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Serracchiani, “lo stupro più grave” e il panpenalismo di massa

Riflessione dopo le polemiche sulla dichiarazione controversa del presidente della Regione Friuli

Debora Serracchiani in visita al Memorial Museum 11/09 di New York

Debora Serracchiani in visita al Memorial Museum 11/09 di New York

Debora Serracchiani ha espresso una posizione molto discutibile. L’improprietà della posizione assunta non risiede nel “principio politico” che s’intende affermare: ma nella commistione del piano politico con quello giuridico-penale. Però tale commistione, sia chiaro, è un “modulo neutro”: infinitamente riproducibile, e in ogni direzione.

Il Presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia, Debora Serracchiani, sappiamo, qualche giorno fa ha formulato una proposizione controversa: “La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese”.

L’improprietà della posizione assunta non risiede nel “principio politico” che s’intende affermare: ma nel frammischiare piani del discorso che andrebbero tenuti distinti. La commistione, del politico col giuridico-penale, è stata univocamente ribadita alludendo ad una non meglio precisata carenza legislativa sul punto, che dovrebbe viceversa intervenire “...dopo assolta la pena” (ma si dice espiata).

L’aggressione ad una donna italiana, pertanto, si aggraverebbe di un elemento, la “rottura del patto di accoglienza”, che rifletterebbe, sulla base di una identificazione emotiva e sommaria fra “uno” e “tutti”, una “ferita” inferta alla comunità in quanto tale, e non alla singola persona che la subisce.

E s’intende che non è questione di disputa terminologica, variamente sterile: ma di definizione di un andazzo sottoculturale, secondo cui il discorso pubblico è prevalentemente, se non esclusivamente, costruito intorno agli usi e ai costumi di una qualche Procura della Repubblica: la cui unica lingua è, legittimamente, il diritto penale (legittimità sempre più astratta, tuttavia: perchè un contegno istituzionalmente induttivo della vista commistione, com’è universalmente noto, è, di fatto, ormai accettato, se non rivendicato, anche da parte “procuratoria”: come pure i recenti interventi in materia di immigrazione attestano).

Ma la persona stuprata è stuprata allo stesso modo, sia che subisca da un cittadino italiano, sia che subisca da uno straniero. Le concrete lesioni, la concreta aggressione, sono determinate da uno spazio e da un tempo specifico, e non da uno spazio e da un tempo “generico” (qui: il territorio italiano, l’anno 2017). Uno stupro si consuma ad una certa ora, se non entro un arco di pochi minuti: in un ambiente chiuso (ad uso abitativo o d’altra specie); o in un luogo all’aperto, ma circoscritto: un marciapiede, un cantuccio vicino questo o quel negozio, portone, semaforo, cartello pubblicitario, scalinata, cassonetto ecc.; o in un luogo chiuso, ma in un contesto che lo rende pubblicamente visibile: un’autovettura di un certo colore e di un certo tipo, ferma in un luogo e per un tempo, di nuovo, circoscritti; e così via. Oppure, lo stupro è concretamente determinato dalla condizione fisica di vittima e aggressore (più debole la prima, rispetto al secondo: per sesso, per età, per complessione), dal loro rapporto (familiare, educativo, di lavoro), di cui questo si approfitta per una più agevole esecuzione del delitto e che, perciò, giustificano una più acuta riprovazione formale della sua condotta.

Ma la condizione di immigrato, in quanto tale, non rende più agevole, o più lesiva, per la persona concretamente colpita, la sua, specifica, “ferita”. Basterebbe chiedere ad una delle molteplici vittime, più o meno note, quanto si siano sentite vittime “attenuate”, per avere patito da un concittadino.

Accentuando un elemento estrinseco alla condotta lesiva, dunque, si altera la corrispondenza, che sempre invece deve esserci, fra la sanzione penale e quello che si chiama “bene tutelato” penalmente. Anzi, in questi termini, si potrebbe obiettare che un italiano (in quanto mediamente meno esposto alla minorità psichica e morale, che può gravare su chi è privo dei mezzi di sussistenza minimi, o comunque oggetto di persecuzioni politiche o etniche), può valersi, rispetto al “bene tutelato: persona umana”, di una più salda condizione psicologica e sociale; tali da renderlo “più affidabile” e, perciò, più colpevole, quando questo pubblico affidamento venisse infranto: dal “patto di accoglienza” al “patto di cittadinanza” le assonanze possono essere più vicine di quanto si creda.

Tuttavia, le parole del Presidente Serracchiani segnalano (viene da dire: oltre sè stesse) un diffuso e plausibile sentimento, uno smarrimento, un’impressione di disorientamento, che non vanno misconosciute. Solo che politica, in democrazia, si traduce dialogo, mediazione, misura nei toni e nelle parole. E, invece, per segnalare una condizione o un sentimento problematici, si è scelto l’afflato tribunizio, occhieggiando al “flusso di coscienza patibolare” che annichilisce, ogni giorno di più, la vita civile italiana. Vanificando le possibilità di un discorso sereno e razionale.

La “donna politica”, similmente a taluni suoi colleghi “uomini”, ha “canalizzato” l’ambiguo corredo di stimoli e retropensieri, puntualmente presenti sotto l’anelito scalpitante della “punizione collettiva”. In questo modo, è sostituita all’analisi l’emozione, e la coppia “innocente-colpevole”, pensata e conclusa sulla singola persona, si trasforma nella dicotomia “amico-nemico”: che “autorizza” l’impropria e scivolosissima estensione del piano “giuridico-penale” a quello politico: con le categorie di interpretazione e con i poteri del primo.

Autorizza, cioè, la persecuzione propriamente detta.

Questo, però, sia chiaro, è un “modulo neutro”: infinitamente riproducibile, e in ogni direzione. Così che Seracchiani, sugli immigrati/“più penalmente colpevoli”, ha finito col parlare un linguaggio uguale e contrario a quello di quasi tutti coloro che l’hanno criticata, all’insegna del razzismo, o della sua “conversione alla destra”. La sua sortita vale la retorica di Saviano sulle “Gomorre”, o quella di Grillo sulla “Caste”, o quella di certo ceto opinionistico-investigativo sulle “infiltrazioni” meridional-delinquenziali “al Nord”.

Le movenze sono le stesse. Una volta fissato il paradigma valutativo (sotto la suggestione della “maggiore offensività”) il “problema politico” rimane sullo sfondo; e il passaggio dalla supposta maggiore gravità della singola condotta, alla “gravità potenziale” per “tipo d’autore”, scendendo dall’osservatore sofisticato (o presunto tale) a quello più sempliciotto, è facilissimo. Immigrato/stupratore; calabrese/’ndranghetista; campano/camorrista; siciliano/mafioso; pubblico ufficiale/corrotto. È il panpenalismo di massa, sorretto da statistiche nate e morte sulle gazzette, ma sorrette da ambigue e sfilacciate “verità d’indagine”.

Ogni tanto, non guasterebbe rammentare che il totalitarismo, come pratica politica organizzata, nasce (non in vitro, ma già dispiegato) nel Cinquecento. Con gli Apparati ecclesiastici tridentini: che imposero il cambio di passo alle strutture inquisitorie preesistenti. Alle istanze “spirituali”, già fissate nel Medioevo, furono affiancate, e in posizione di preminenza, quelle più “moderne”: politiche ed “educative di massa”. Atti di Fede/Adunanze; Grandi Inquisitori/Avanguardie di intellettuali “militanti”. Il Novecento non si è invento niente.

Per trarne una qualche remora, verso un uso meramente pneaumatico della parola; e per aborrire un’etica politica vocata all’irresponsabile rincorsa del capro espiatorio.

 

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