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Le Fosse Ardeatine, Raggi e la banalità del male

Il Sindaco non era alle Fosse Ardeatine, il medico le aveva detto di prendersi una vacanza

fosse ardeatine
Se il Sindaco di Roma Virginia Raggi avesse argomentato che la sua programmata assenza era stato un modo per prevenire il decadimento retorico, sempre incombente sulle celebrazioni... Ma “il medico me l’ha detto” ci inonda di banalità; ci sommerge di insensatezza, di un trionfo burocratico che rende tutto ridicolo, grottesco

Il Sindaco di Roma, Virginia Raggi, qualche giorno fa non è andata alle Fosse Ardeatine, dove si celebrava il 73° anniversario della strage. Coincideva con il calendario di una sua vacanza, sulle Dolomiti: sicché, ha presenziato il Vice-Sindaco, Luca Bergamo. Al riguardo, constano due proposizioni sindacali, di diverso tenore. La prima, sulle ragioni della scelta; la vacanza è stata prescritta: “…dai medici, che mi hanno consigliato un periodo di riposo dopo sette mesi di duro lavoro; la seconda, per commentare i numerosi rilievi critici che le sono stati mossi: #Fosse Ardeatine primo luogo visitato con fascia tricolore. Sciacallaggio contro di me non si ferma neppure di fronte al valore della Memoria”; il mezzo, Twitter, forse spiega lo stile da telegramma d’antàn.

Doveva andare. E ha fatto male a non andare. Perché era (è) il Sindaco: e il Sindaco, in certe speciali circostanze, rappresenta la comunità nel suo apogeo umano: quello del sentimento, del pensiero, che si addensano e si riconoscono in un’idea-simbolo. Volta a volta. Le sostituzioni, delegate ad un Assessore, o al Vice, sono evidentemente possibili: ma entro l’ordinario svolgimento dell’azione amministrativa: in Giunta, in Consiglio Comunale, nella sottoscrizione di un provvedimento; vanno bene per l’Ufficio Protocollo, non per la Pòlis.

Tuttavia, questo sarebbe stato ancora un errore, se non ordinario, certo intellegibile: da ascrivere a carenza politica, ad inadeguata prontezza nel cogliere un senso di verità, che comunque rimane eterno: oltre le assenze, oltre le presenze. D’altra parte, la precisazione del Sindaco, che la sua prima uscita pubblica proprio lì si era avuta, avrebbe potuto comprovare che l’errore esprimeva non una incolmata separatezza, ma una transitoria deviazione.

Senonché, le motivazioni della scelta piombano aliene, e si mostrano inattingibili ad ogni tentativo di comprensione: che, come si sa, è più di intendimento; è prendere con sè, un voler quasi abbracciare le azioni dell’altro, persino oltre il razionale, quando il razionale non riesce a spiegare.

Le motivazioni sono: “me lo ha prescritto il medico” e, si badi: non un elisoccorso con la pressione a 40; non un trapianto nelle 24 ore; non un’immediata quarantena per sospetta patologia infettiva; ma una vacanza sugli sci. Questo sbigottisce, questo disperde tanto le nostre gracili facoltà intellettive, quanto le nostre disposizioni sentimentali: pur volenterose, e ugualmente annientate.

Se il Sindaco Raggi avesse argomentato, che la sua programmata assenza era stato un modo per prevenire il decadimento retorico: sempre incombente sulle celebrazioni. Un modo per riproporre, persino polemicamente, il travagliatissimo nesso fra l’attentato di Via Rasella, e la rappresaglia dei nazionalsocialisti. Per ricordare, con i martiri delle Fosse, i nomi, valorosi e tragici, di Giorgio Amendola, di Carlo Salinari, di Franco Calamandrei e degli altri, che l’attentato idearono ed eseguirono. Per suggerire, con la sua scelta inusitata, a quali laceranti responsabilità l’uomo si senta talvolta costretto a spingersi. Se avesse, anche rudemente, anche maldestramente, inteso chiedersi e chiedere alla comunità che rappresenta, qual’è il senso tragico della guerra, vicenda collettiva, per ciascuno che invece, in verità, la combatte da solo: nell’intimità del suo cuore, non meno che nel clamore del campo aperto. Se, con la sua assenza, avesse quindi voluto cercare il senso, misterioso e superiore alle forze del singolo, dell’uccidere insieme, per far rinascere insieme la vita, la pace, la giustizia. Se, stando sugli sci, avesse anche solo voluto accennare ad una delle molteplici, eterne, ragioni dell’interrogarsi, del parlare, del parlarsi all’ombra ammonitrice del dolore e del sacrificio, certo non sarebbe stata da tutti intesa; ma, almeno, compresa. Si sarebbe potuto dire: il modo, no; però il senso, sì.

Ma “il medico me l’ha detto” ci inonda di banalità; ci sommerge di insensatezza, di un trionfo burocratico, di un rannicchiarsi sulla borsa dell’acqua calda avendo la corona in testa, che rendono tutto ridicolo, grottesco, indicibilmente minimo. Con questa “spiegazione”, anche il precedente rammentato: l’essere state le Fosse Ardeatine subito ufficialmente visitate, si risolve in una pezza peggiore del buco. Perché “il medico me l’ha detto” ci rivela che si è trattato di un adempimento sinceramente formale, di squisito e riuscito protocollo.

A ritenere, poi, che gli avversari politici, in questo caso, non avrebbero dimostrato statura politica adeguata alle loro contestazioni, “sciacalli” ha detto Sindaco, perché avrebbero imbracciato l’arma del clamore mediatico, e non lo strumento dell’analisi o della sofferta critica, non consola. Nè giustifica il Sindaco, anche solo minimamente.

Anzi. Primo Levi, a proposito del perniciosissimo E tu, allora?, che per molti, per troppi, pare sempre più costituire, nei social non meno che per strada, il più vigoroso arnese dialettico di fronte alle critiche, ammoniva: “…nessun sistema giuridico assolve un assassino perché esistono altri assassini nella casa di fronte”. Come si vede, regola eterna, consegnataci da un uomo, che fu un uomo: debitamente meditata, esperibile a tutte le latitudini, a tutte le altezze di ingegno, in ogni circostanza. Per fugare ogni alibi: verso gli eccidi del Lager, come verso chi scantona dalla fila allo skilift.

C’è solo un modo per rendersi peggiori del male: renderlo banale. E questo l’ha detto Hannah Arendt. Un’altra donna.

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