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Elezioni GB: Londra sull’orlo di una crisi di nervi

La sconfitta di Theresa May e il risorgere di Jeremy Corbyn e le conseguenze su Brexit

Una protesta a Londra lo scorso marzo contro la Brexit e pro Europa (Wikimedia Commons)

Resta da capire come sia potuto accadere che in meno di due mesi quella che doveva essere la cavalcata vincente di Theresa May e dei conservatori pro Brexit, si sia tramutata nell’attuale parziale caduta e abbia visto la resurrezione del laburista Jeremy Corbyn. Anzi si è già compreso: ha funzionato la campagna spinta dalle rivendicazioni sociali ed economiche

In Gran Bretagna l’ha spuntata Jeremy Corbyn. E dire che il vertice parlamentare laburista, con voto non vincolante, lo aveva a suo tempo sfiduciato, imputandogli di non essersi opposto con la necessaria energia a Brexit. Corbyn ha chiuso la campagna elettorale con un comizio memorabile, da capo carismatico di una parte della nazione, orgogliosamente spinta a rivendicare la sua natura di classe e di lotta, con i versi romantici di Percy Shelley: Rise like Lions after slumber / In unvanquishable number,/ Shake your chains to earth like dew / Which in sleep had fallen on you / Ye are many — they are few.(Levatevi come leoni dopo il torpore / in numero invincibile, / fate cadere le vostre catene a terra come rugiada / che nel sonno sia scesa su di voi. / Voi siete molti, essi son pochi.).

Quella parte di Regno Unito lo ha premiato, riportando il partito Laburista al livello del secondo mandato di Tony Blair, cosa impensabile sino all’antivigilia. I conservatori di Theresa May devono accontentarsi di 318 seggi a Westminster, -13 rispetto alla pattuglia parlamentare precedente. Al contrario, con 262 eletti, i laburisti crescono di 32 seggi, quasi tre volte la perdita conservatrice. I Liberal Democratici si fermano a 12 seggi, mentre gli Indipendentisti scozzesi scendono di ben 19 seggi attestandosi al totale attuale di 35 eletti. Scompare il nazionalpopulista e anti Unione Europea, Ukip, che risulta accreditato di 0 seggi.

Se si pensa che la primo ministro Theresa May aveva chiamato alle urne senza necessità, certa di sbaragliare i laburisti, e sedersi da padrona di Britannia al tavolo delle trattative per l’uscita dall’Unione Europea, si capisce come il risultato sia anche la sconfitta personale di una leader conservatrice che, entrata a Dowing Street dalla porta girevole della casualità politica (le dimissioni del predecessore David Cameron dopo il risultato del referendum su Brexit), potrebbe porsi la questione di uscirne. Voleva il plebiscito, si è ritrovata lo scorno, avendo di fatto creato le condizioni per il rilancio politico del più rognoso avversario le potesse toccare in sorte, i Laburisti e il suo leader in particolare, uomo da prendere con le molle, viste le posizioni dogmatiche e il vento populista (c’è anche un populismo di sinistra) che esprime.

Certo che se Brexit doveva risolvere i problemi del Regno Unito e dargli la prospettiva strategica per il nuovo secolo, sinora sembra stia producendo solo guai e mal di capo alla politica britannica.

In termini di voto popolare il vantaggio conservatore è davvero risicato: 42,5% rispetto al 40% guadagnato dai laburisti. Anche peggio per May il verdetto su quanto rispettivamente guadagnano, in termini di voti, i due più grandi partiti britannici: se i conservatori hanno riscosso +5,5% di voti, ai laburisti è toccato l’incremento quasi doppio, +9,5%.

Il Presidente Donald Trump con la premier britannica Theresa May il 27 gennaio del 2017 durante la visita alla Casa Bianca (Official White House Photo/ Shealah Craighead)

Resta da capire come sia potuto accadere che in meno di due mesi (May ha chiamato alle urne a metà aprile) quella che doveva essere la cavalcata vincente, si sia tramutata nell’attuale parziale caduta, tale da costringere i conservatori ad allearsi con i 10 eletti nordirlandesi unionisti di Dup, Democratic Unionist Party, un partito sulla cui fedeltà più di un conservatore esprime dubbi.

Dalle elezioni risulta confermato che, di questi tempi, risulta difficile ai leader capire gli umori dell’elettorato, e che essi sbagliano nello sfidarlo con offerte o chiamate alle armi non richieste. Si è scottato Renzi con il referendum costituzionale, Cameron con quello sull’uscita dall’Ue, in qualche modo Clinton con la competizione americana. May ha subito lo stesso destino.

E’ come se la politica avesse assunto in molti paesi, il movimento del pendolo. E’ un movimento che tocca sia l’elettorato (volubile e sottoposto a improvvisi mutamenti di posizione) che i leader (imprevedibili, oscillano tra posizioni diverse e talvolta opposte). La questione è che in tanto muoversi non sempre il leader ritrova il suo elettorato là dove nel frattempo ha deciso di collocarsi. Ci si muove tutti, ma in modo asimmetrico, asincronico: così leader e “suo” elettorato non si ritrovano al momento dell’espressione del voto. E’ successo con evidenza a Cameron e ora a May.

Nell’insuccesso elettorale conservatore, Theresa May ha messo molto di suo. Non le è bastato che la grande stampa conservatrice e padronale (la stragrande maggioranza della carta stampata e delle televisioni) fosse spudoratamente tutta dalla sua parte e tentasse di ridicolizzare persino, il leader laburista Corbyn.

Errata la scelta di andare alle urne, errata la presunzione di annichilire i laburisti contando sui contrasti interni all’avversario storico e sui limiti personali di Corbyn, quando May è andata in piazza e in tv, è risultata meno convincente e preparata. Corbyn ha avuto la capacità di evidenziare le contraddizioni delle quali è punteggiata la carriera politica della primo ministro. Questa si era spacciata come la nuova Margaret Thatcher, ma delle caratteristiche di risolutezza della ferrea dama che l’ha preceduta a Downing Street ha mostrato ben poco. E’ invece incespicata di fronte alle contestazioni dell’avversario sui suoi comportamenti da voltagabbana (era per restare nell’Ue ed oggi si fa leader della corrente più conflittuale verso Ue; si dichiarava contraria ad elezioni anticipate, e le ha convocate, etc.).

Ha anche dovuto subire la mazzata dell’accusa rivoltagli da Corbyn, ma in realtà dall’intera nazione, di aver assunto decisioni che hanno abbassato la guardia contro il terrorismo e diminuito la capacità delle forze di sicurezza di prevenire gli attentati, nei suoi lunghissimi anni da ministro degli Interni. A May è stato rinfacciato di aver tagliato 20mila poliziotti e di aver fatto scendere del 18% il numero degli agenti armati. La risposta della primo ministro all’osservazione sostanzialmente tecnica è stata politica, ovvero vuota. Ha affermato di aver accresciuto i poteri della polizia e di volere uno stato con minori garanzie democratiche. Alla questione posta sul piano degli investimenti finanziari e dell’efficienza delle forze dell’ordine, ha offerto posizioni che da sempre circolano negli ambienti conservatrici, ma che non hanno scalfito le puntuali argomentazioni dei laburisti (e dei liberali).

L’accusa sui livelli di sicurezza del paese, nelle settimane che hanno visto Britannia subire ripetuti attacchi islamisti, non ha peraltro spinto i due leader britannici del momento a riconsiderare la posizione sostanzialmente isolazionista che, almeno in pubblico, condividono, e che porteranno nel Privy Council della corona. Britannia continua a ritenere che staccare il sistema di sicurezza nazionale da quello europeo, la renda più sicura.

Con la sterlina in calo, l’alto numero di vittime da terrorismo, il malcontento che serpeggia nei ceti sociali meno favoriti (il che spiega il voto laburista), il rumoreggiare di alcune comunità etniche (si guardi a Scozia e Irlanda del Nord in particolare), gli annunci quotidiani del malessere imprenditoriale su Brexit, avrebbero invece consigliato, insieme al risultato dei tragici e ripetuti attentati, qualche ritocco alla visione britannica del proprio futuro.

Qualche parola merita la retrocessione che le elezioni hanno decretato per il partito nazionalista scozzese, Snp. Ha perso ben 19 rappresentanti nel parlamento dell’Unione, diminuendo anche i consensi popolari, -1,7%. Rappresenta, in questo momento, solo il 3% dell’elettorato espressosi alle urne. Il che allontana la prospettiva del nuovo referendum sull’uscita dalla Gran Bretagna, ma non cancella la questione centrale del rapporto che Scozia e Nord Irlanda (ma anche Galles e altri territori), dovranno costruire con l’Inghilterra, nel quadro politico che si aprirà nelle prossime settimane: prima con la trattativa tra Londra e Bruxelles sull’uscita dal patto Ue, poi con la costruzione del nuovo patto istituzionale interno al Regno.

Il mantra nazionalista recitato da May, guardando alle trattative con l’Ue, è un evidente non sense. Dire “meglio un non accordo che un accordo fatto male” può avere una qualche utilità in campagna elettorale vellicando le ambizioni sovraniste di certo elettorato (in realtà apparentemente non ha funzionato neppure lì), ma non apre nessuna prospettiva al futuro britannico. Londra deve accettare che le condizioni della trattativa, come con chiarezza dice il trattato che la stessa Londra ha sottoscritto con i 27 partner, le fissa Bruxelles e che al tavolo la Gran Bretagna è la parte debole, non quella forte. Se il celebrato pragmatismo britannico farà accettare questi due punti di partenza (è la posizione di Corbyn) Londra potrà ottenere una uscita fair. Se vorrà andare al braccio di ferro, farà del male innanzitutto alla Gran Bretagna, anche se complicherà la vita dell’Ue.

Jeremy Corbyn (Foto di Garry Knight)

Il successo laburista si deve probabilmente soprattutto al risorgere, in Britannia come altrove, della questione sociale. Il recupero dei 20 punti di svantaggio su May (a tanto i sondaggi facevano ammontare il ritardo ad inizio di campagna), potrebbero essere collegati alle posizioni decise che Corbyn ha assunto sulla necessità di rilanciare lo stato sociale e la spesa pubblica, sull’urgenza di mettere mano a riforme in direzione dell’equità fiscale, sul rilancio delle tradizionali ma desuete idee socialiste in materia di nazionalizzazioni. Comunque la si rigiri, la questione dell’urgenza di procedere a misure di ridistribuzione di una ricchezza che si è eccessivamente concentrata in poche mani, anche attraverso l’uso egoista e del tutto ingiustificabile di denaro pubblico o che dovrebbe essere pubblico (e che non lo è per via di meccanismi come evasione fiscale, sistemi iniqui di tassazione, sottrazione di denaro verso i paradisi fiscali, corruzione e favoritismi negli appalti, etc.), comincia ad essere sentita anche in Gran Bretagna. Se il nuovo governo May non inserirà nessun passo strategico in questa direzione, è facile prevedere che un tipo come Corbyn saprà trarne tutto il vantaggio che merita. Non sarebbe un buon viatico per il biennio di dura trattativa con Bruxelles che attende Londra.

Peraltro, Bruxelles continua ad inviare agli ex (o quasi ex) partner, segnali conciliatori. Il presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani, in piena campagna elettorale, è andato a dire a May che le porte dell’Unione sono tuttora aperte a un Regno Unito che dovesse ripensare al suo destino, e che comunque la separazione tra i 27 e Londra, non dovrà riguardare i diritti degli expat di ambo le parti. E’ certo che il capo dei negoziati di parte Ue, l’ex ministro francese dell’agricoltura, Michel Barnier, è ottimo e abile politico, al quale Londra si spera opponga uomo di altrettanta capacità che conosca un dossier di indubbia complessità.

I britannici hanno scelto di andarsene, però vogliono restare nel mercato interno. Il che sarà pure comprensibile, ma non è certo in linea con le procedure di un divorzio al quale i brits pensano da decenni e che hanno finalmente realizzato, con buona pace dei loro interessi (che però ora cominciano a pesare). La questione è che un paese di così vaste differenze interne, è stato sinora tenuto insieme dal prestigio dell’istituto monarchico e dalle garanzie accordate alle diverse componenti. A ciò ha contribuito l’Ue, con i vantaggi accordati alle realtà territoriali di Scozia, Nord Irlanda, Galles, anche in termini strettamente commerciali. Se l’Inghilterra esporta nei 27 il 48% del suo totale, il Galles arriva a 66%, il Nord Irlanda a 55%, la Scozia al 45%. E nelle importazioni (quindi prodotti agroalimentari, quindi macchinari e materie prime…) se l’Inghilterra prende dai 27 il 57% del suo fabbisogno di importazioni, il Nord Irlanda è a 72%, il Galles al 48%, la Scozia al 39%.

La questione tocca in particolare il settore agricolo, non strategico per il Regno Unito, ma fondamentale per gli equilibri economici e sociali interni a Galles e Nord Irlanda, in termini di occupazione e di risorse concesse dalla Politica agricola comune, Pac. Se il primario è solo lo 0,62% del valore aggregato lordo britannico, è però l’1,43% di quello nordirlandese e lo 0,94% di quello scozzese, lo 0,62% di quello gallese. In termini occupazionali, le percentuali sono rispettivamente 1,45%, 5,82%, 2,57%, 3,88%. I ricavi agricoli da Pac, se sono 55% per il Regno Unito e 50% per l’Inghilterra, arrivano a 87% per l’Irlanda, 80% per il Galles, 74% per la Scozia. Se verso i 27 va il 60% delle esportazioni agricole britanniche, la percentuale arriva a 90% per il Galles e a 83% per il Nord Irlanda,

Per il Nord Irlanda, che risulta con evidenza la nazione britannica più interessata al commercio con i 27, si aggiunge la questione identitaria. Ovviamente la repubblica d’Irlanda è protagonista maggiore della vicenda commerciale, rappresentando circa la metà delle importazioni di Belfast. Inutile nascondersi che in quel fatto meramente commerciale, c’è il dato politico ed etnico dell’appartenenza della parte cattolica della popolazione nordirlandese alla vicenda del popolo dell’Eire, con il quale condivide religione e tradizioni, la storia insomma. Sarà problematico restaurare un confine, abbattuto anche grazie all’Ue. E non basterà la scontata buona volontà di Londra e Dublino a non riaprire ferite non ancora del tutto cicatrizzate, perché non tutto potrà restare come è adesso.

Questione, quella nord irlandese che sta nel più ampio contesto di scarsa chiarezza su come potrà essere ridistribuita la sovranità che Londra riceverà indietro da Bruxelles con Brexit. Molto del decentramento (devolution) amministrativo e legislativo del quale hanno godute le nazioni che costituiscono lo stato sovrano britannico, sono state fissate all’interno del quadro giuridico che prevedeva anche l’appartenenza all’Unione Europea. La convenzione Sewel (da John Sewell, ministro responsabile della legislazione sul decentramento amministrativo scozzese del 1999, poi estesa a Nord Irlanda e Galles), non è un dispositivo di legge, e molto resterà affidato alla gestione di common law. Nel regime tuttora in vigore, vi è legislazione dell’Unione Europea che va ad applicarsi direttamente al livello decentrato britannico, ad esempio per materie come pesca, agricoltura, politiche ambientali e regionale, con l’effettivo esautoramento non solo di governo e parlamento britannico da molte competenze, ma con il subentro delle Corti locali a quelle britanniche. Non sarà obiettivamente semplice, sul piano normativo e dei comportamenti politici uscire dalla ragnatela.

Si sono dati alcuni degli esempi a sostegno della tesi che quando Theresa May ha vociferato irresponsabilmente di hard brexit, ai cittadini britannici che avevano nel frattempo iniziato ad informarsi sulle reali conseguenze che hard brexit avrebbe sulla loro vita quotidiana, è venuto di considerare in modo diverso la prospettiva di voto. In sostanza elettori si sono chiesti se, visto che la decisione di abbandonare l’Unione Europea sarebbe andata comunque avanti, non fosse giusta la posizione di Corbyn sul limitare i danni attesi, ad esempio in merito alle autonomie dei territori rafforzate anche grazie a certe prassi invalse nell’Unione Europea.

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