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All’Occidente serve un muro… contro il nazionalismo

Su entrambe le sponde dell'Atlantico occorre gestire l'immigrazione per arginare la deriva autoritaria

Nazionalsimo
L'Occidente ha bisogno di immigrazione per tutta una serie di motivi sia pratici che etici, ma per non farsi sopraffare dalle risorgenze nativiste e neo-fasciste innescate dai profondi mutamenti del processo produttivo, le forze progressiste devono dimostrare di sapere gestire adeguatamente il fenomeno

Nell’estate del 2013 scrissi un articolo per questo giornale intitolato “Il governo di nessuno”.

In quel pezzo illustrai la tesi di due politologi americani, Frank Baumgartner e Bryan Jones, secondo i quali il lungo periodo di relativa stabilità e prosperità creatosi nei paesi occidentali tra il Dopoguerra e la fine del ventesimo secolo e percepito da molti come ormai consolidato ed immutabile, potrebbe, in realtà, non essere affatto tale.

Secondo i due studiosi: “Ciò che é accaduto nel corso dell’ultimo mezzo secolo ci ha spinti a pensare che, visto il livello di sviluppo che abbiamo raggiunto, i cambiamenti socio-politici siano divenuti intrinsecamente graduali e, perciò, per lo piú indolori. Ma in questo modo rischiamo di commettere un grosso errore di valutazione perché un periodo di cambiamenti piú profondi, radicali e anche violenti potrebbe essere dietro l’angolo. Soprattutto considerando molti fenomeni che sono già in atto, come quello dei mutamenti climatici del pianeta e delle migrazioni di massa dai paesi in via di sviluppo a quelli industrializzati”.

Un passaggio premonitore e inquietante vista la deriva autoritaria, nazionalista e controriformista che ha interessato a breve distanza prima l’Europa e, dopo le ultime elezioni, gli Stati Uniti.

Su entrambe le sponde dell’Atlantico il profondo malcontento sociale ha, prima di tutto, radici economiche. Dappertutto, la trasformazione del processo produttivo, stravolto dal doppio colpo dell’automazione e della delocalizzazione, ha lasciato dietro di sé uno strascico di disagio, indigenza e rabbia: impulsi che, nel corso della storia, hanno sempre costituito gli ingredienti per un cocktail esplosivo.

Negli ultimi vent’anni, le grandi aziende europee e americane hanno chiuso una fabbrica dopo l’altra e hanno spostato la loro produzione verso i paesi in via di sviluppo per avvantaggiarsi di costi di manodopera molto più bassi e di normative ambientali molto meno stringenti.

Allo stesso tempo, macchine e robot hanno gradualmente “rubato” migliaia di posti di lavoro agli operai delle catene di montaggio, ai cassieri di grandi magazzini e supermarket arrivando ora ad insidiare le professioni dei cosiddetti “colletti bianchi” in un numero sempre più vasto di settori come finanza, assicurazioni e persino medicina e assistenza legale.

Queste sono trasformazioni radicali e permanenti del mercato del lavoro che rischiano di alterare per sempre l’organizzazione sociale a cominciare proprio dai paesi sviluppati.

Se queste previsioni sono giuste, la tradizionale disoccupazione ciclica che aumenta dopo una crisi economico-finanziaria per poi diminuire con la conseguente ripresa, potrebbe essere rimpiazzata da una disoccupazione strutturale che costituisce il preludio ad un futuro “senza lavoro” dove l’automazione rende definitivamente superfluo l’utilizzo di impiegati e operai in interi settori produttivi.

Se da una parte gli aspetti più futuristici di questi mutamenti sono ancora in una fase preliminare, i suoi effetti immediati sono già visibilissimi nella “Rust Belt” americana o negli ex distretti industriali d’Europa dove i ranghi della disoccupazione strutturale sono cresciuti a dismisura e, con essi, il malcontento sociale.

In realtà, il principio economico che ha causato la distruzione di posti di lavoro divenuti “obsoleti” in una particolare area geografica e spostati verso il Terzo Mondo, non è nulla di nuovo.

Le grandi multinazionali sono soggetti “amorali” il cui unico scopo è solo ed esclusivamente quello di generare valore aggiunto per i propri azionisti, a prescindere dalle conseguenze sociali. In questo sforzo ad oltranza verso la massimizzazione del profitto, i grandi interessi industriali e finanziari sono come l’acqua che, solo in virtù della forza di gravità e della sua natura liquida, si infiltra dove può “incurante” dei danni collaterali, spesso disastrosi, che può provocare.

Anche in passato, settori produttivi che erano predominanti fino a qualche tempo prima sono diventati all’improvviso superati grazie ad improvvisi mutamenti tecnologici.

Negli anni a cavallo tra l’800 e il 900 i trasporti, che per secoli erano rimasti incentrati sul cavallo e sulle bestie da soma in generale, furono completamente rivoluzionati dall’invenzione del motore a scoppio e dall’apparire delle automobili che gradualmente resero obsolete le carrozze e, con esse, le professioni di stallieri, cocchieri, allevatori e maniscalchi.

Allo stesso tempo, i principi macroeconomici, suggeriscono che anche un fenomeno come la delocalizzazione ha, in teoria, un effetto positivo. Se un’azienda americana chiude le sue fabbriche del Michigan e sposta la produzione in Cina, a beneficiarne sono: l’azienda stessa (che riuscirà a produrre con costi inferiori e a vendere a prezzi più bassi conquistando ulteriori fette di mercato); gli operai cinesi assunti dopo il trasferimento (che trovano lavoro e per cui l’aumento della domanda di manodopera si traduce, col tempo, in salari più alti) e persino i consumatori del Michigan che potranno acquistare i prodotti fatti in Cina a prezzi più bassi. Ovviamente i residenti del Michigan avrebbero qualcosa da ridire su questo principio dal momento che l’aumento del loro valore d’acquisto dovuto ai prezzi più bassi dei beni di consumo viene annullato dalla perdita o dalla drastica riduzione dell’impiego e del proprio reddito salariale.

A prescindere da cosa si pensi di questa “distruzione creativa” intrinseca al capitalismo, resta il fatto che l’intero equilibrio socio-economico globale sembra essere sull’orlo di una profondo mutamento strutturale che rappresenta un momento di rottura rispetto all’assetto consolidatosi nell’Occidente e nel mondo dal Dopoguerra in poi.

Questo momento di trasformazione economica e produttiva inoltre, sta coincidendo con un altro cambiamento altrettanto radicale del tessuto sociale dell’Occidente dovuto al drammatico aumento dei flussi migratori dai paesi in via di sviluppo a quelli industrializzati.

Una precisazione: il problema, a mio giudizio, non è costituito tanto dall’immigrazione in sé stessa ma piuttosto dal modo in cui il fenomeno migratorio viene gestito e, soprattutto, percepito da un’opinione pubblica che sta attraversando un momento di profonda crisi economica e di identità.

L’Occidente ha bisogno di immigrazione per tutta una serie di motivi sia pratici che etici: dalle esigenze puramente pragmatiche di sostenere i propri livelli demografici e di assicurare un adeguato ricambio di manodopera, alla responsabilità morale di onorare gli impegni assunti negli accordi internazionali relativi a quella porzione della Convenzione di Ginevra nota come il Protocollo dei Rifugiati del 1967 e di cui tutti i paesi occidentali sono firmatari.

Il problema é che i flussi migratori negli ultimi anni sono aumentati con un’intensità tale da creare una percezione di caos e di incontrollabilità nell’opinione pubblica di molti paesi occidentali soprattutto europei, che da anni ormai assorbono un flusso continuo di disperati i quali, nel comprensibilissimo tentativo di sfuggire all’incubo delle guerre o della povertà endemica, arrivano in massa nel Vecchio Continente in barconi sgangherati, o attraversando a piedi i Balcani o travolgendo le barriere di separazione territoriale come è avvenuto di recente nell’enclave spagnola di Ceuta.

L’ansia che risulta da questa percezione di incontrollabilità, amplificata dal succitato disagio economico che sta interessando molte aree dell’Occidente e dall’opportunismo politico dei movimenti di destra pronti a strumentalizzare l’innata diffidenza umana verso lo “straniero” o il “diverso”, sta creando quella deriva reazionaria e conservatrice che sta cambiando il volto politico d’Europa e d’America.

Dopo Brexit e l’avvento di Donald Trump, questa deriva nazionalista e nativista rischia di espandersi a macchia d’olio con la rapida ascesa di personaggi come Viktor Orban in Ungheria, Marine Le Pen in Francia, Geert Wilders in Olanda, Frauke Petry in Germania.

In una situazione di questo genere, é assolutamente cruciale che i gruppi progressisti su entrambe le sponde dell’Atlantico riescano a sfuggire alla facile identificazione che, a torto o a ragione, tende a presentarli all’opinione pubblica come implicitamente a favore di un’accoglienza ad oltranza che al momento, viste le trasformazioni economiche in atto e l’esplosione delle dinamiche migratorie, non sono né particolarmente benvisti, né oggettivamente sostenibili.

La reazione nazionalista agli aumenti incontrollati dei flussi migratori rischia di marginalizzare per un lungo periodo le forze progressiste e di disfare molte delle conquiste ottenute negli ultimi decenni in materia di diritti civili; riforme sindacali; ambientalismo e giustizia sociale proprio come sta avvenendo attualmente negli Stati Uniti.

Per tutelare adeguatamente gli importantissimi risultati che le sinistre occidentali sono riuscite a costruire dal Dopoguerra ad oggi, é fondamentale che esse riescano a formulare proposte in materia di immigrazione che riflettano pragmaticamente le ansie della gente per evitare di cedere l’iniziativa politica all’estremismo ideologico e al populismo di una destra che, facendo leva sul risentimento nativista e anti-straniero, intende riportare indietro l’orologio della storia.

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