiale.

Lei è presidente della Fondazione Pietro Nenni. La fondazione prende il nome dal leader socialista che ebbe una parte fondamentale nella stesura e nell’accordo tra forze diverse per la costituzione repubblicana. Cosa avrebbe dovuto imparare Matteo Renzi, prima di lanciare un referendum costituzionale sul quale è stato sconfitto anche come primo ministro, dal modo di far politica di Nenni?

Giorgio Benvenuto alla recente inaugurazione della nuova sede della Fondazione Nenni a Roma

“Il referendum del 1946 non era una scelta tra dirigenti politici, ma tra repubblica e monarchia. Il referendum del 2016 ha avuto un significato plebiscitario, di fiducia nel capo di partito e di governo. Nenni costruì invece assieme agli altri leader dei partiti che avevano contribuito alla vittoria contro il nazifascismo, un accordo sui principi generali. L’unica pregiudiziale era nei confronti dei fascisti. Tutti i partiti, tutti i movimenti che avevano concorso alla liberazione dell’Italia, anche se avevano diverse opzioni dal punto di vista ideale ed ideologico, trovarono la forza di realizzare il cambiamento istituzionale dalla monarchia alla repubblica definendo nella nuova Costituzione principi generali nei quali tutti si riconoscevano. Sono convinto che per fare una Costituzione sia importante realizzare l’accordo tra i diversi partiti, indipendentemente dal fatto che essi siano alla maggioranza o all’opposizione. Questo è il principio che ispirò la politica di Nenni e degli altri “padri costituenti”.

Nella cosiddetta Seconda Repubblica (1994-2016) non si è mai cercato di fare riforme che avessero un consenso generale. Renzi non ha voluto capire che aveva una straordinaria opportunità: correggere gli errori fatti da Berlusconi, Amato, D’Alema e Prodi. Ha voluto imporre al Parlamento e al PD le sue idee, senza confrontarle. La Costituzione andava certo aggiornata, migliorata e modificata, ma esigeva la ricerca di un’intesa la più ampia possibile sui principi”.

Che differenza c’è nella crisi del PD di oggi che soffre la scissione e rischia il crollo e quella che attraversò il Psi? L’attuale indebolimento del maggior partito di centro sinistra potrebbe aprire spazi per la presa del potere da parte di forze pericolose per la democrazia? Avvenne già nel 1922 che la debolezza dei governi creasse le condizioni per l’avvento della destra reazionaria.

“Quando in un partito non si riesce a discutere, a convivere, ad avere rapporti costruttivi tra maggioranza e opposizione (purtroppo questo capita spesso a sinistra) ci si divide prima, ci si scinde poi. La scissione avvenuta nel PD penso però che non sia ancora definitiva. E’ un incidente di percorso. Spero anzi che si ritrovino le condizioni di una convivenza. La situazione politica, economica e sociale richiede l’unità. Lo stesso Partito Democratico, nato dall’incontro tra diverse culture riformiste, deve tornare ad essere unito. Deve essere capace di fare alleanze. Deve riuscire a sviluppare il dialogo. Se ci si divide si finisce per essere sconfitti. Abbiamo tanti esempi nella storia recente. Perché vinse il fascismo? Nel 1919 il partito fascista ottenne meno di 5000 voti nelle prime elezioni a suffragio generale; il Partito Socialista sfiorò quasi il 50% dei voti nell’Italia del Nord: era il primo partito italiano; aveva decine di migliaia di cooperative socialiste; il sindacato socialista, la CGIL, aveva 2.500.000 iscritti; il 40% dei comuni aveva un sindaco socialista. Tre anni dopo nel 1922 il fascismo conquistò il potere. Perché? Il Partito Socialista si divise nel 1921, si ridivise ancora nel 1922. Nacque prima il Partito Comunista, poi i restanti socialisti si scissero in due partiti: uno massimalista e l’altro riformista. Il risultato? Vinse una dittatura, quella fascista, durata vent’anni. Nel 1946, subito dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, il Partito Socialista si è subito diviso tra i seguaci di Saragat e quelli di Nenni. E così l’Italia non avrebbe mai avuto, nell’Europa occidentale, un forte partito socialdemocratico, come avvenuto in Germania e in altri paesi europei. E un’altra scissione si è ripetuta nel 1969 quando si ridivisero i socialisti e i socialdemocratici. Ogni scissione ha fatto fare molti passi indietro all’Italia sulla strada della crescita economica, dello sviluppo, delle conquiste sociali”.

Giorgio Benvenuto, col curatore Luigi Troiani e Paolo Messa, Direttore del Centro Studi Americani, discute del libro di John Cappelli “Memorie di un cronista d’assalto”, durante l’evento tenuto lo scorso febbraio al Calandra Italian American Institute della CUNY

Lei è stato per pochi mesi segretario del Partito Socialista Italiano, dopo Bettino Craxi, durante la tempesta Tangentopoli. Quei tempi politici secondo lei, erano più pericolosi per la democrazia italiana rispetto ad oggi, oppure la Repubblica rischia di più nel 2017?

“E’ stata una fase drammatica nella storia del nostro paese. Purtroppo è una storia che non passa. Continua. Nella prima repubblica c’erano sette partiti. Oggi sono un’ottantina. Si voleva cambiare tutto. Si è cambiato poco o nulla. E’ stata cavalcata la spinta giustizialista che non ha trasformato la protesta in proposta. E’ caduta l’autorevolezza delle istituzioni. Non c’è più fiducia nello Stato. Trionfa spesso il qualunquismo. Siamo, dopo vent’anni, sempre sulla strada della provvisorietà. Non si fanno vere riforme, non si adegua e modernizza la Costituzione; si conta sempre meno nello scenario internazionale. Si vive alla giornata, si sopravvive sperando che possa venire un uomo della provvidenza. Occorre voltare pagina. Va archiviata questa lunga fase di transizione e va realizzato il cambiamento del paese. L’Italia può e deve contare in Europa e nel mondo”.

Passiamo alla parte più sindacale. Lei è stato per anni leader della UIL, quando con CGIL e CISL i sindacati italiani contavano tantissimo in Italia. Quel tridente d’attacco: Lama, Carniti, Benvenuto per i diritti dei lavoratori, va ritenuto una formula di altri tempi o in Italia il ruolo forte dei sindacati dovrebbe o potrebbe ritornare?

I leader sindacali Pierre Carniti (CISL), Luciano Lama (CGIL) e Giorgio Benvenuto (UIL)

“Il sindacato ha vissuto allora una fase straordinaria di conquista e di successi. Il segreto della sua forza era l’unità e la capacità di indirizzare le proteste verso grandi riforme per il cambiamento e la modernizzazione del paese. E’ stata migliorata la scuola. E’ stato valorizzato il lavoro. Sono stati conquistati importanti diritti civili. E’ stato sconfitto il terrorismo. Il sindacato unito è stato decisivo nella crescita sociale e politica. L’Italia ha avuto un vero e proprio miracolo economico. Negli anni Ottanta l’Italia era la quarta potenza industriale nel mondo. Oggi è tutto più complesso. C’è la globalizzazione. Domina la logica del mercato. La sinistra, a cui sempre il sindacato si è richiamato, vive una fase di difficoltà, non riesce ad immaginare un nuovo ruolo in un mondo che è cambiato. E’ difficile fare oggi attività sindacale, rappresentare il mondo del lavoro. Ma le occasioni per esserci non sono scomparse. Il ruolo del sindacato è oggi più necessario di ieri; del sindacato come di tutti i soggetti intermedi perché raggruppano le persone e cercano di rappresentarle. Il sindacato ha il compito di fare in modo che la globalizzazione, la finanza e il mercato abbiano regole e che soprattutto ce ne sia una che deve valere: l’economia e la finanza devono essere al servizio della dignità della persona umana e non viceversa. Il sindacato, i partiti, la sinistra tradizionale, il mondo delle associazioni non devono accantonare i propri ideali. Oggi la sinistra teme che le antiche ideologie e i vecchi principi siano superati. C’è l’ansia di legittimarsi imitando i movimenti populisti. E così le proteste, il disincanto, il malumore del mondo del lavoro e dei giovani finiscono per indirizzarsi a nuovi movimenti che sanno solo promettere senza assumersi la responsabilità della proposta. Movimenti che delegittimano le istituzioni e cavalcano ogni dissenso ricorrendo solo alla protesta verbale che diviene sempre più violenta.

Lei recentemente ha fatto un viaggio negli Stati Uniti ed è stato anche a Washington dove ha incontrato lo staff del senatore Sanders. Il socialismo democratico ha forse qualche chance negli Stati Uniti?

“Direi di sì. C’è più attenzione nei confronti del socialismo e della socialdemocrazia. C’è molta curiosità. A volte si avverte l’entusiasmo del neofita. Colpisce e impressiona favorevolmente l’entusiasmo dei giovani, molto presenti e attivi nelle fondazioni e nella società.

Le parole socialismo, solidarietà, coesione, riduzione delle diseguaglianze sono presenti nella società americana. C’è la consapevolezza che la ricchezza vada prodotta, e che sia poi importante ripartirla in modo equo, contrattato. C’è consapevolezza che i rapporti tra lavoratore e datore di lavoro abbiano spazi di non conflittualità per assicurare la competitività dell’impresa. E’ in sostanza una visione socialdemocratica. E’ simile a quella politica che fu il cardine della svolta socialdemocratica di Bad Godesberg in Germania. Una svolta che è stata alla base delle fortune economiche e sociali del modello “renano”.

giovani bernie sanders

Un comizio di Bernie Sanders (Ph. Flickr)

Molti giovani in USA si sono mostrati sensibili alle idee di Sanders, convinti che per affrontare le sfide del futuro non bisogna ripiegare le bandiere della solidarietà e della libertà, valide ieri, valide oggi, valide anche nel futuro”.

Rimanendo in America, cosa pensa di Donald Trump? Crede che sia una versione americana di potenziale fascismo pericoloso per la democrazia americana e la libertà nel mondo, oppure si tratta di un movimento social-conservatore ma che i check and balance della costituzione americana possono tranquillamente controllare e contenere?

“Ho un’opinione diversa. La vittoria di Trump è il risultato dei meccanismi della legge elettorale in USA. Trump ha vinto nel voto degli Stati; ha perso invece nel conteggio dei voti popolari (tre milioni di voti in più sono andati alla Clinton). Ha preso i voti delle persone anziane; ha vinto nell’America profonda; ha avuto molti voti tra i lavoratori; ha vinto per un soffio negli Stati che erano da decenni roccaforti dei democratici. Penso che sia azzardato dire che Trump ha una visione fascista. I voti a Trump sono il sintomo largamente presente in USA, soprattutto nel ceto medio, della paura. La paura del diverso, la paura di perdere quello che si è conquistato, la paura del futuro.

Il fascismo e il nazismo volevano sopprimere la libertà, erano razzisti. Il populismo è invece originato dalla paura, dal disinganno, dalla sfiducia nei partiti tradizionali. Trump ha vinto due volte: contro la nomenclatura del Partito Repubblicano e contro Clinton. Il populismo non si combatte chiedendo di votare il meno peggio; non si vince demonizzando e ridicolizzando l’avversario; si vince con le idee”.

Passiamo in Europa. Secondo lei, l’Europa ce la farà a passare questi momenti di profonda crisi e divisioni, pensiamo alla Brexit e ai rifugiati, e riprendere il cammino per gli Stati Uniti d’Europa? Oppure quello è stato solo il sogno di qualche generazione e bisogna prepararsi al peggio?

“Ci sono tre scenari possibili. Il primo è catastrofico. Se prevalgono i populismi l’Europa si dissolve. Risorgeranno forme di nazionalismo. E, inevitabilmente, direi inesorabilmente, il nazionalismo porterà allo scontro, alla incomprensione, alla contrapposizione, alla guerra.

Il secondo scenario possibile è quello dell’immobilismo. Si continua a non decidere. Si ha il timore di creare problemi ai partiti europei impegnati nelle prossime elezioni in Francia e in Germania. Si aspetta che passi, come diceva Eduardo De Filippo, la “nottata”. E’ quello che suggerisce Juncker, il Presidente dell’Unione Europea, che ha presentato il libro bianco per il rilancio dell’Europa. Un piano inutile che rinvia le soluzioni e lascia l’Europa in mezzo al guado.

Il terzo scenario è quello della speranza. L’Europa deve riprendere il cammino verso l’integrazione politica e sociale. L’euro non può essere il punto di arrivo. E’ la tappa del lungo cammino che va completato. Non può l’euro essere un “marco” travestito che sta spaccando e frammentando l’Europa. Il voto in Olanda ha fatto tirare un respiro di sollievo alle forze europeiste. Bisogna reagire alle spinte per la dissoluzione dell’Europa ed agire.

L’Italia ha in questo scenario un’occasione straordinaria, gli scienziati la chiamerebbero una sorta di “congiunzione astrale”. L’Italia presiede a Roma la riunione dei 27 paesi facenti parte dell’Unione Europea per celebrare i 60 anni della firma degli atti costitutivi. A maggio l’Italia presiederà il vertice dei sette paesi maggiormente industrializzati del mondo (è il primo al quale partecipa Trump e all’ordine del giorno c’è il problema della Russia e di Putin). Il presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani è italiano. Il capogruppo del Partito Socialista Europeo nel Parlamento Europeo, Gianni Pittella, è italiano. La rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea Federica Mogherini è italiana. E’ italiano infine Luca Visentini, Segretario Generale della Confederazione Europea dei Sindacati. L’Italia è quest’anno nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, presiede il gruppo Mediterraneo di Osce, e il prossimo anno sarà presidente di Osce, dove ha già il Segretario Generale.

Giorgio Benvenuto durante la sua visita all’ONU

L’Italia deve operare per raccogliere i consensi necessari per andare avanti nella costruzione dell’edificio europeo. Occorre progettare, con i tempi e le gradualità necessari, l’attuazione dell’integrazione economica, sociale e politica. Occorre dare la precedenza alla definizione di una politica fiscale comune che elimini la “fiscalità nociva” tra gli stati europei; occorre favorire una politica di sviluppo che rafforzi la coesione; occorre una politica comune sull’immigrazione; occorrono dei passi in avanti sull’integrazione politica; va ripristinato in Europa il ruolo della Commissione e vanno rafforzati i poteri del Parlamento, oggi troppo subordinati alle decisioni prese nelle riunioni dei capi di Stato.

L’Italia deve recuperare il tempo perduto. Il dibattito e il confronto tra i partiti deve riguardare l’Europa. E’ lì che si gioca il futuro. Troppe volte le cosiddette primarie che nei partiti hanno sostituito i congressi, si riducono ad uno scontro tra aspiranti leader: si contano ma, ahimè, non contano poi nella gestione della politica economica e sociale. Non contano nello scenario internazionale. Il più delle volte si adattano a sfornare opinioni su quello che accade; sono, invece, incapaci di avere idee, proposte, progetti. Chiedono ai propri elettori di “credere”, non domandano di pensare”.

Guardiamo alla politica internazionale contemporanea. Trump sta impostando la sua politica estera tra diverse contraddizioni e annunci che preoccupano. Ci si chiede se la NATO serve ancora. C’è la Cina rampante e la Russia di Putin che guarda indietro. Secondo lei politici di sinistra, insieme realisti come Nenni e Craxi, che tipo di rapporto cercherebbero di avere con il mondo contemporaneo?

Pietro Nenni con Bettino Craxi nel 1979

“Nenni e Craxi erano degli statisti moderni. Non hanno mai sottovalutato la politica internazionale. Hanno avuto sempre l’ambizione di svolgere un ruolo determinante. In alcuni momenti sono stati dei veri protagonisti.

Oggi, come ieri, occorre fare i conti con la realtà. Senza demonizzarla, cercando di approfondire le novità ed i cambiamenti. L’Europa non è condannata al declino. Si può e si deve reagire. L’Europa deve essere un’entità politica coesa. L’Europa (Silvio Trentin diceva durante la battaglia della resistenza al nazifascismo “liberare et foederare”) ha una grande importanza strategica e politica.

La Nato va ammodernata, equilibrata e ristrutturata. Ha svolto una funzione importante nel secondo dopoguerra. Gli scenari sono cambiati. La Russia di Putin risente il richiamo della foresta dell’imperialismo zarista e sovietico; l’America non può rinchiudersi nell’isolazionismo. Alle guerre tradizionali si sostituiscono oggi gli scontri religiosi, il dramma delle emigrazioni, i conflitti economico sociali derivanti dalla globalizzazione e dalla finanziarizzazione”.

Presidente, un’ultima domanda. La sua generazione politica che nell’infanzia aveva conosciuto gli orrori della guerra, e che poi ha vissuto il successo dell’Italia e del boom economico, cosa può ancora insegnare alle nuove generazioni che cercano di governare l’Italia? E nella galassia democratica e progressista italiana ora frantumata in schieramenti politici diversi, chi pensa avrebbe più bisogno e sarebbe più ricettivo ai suoi consigli frutto di una tanto lunga esperienza politica e sindacale.

“Penso che l’Italia sia un paese particolare, di molte culture, di molte conoscenze; è un paese che storicamente ha avuto anche cicli storici straordinari. Penso all’uscita dal Medioevo, al Rinascimento. L’Italia è un paese fatto da migliaia di comuni, ha un florido pluralismo, un incredibile folklore, tanti dialetti, millenarie tradizioni. E’ un paese che dà il meglio di se stesso se è governato. Cosa vuol dire governato? Significa che sono importanti le forze intermedie. E’ necessario sempre, con pazienza cercare di puntare al consenso. E’ il metodo che oggi, in termini tecnici, è chiamato concertazione.

Negli ultimi tempi, ogni tanto, è riaffiorata in Italia, nei momenti peggiori, la scorciatoia di invocare l’uomo che comanda. Tra comandare e governare c’è profonda differenza. Chi governa dà l’impressione che ci sia bisogno di più tempo e fatica, ma alla fine i risultati ci sono. Chi comanda non riesce a fare le riforme, non riesce a governare, determina nel paese solo contrapposizioni. Oggi l’Italia è un paese diviso tra partiti e sindacati; tra nord e sud; tra donne e uomini; tra giovani e anziani; tra lavoratori del pubblico e del privato … Potrei continuare con un elenco che non finirebbe mai. E’ la politica degli uni contro gli altri, politica che poi si spezzetta, che cade nell’individualismo e nella ricerca di soluzioni semplici a problemi che sono complessi. Immagino che l’esperienza che possiamo portare, noi che abbiamo vissuto nel passato momenti tragici e felici, sia quella di suggerire il metodo migliore per governare l’Italia. Non si deve parlare solo dei problemi della gente e basta. Si deve parlare con la gente.

Pietro Nenni durante un comizio a Milano nel 1966

L’Italia ha bisogno di avere coesione, questo ancora di più oggi in una fase nella quale si ha paura del futuro. E quando si ha paura ci si affida all’uomo forte. E’ un errore. Quell’uomo è forte nel tono della voce e negli insulti che dà, ma è povero e debolissimo nelle proposte. Non si deve rinunciare alle idee. Un partito, un sindacato, non deve ammutolirsi, non deve adottare la furbizia di chi, per avere un applauso, si appiattisce sulle posizioni altrui, non deve avere l’ansia della legittimazione inseguendo la moda del populismo. Non bisogna temere le sconfitte e gli insuccessi. La società civile è viva e reattiva. Non c’è solo protesta e qualunquismo. Ci sono molte potenzialità. I partiti dovrebbero parlare di più con la gente. L’Italia ha bisogno di persone come Nenni e la sua generazione. Persone che sono state capaci di lottare, che non si sono mai rassegnate, che non si sono mai crogiolate nella sconfitta, per reagire e alla fine vincere”.

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter