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Col Trumpcare, la Casa Bianca affonda nella palude del GOP

Ritirata la proposta di legge di riforma sanitaria: lo schiaffo dei compari del GOP al Presidente Trump

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Donald Trump nel settembre 2016, quando affermava che la prima sua mossa da presidente sarebbe stata una nuova legge sanitaria (Foto Flickr, Michael Vadon)

Dietrofront di Trump e Ryan sulla riforma sanitaria: il GOP, pur avendo la maggioranza, è spaccato e non segue le direttive del Commander in Chief. La riforma sanitaria si è rivelata il primo grande inciampo per Donald, che ora deve recuperare credibilità di fronte ai dubbi sulla propria efficacia di negoziatore. La prossima mossa sarà probabilmente la riforma fiscale

Come vi avevamo anticipato qualche giorno fa da queste colonne, la sostituzione dell’Affordable Care Act si è trasformata nella prima grande sconfitta politica del Presidente Trump. È infatti avvenuto ciò che sospettavamo: al Congresso, venerdì lo Speaker della Camera Paul Ryan, dopo essersi consultato con il Presidente, è stato costretto a ritirare la nuova riforma sanitaria repubblicana poco prima della prevista votazione in aula.

Il motivo è fin troppo ovvio. Nonostante la maggioranza parlamentare sia saldamente in mano al Grand Old Party, sul tema il partito si è fortemente spaccato e non è riuscito a trovare i voti necessari all’approvazione della legge. In particolare la riforma ideata da Ryan, la quale apportava significative modifiche all’impianto della legislazione in vigore, è stata considerata “troppo blanda” dai falchi della House Freedom Caucus, il gruppo di conservatori duri e puri del Congresso.

Agli occhi degli osservatori più attenti, i segnali della disfatta erano chiari da giorni, e il fatto stesso che la votazione sia stata rimandata a venerdì (essendo inizialmente prevista per il giorno prima) era indicativo di una violentissima guerra sotterranea tra il team Trump e una parte dei repubblicani.

Ma non si tratta solo di una lotta “sui contenuti” tra fazioni diverse di uno stesso partito, per giunta su uno dei temi più spinosi degli ultimi anni. Le implicazioni della marcia indietro di venerdì intaccano infatti in modo pesante l’immagine della nuova presidenza in politica interna.

Fallendo miseramente il primo test parlamentare su una materia sulla quale aveva da tempo martellato l’opinione pubblica, Trump ha dato l’idea di essere inconcludente e incapace di districarsi nella celebre “palude” di Washington che aveva promesso di “drenare” durante la campagna elettorale. Altro che il mago de “the art of the deal”, in quest’occasione The Donald  assomiglia molto di più a uno dei tanti dilettanti allo sbaraglio dello storico programma “La Corrida”.

L’aver preso alla leggera una votazione tanto importante credendo che bastasse fare la voce grossa per convincere chi era contrario a passare dalla sua parte, gli è costato carissimo. Lungi dal preoccuparsi dei propri nemici democratici (incapaci in questa prima fase di organizzare un’opposizione seria), come ancora una volta anticipato da La Voce, Donald dovrebbe insomma guardarsi alle spalle, perché i pericoli maggiori arrivano proprio dagli “amici” del GOP.

Intanto, dopo l’imbarazzante dietrofront l’immediata reazione di Trump ha seguito un copione ben noto al personaggio, che ha minimizzato l’accaduto: “Da quanto tempo sono qui, 64 giorni giusto? Non ho mai detto che avrei abolito e sostituito l’Obamacare – avete sentito tutte le mie dichiarazioni- non ho mai affermato che l’avrei abolito e sostituito in soli 64 giorni” ha glissato l’inquilino della Casa Bianca, aggiungendo poi di “avere ancora molto tempo [per farlo, ndr]”.

Malgrado le molteplici e confusionarie giustificazioni di cui ci inonderà ne prossimi giorni, però, lo smacco subito rimane vistoso. E al di la degli effetti (limitatissimi) sul morale dei suoi elettori o dei suoi oppositori più accaniti, la circostanza potrebbe turbare (e già in parte lo ha fatto ieri) gli investitori. Questi ultimi cominciano ad avere dubbi sulla realizzabilità di altri punti programmatici dell’agenda Trump.

La banalissima domanda che circola è infatti la seguente: se  non riesce a dominare la propria maggioranza, come riuscirà il Presidente a realizzare altre difficili punti del proprio programma, come per esempio i tanto pubblicizzati investimenti miliardari in infrastrutture? La preoccupazione è legittima, e se da un lato è senza dubbio esagerato definire l’ultimo flop “l’inizio della fine” della presidenza Trump, dall’altro, se vuole recuperare credibilità, il Presidente dovrebbe esibire al più presto una vittoria parlamentare.

Il tema sul quale puntare è ormai chiaro a tutti: il fisco. Se c’è infatti una cosa in grado di unire tutte le anime del partito repubblicano (e i ricchi donors che di fatto lo controllano) sono i tagli fiscali (soprattutto se riferiti alle imprese e alle fasce di reddito più alte della popolazione).

Vedremo in quel caso come andrà a finire.

  • franco franceschi

    il punto debole della riforma sanitaria portata a compimento dalla presidenza Obama (era stata iniziata sotto Lindon B.Johnson) è l’obbligo per i datori di lavoro con più di50 dipendenti di contribuire alle spese sanitarie. Questa condizione (più di 50 dipendenti) taglia fuori di fato dall’assistenza sanitarie tutta la piccola e media impresa lasciando i vantaggi ai dipendenti della grande industria o delle grandi compagnie

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