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Il nazional-populismo si batte con il populismo illuminato

In attesa del voto finale in Francia, una riflessione sui rischi in Italia

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Occorre non consentire al populismo nazionalista di sfruttare ignoranza e incultura, e opporgli onestà intellettuale, verità storica, fatti, con il linguaggio comprensibile ed accettabile per il popolo. Alla gente occorre fiducia e capacità di distinguere tra chi inganna e chi non

Il risultato per le presidenziali francesi di domenica 23 aprile e il previsto successo che il 7 maggio dovrebbe portare Emmanuel Macron all’Eliseo, insieme agli smacchi che Trump incassa in patria e all’estero, fanno pensare che i nazional-populismi sperimentino una fase di difficoltà. Lo si era già avvertito con le sconfitte subite alle presidenziali austriache e alle parlamentari olandesi, ma con Francia e Stati Uniti, evidentemente, il gioco è a ben altro livello.

Di rilievo, in quest’ambito, anche le notizie in arrivo dalla Gran Bretagna, dove va montando Bregret. Secondo YouGov, quotata agenzia di ricerca, il 12% dei britannici non sa cosa esattamente stia accadendo con l’uscita dall’Ue, il 45% vorrebbe rientrare nell’Unione, il 43% resterebbe favorevole all’uscita. Non è esattamente lo scenario che i promotori nazional-populisti del referendum dello scorso anno e l’attuale primo ministro Theresa May, favorevole ad hard brexit, vorrebero sentirsi raccontare.

Non ci si stupisca. Il nazional-populismo è fondato su stati d’animo, miti, falsificazioni di dati reali, manicheismi. Logico che subisca, quando si danno le condizioni, gli effetti di ritorno che provengono dalle “vendette” che la storia e i fatti finiscono sempre per ammannire a chi sfugge ai principi di realtà e razionalità per rifugiarsi nel pregiudizio e in uno dei tanti miti serviti dal nazional-populismo: su tutti, quello dell’uomo forte e carismatico, capo della nazione e benefattore della sua comunità.

Se domenica 7 maggio, come tutto lascia pensare, Emmanuel Macron sarà eletto presidente dei francesi, tenendo presente che risulterà comunque europeista anche il prossimo cancelliere tedesco, per il populismo europeo potrebbe iniziare la stagione grama, nella quale non potrà che perdere ulteriori posizioni. Per il bilancio di fine anno sul fenomeno, mancherà all’appello l’Italia, paese nel quale l’ipoteca populista sul potere, grazie alle divisioni che dilaniano il partito democratico e agli errori che Matteo Renzi continua a compiere nel modo di proporsi all’opinione pubblica, continua ad essere consistente.

Ci si può chiedere cosa stia complicando la vita dei partiti nazional-populisti.

Il primo elemento è che gli elettori cominciano a percepirlo come il buco nero che può inghiottirli. Pur continuando ad attribuire alle élite tradizionali le responsabilità del decennio orribile di crisi che abbiamo alle spalle, in numero sempre maggiore ritengono che le manifeste incompetenze dei nazional-populisti, il loro maniacale atteggiamento di rifiuto all’alleanza con altre forze politiche riformiste, le cortine fumogene che innalzano sui meccanismi della loro vita interna e sui programmi di governo, siano elementi che facciano dubitare della loro effettiva capacità.

Il segno economico positivo con il quale si va esprimendo l’economia, benché con talune timidezze, in tutti i paesi interessati al nazional-populismo, depotenzia la capacità di attrazione di movimenti e partiti che, proprio sulle ingiustizie prodotte dalla crisi economica innescata nel 2007, hanno costruito la loro fortuna.

Il sistema politico che fa riferimento ai vigenti assetti istituzionali, si sta, peraltro, mostrando capace di produrre anticorpi che danno fiducia agli elettori, scoraggiandoli dall’avventura populista. E’ quello che accade oggi in Francia con Macron che non appartiene a nessuno dei partiti che hanno espresso sinora i presidenti della Quinta repubblica e ha fondato il suo movimento “En Marche”, ma è stato importante ministro ed è uomo fedele ai principi costituzionali sui quali si regge il sistema costituzionale messo in piedi da Charles De Gaulle.

Va aggiunto che l’Unione Europea, il regionalismo cooperativo bestia nera di ogni populismo che si rispetti, da materia controversa sulla quale molti nazionalisti hanno costruito la loro identità contro, sta ridiventando progetto intorno al quale costruire l’ìdentità per: se il popolo sovrano consegnerà due capi europeisti a Francia e Germania, i leader nazional-populisti dovrebbero vedersela con il nuovo progetto politico, quelli non europei come Vladimir Putin e Donald Trump rivedere le loro mire e scendere a più miti propositi rispetto ai progetti affermativi ed esclusivisti dei quali sono espressione.

In un quadro che resta complesso (è la complessità sulla quale si cimenta oggi il gruppo di studiosi e opinionisti internazionali che hanno risposto alla chiamata del prof. Mario Mignone per incontrarsi a Stony Brook a ragionare di populismi) nulla è ancora deciso, anche perché non si può sfuggire alla constatazione, banale quanto si voglia ma sulla quale spesso non si riflette, che alla fine deciderà il voto del popolo. Un popolo del quale si sa sempre di meno, non essendo più organizzato per corpi intermedi stabili e strutturati (sindacati, partiti politici, cooperative di produzione, associazionismi collegati) ma polverizzato e mobile, come polverizzati e mobili sono diventati le nostre modalità di socializzazione e il mondo del lavoro nel quale operiamo.

A questa constatazione si lega la considerazione sugli strumenti di informazione e culturizzazione che il popolo sceglie per formarsi delle opinioni che poi traduce in voto. Scrisse una volta il politologo Giovanni Sartori, che non era interessato a cosa la gente pensasse quanto a cosa sapesse. Se abbiamo di fronte un popolo che esprime il voto pensando di sapere, ma in realtà non sapendo, il risultato elettorale è dettato da stati d’animo, non da convinzione, visione morale, scelta ideale o ideologica. Ed è il voto contro qualcosa o qualcuno, non per un progetto o un programma nel quale ci si identifichi.

Nella post verità, quando, come si ritiene negli uffici del presidente degli Stati Uniti, non esiste il fatto vero ma “fatti alternativi”, l’identificazione di factum e verum di vichiana memoria viene demolita alle fondamenta. Con Vico il “fatto” e la “verità” si consentivano vicendevolmente di esistere; nella post verità, logica vuole che muoiano entrambi. Affermare che il fatto non esiste è affermare che non esiste più la verità perché la verità non può che essere una. Se non esiste la verità esiste il falso. Nel mondo della falsità, il nazional-populismo sguazza alla grande, è il suo ambiente elettivo, essendo basato non sullo sforzo della ragione ma sulle passioni.

Quando il parlamento britannico approvò il Second Reform Act, nel 1867, Robert Lowe, statista britannico, disse ai colleghi: “We must educate our masters”. Si riferiva al popolo, che in democrazia è il padrone: educarlo era missione doverosa e urgente, diceva Lowe, perché solo il popolo colto, a quel punto, avrebbe potuto assicurare che si continuasse ad avesse in Gran Bretagna il governo del quale il Regno aveva bisogno per assicurarsi, anche in futuro, grandezza.

E’ possibile sia questo il percorso da affrontare, da parte delle forze culturali e politiche che vedono nel nazional-populismo il rischio maggiore espresso dall’attuale “spirito dei tempi”. Si ricordi cosa Franklin Delano Roosevelt ebbe a dire del senatore democratico Huey Pierce Long Jr., conosciuto all’epoca soprattutto per il suo progetto populista “Share Our Wealth”: che era uno dei due uomini più pericolosi d’America. L’altro era il generale Douglas Mac Arthur: che lungimiranza il caro vecchio FDR!

Come fecero i monaci del medioevo con i barbari calati da nord ed est, occorre la penna, il contradditorio, la circolazione delle idee, la diffusione dell’istruzione. Il che vale soprattutto per l’Italia, malinconicamente collocata al penultimo posto in Europa (dietro ha solo la Romania) in quanto a diplomi universitari. Occorre non consentire al populismo nazionalista di sfruttare ignoranza e incultura, e opporgli onestà intellettuale, verità storica, fatti, con il linguaggio comprensibile ed accettabile per il popolo. Alla gente occorre fiducia e capacità di distinguere tra chi inganna e chi non.

Qualcuno potrà dire che si tratterebbe di un sorta di populismo illuminato, che non cambierebbe la sostanza della questione, che sta nel rapporto tra popolo ed élite.

Se anche fosse? Quando fu necessario chiudere con l’assolutismo, l’Europa ricorse anche a sovrani assoluti illuminati, ed ebbe ragione. Il populismo illuminato può essere parte della soluzione all’ondata nazional-populista.

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