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Il Sindaco Raggi e il Principio di uguaglianza

La Raggi riscopre la Costituzione ma si difende con il "suo" Codice

Il sindaco di Roma Virginia Raggi, durante un'audizione alla Camera dei Deputati

Per riaffermare la sua volontà di non dimettersi, nonostante la notificazione di un avviso di conclusione delle indagini, il Sindaco non invoca la Legge Fondamentale della Repubblica: come sarebbe giusto; ma il Codice etico del M5S, cioè una deroga privata ad una regola pubblica: che è invece sbagliato

Al Sindaco di Roma, Virginia Raggi, è stato notificato un avviso di conclusione delle indagini preliminari; si procede per abuso di ufficio e falso. Avrebbe abusato del suo ufficio, nominando Raffaele Romeo, già suo stretto collaboratore, a Capo della sua Segreteria: determinando in suo favore un aumento dello stipendio da 39 mila euro a 93 mila euro l’anno; e avrebbe dichiarato il falso all’ANAC (c.d. Autorità Anticorruzione), affermando in una comunicazione formale, sollecitata dall’Agenzia in sede di istruttoria amministrativa, di avere agito “in autonomia”: in occasione di un’altra nomina, di Renato Romeo, fratello di Raffaele, a capo del Dipartimento Turismo; sarebbe però emerso che non aveva preso parte alla selezione dei curriculum, né che fosse a conoscenza degli effetti dell’atto compiuto, fra i quali il migliorato trattamento retributivo anche di Renato Romeo (la cui nomina, è stata successivamente revocata). Il masochismo dichiarativo, pertanto, non pare sia stato apprezzato.

S’intende, il Sindaco si difenderà: esercitando i suoi diritti civili, e tutelando le sue libertà, previste e garantite dalla Costituzione della Repubblica; lo farà avanti il Tribunale di Roma, suo Giudice Naturale, secondo quanto previsto dall’art. 25 comma 1; godendo della presunzione di non colpevolezza sino alla condanna definitiva, imposta dall’art. 27 comma 2; essendo la difesa diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento, come è scritto nell’art. 24 secondo comma; e se mai risultasse un errore giudiziario a suo carico, potrà essere riparato, perché così prevede l’art. 24 comma 3; e potrà fare tutto questo con le sua gambe, entrando ed uscendo liberamente dall’aula di giustizia, perché, per principio generale, derogabile solo in casi tassativi, in Italia, Sindaco Raggi, l’art. 13 sancisce che la libertà personale è inviolabile.

Ma, essendo Avvocato, pur ignorando quali siano le mansioni che, nell’Organigramma del Comune affidato alle sue cure amministrative, comportano un certo trattamento retributivo e non un altro, questi principi le sono certamente noti. Tuttavia, da qui in poi, le cose si complicano. Il Sindaco di Roma, infatti, non ha dichiarato semplicemente: “Se arriverà il rinvio a giudizio? Andrò avanti”: come è giusto; ma ha aggiunto, precisando: “Seguirò le regole del codice etico”.

Ecco la complicazione. Perché il Codice etico, a ben vedere, è qui invocato non per sé, ma per gli altri; non serve a riaffermare che un’accusa non provata non può determinare conseguenze di sorta, né giudiziarie, né extra-giudiziarie: a questo sono ordinate le norme costituzionali prima ricordate, e valevoli per tutti. No. Invocare il Codice etico, serve a stabilire e a rivendicare la forza di una disuguaglianza. La forza, certo: vale a dire, un super potere, un pre-potere, una prepotenza; mai, ovviamente, potrebbe esserne rivendicata la moralità, o legittimità o la giustezza politica. Ma la forza sì, la forza di alcuni sui restanti, sì: quella va bene. La forza. Per sostenere il suo “andrò avanti”, dunque, il Sindaco non invoca la Legge fondamentale della Repubblica, ma una deroga privata ad una regola pubblica.

Perciò, nelle innumerevoli occasioni in cui lei, o il Movimento politico che la esprime, a fronte di un analogo avviso processuale, o anche per la sola pendenza di un’indagine, o persino senza nemmeno che ce ne fosse una (come, per esempio, nel caso degli ex Ministri Maurizio Lupi e Federica Guidi), hanno viceversa richiesto le dimissioni da una carica pubblica di una persona, non hanno invocato altro che questo: la forza di una disuguaglianza, un principio di estraneità, e di indifferenza alla legge comune, di tutti e per tutti; che li ponesse in una condizione di privilegiata separatezza dalla generalità degli uomini e delle donne che vivono in Italia, e assumendovi un ruolo di pubblica responsabilità. Gli altri, noi.

Non è una novità, purtroppo: l’infausta tradizione di governanti che pretendono di essere legibus soluti è inesausta, e non solo in Italia; tuttavia, qui la particolarità risiede in un accento di apparente candore, di autodifesa per minorità (“Ho agito in buona fede”, ma ignorantia legis non excusat, Gentile Avvocato), di sottoposizione di responsabilità pubbliche ad un tutoraggio privato (“Grillo mi incoraggia”), che rilasciano il tanfo dell’ipocrisia sagrestana, della strafottenza come virtù.

Riscoprire la Costituzione: sembra il titolo di uno stanco convegno; invece è sottotitolo al ghigno obliquamente vivo di Virginia Raggi, Sindaco di Roma, e delle schiere di mercenari della penna, della cattedra, della parola, che, con scienza e metodo, dal 17 Febbraio 1992 in poi, atto per atto, giorno per giorno, urlo per urlo, hanno ridotto le Tavole delle libertà alla condizione di un randello: o di un manganello (anche sabaudo).

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