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La Catalogna pensa alla Repubblica, la Spagna affila i coltelli, e l’ONU…

Per i prossimi giorni sono attese novità importanti sulla crisi catalana. E all'ONU circola un documento con le intenzioni della Spagna

Manifestazione per l'indipendenza della Catalogna

Mentre il Governo spagnolo si prepara a definire la roadmap di applicazione dell'art. 155 e la Catalogna a proclamarsi Repubblica, la Missione spagnola all'ONU fa circolare un documento con i possibili scenari. E da New York, nonostante la prudenza delle dichiarazioni rilasciate fino ad ora, si guarda con attenzione a una crisi che può diventare infuocata per la diplomazia internazionale

Sono giorni febbrili per la Spagna e la Catalogna, giorni in cui, da una parte e dall’altra, si prova a tirare le fila di quel processo tormentato iniziato ufficialmente l’1 ottobre scorso con il referendum per la secessione e con la successiva “parziale” dichiarazione di indipendenza catalana. Domani, in particolare, è fissata una seduta del Senato spagnolo, che dovrà discutere delle misure proposte dal Governo, relative all’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione; il giorno successivo, sarà la Camera a votare le proposte. Domani si terrà anche una seduta del Parlamento catalano, convocata per discutere gli scenari relativi all’applicazione dell’articolo 155. E’ possibile, però, che il Governo e la maggioranza indipendentista sfruttino l’occasione per proclamare definitivamente l’indipendenza della Regione.

Non è un caso che, proprio oggi, la Missione spagnola presso le Nazioni Unite abbia fatto circolare alla stampa un documento volto a chiarire la posizione di Madrid e le prossime tappe dell’intricatissimo percorso verso la risoluzione della crisi. Il documento giustifica l’applicazione dell’articolo 155, pensato proprio, si spiega, nel caso in cui una Comunità autonoma non rispetti i propri obblighi costituzionali e legali o nel caso minacci gli interessi della Spagna. La Catalogna, si legge, ha avverato entrambi gli scenari: da un lato, gli indipendentisti hanno mostrato “un reiterato disprezzo dell’ordine costituzionale e anche delle regole democratiche”; dall’altro, le istanze indipendentiste hanno avuto un “profondo impatto politico ed economico sulla vita sociale della Catalogna, conducendo ad un grave deterioramento dei valori di coesistenza, benessere sociale e crescita economica, e causando crescenti livelli di incertezza e sfiducia”.

Di seguito, si spiega dunque l’obiettivo ufficiale di Madrid, e ciò che potrebbe accadere nei prossimi giorni. La risposta spagnola, si legge, sarà proporzionale alle azioni dei leader catalani, che, secondo quanto riferiscono i media in queste ore, si starebbero preparando a proclamare la Catalogna una Repubblica indipendente. La risposta di Madrid, si specifica, sarà però anche temporanea e graduale, adattabile al corso della situazione. Le “misure” ventilate dalla Spagna hanno lo scopo di difendere la legge “senza restringere le libertà”, e si pongono quattro obiettivi principali: la restaurazione dell’ordine costituzionale, l’assicurazione della imparzialità istituzionale, il mantenimento dei servizi pubblici e della crescita economica e la difesa dei diritti e delle libertà della popolazione catalana. Il Governo centrale, insomma, mancato fin qui clamorosamente l’obiettivo del dialogo e del compromesso con le autorità catalane, prosegue dritto nella direzione dell’intransigenza. Lo stesso dicasi per Barcellona, dove cominciano a leggersi manifesti con lo slogan “Fem la Republica”, “Facciamo la Repubblica”, quasi a preannunciare la deflagrazione di un conflitto praticamente inedito nell’Europa occidentale democratica.

La “roadmap” pensata da Madrid, in pratica, consiste nella rimozione del presidente della Regione catalana dal suo incarico, insieme al suo vice e ai consiglieri, che saranno sostituiti da “autorità nominate o create dal Governo spagnolo a quello scopo”. Inoltre, il premier spagnolo avrà il potere di sciogliere il Parlamento regionale della Catalogna e convocare nuove elezioni. Non solo: il Governo autonomo dovrà agire in rigido accordo con le autorità appositamente preposte da Madrid, e si ventilano “misure speciali” riguardanti anche argomenti di particolare interesse pubblico come le materie economiche, finanziarie, fiscali e le telecomunicazioni. Il Parlamento di Catalogna continuerà a svolgere il suo ruolo, ma, anche in questo caso, potranno essere applicate “misure speciali” per assicurare il rispetto della legge e della Costituzione.

Una roadmap precisa, severa, messa a punto da Madrid e che la Missione spagnola alle Nazioni Unite ha voluto ufficializzare all’interno del Palazzo di Vetro. Palazzo che non è stato particolarmente loquace, nelle ultime settimane, sulla questione catalana, se non per augurarsi una risoluzione pacifica della crisi e per chiedere alla Spagna di avviare indagini “indipendenti e imparziali” sulle violenze che hanno insanguinato la giornata referendaria. In particolare, a “tirare le orecchie” a Madrid è stato l’Alto Commissario per i Diritti Umani Zeid Ra’ad Al Hussein, che si è detto “molto turbato” per scene che di certo poco hanno a che fare con la democrazia.

La silenziosa prudenza dell’Onu è inequivocabile spia di quanto le acque in cui si naviga siano agitate, e di quanto la tempesta possa raggiungere dimensioni impensate. Il nodo è certamente difficile da sciogliere: è innegabile che il referendum catalano sia stato formalmente illegale, in quanto negazione del principio costituzionale che proclama la Spagna come indivisibile; altrettanto vero, però, che il diritto internazionale tratta con un certo riguardo il principio di autodeterminazione dei popoli. Principio, tuttavia, limitato a scenari che non sembrano potersi riferire al caso catalano: in caso, cioè, di negazione dei diritti fondamentali dei cittadini e di esclusione delle tecniche di autogoverno democratico a livello locale o nazionale. D’altra parte, non si può certo dire che il Governo spagnolo abbia gestito la questione con lungimiranza, opponendo muro al muro, e macchiandosi, indirettamente, di sangue per le violenze perpetrate il primo ottobre.

Va da sé che la questione sia particolarmente complessa, perché in essa si intrecciano un conflitto di identità, di legittimità e ragioni economiche che potrebbero minacciare la stabilità non solo della Spagna, ma anche della stessa Unione europea, e dunque di tutto l’Occidente. Senza contare che, con le dovute ed innegabili differenze, qualche precedente c’è stato, e in tutti i casi situazioni simili sono addirittura sfociate in conflitti: si pensi all’indipendenza del Kosovo, o a quella, difesa strenuamente dalla Russia, della Crimea. La questione, insomma, è delicatissima e le parole vanno misurate. Per ora si può ricordare che, sul tema, si era già espresso chiaramente, due anni fa – quando ancora non si immaginava uno sviluppo simile -, l’allora segretario generale Ban Ki-Moon. Il quale, pur ribadendo in linea generale la rispettabilità delle genuine aspirazioni dei popoli e spronando a una soluzione consensuale, aveva sottolineato: “Quando si parla di autodeterminazione, alcune aree sono state riconosciute dalle Nazioni Unite come territori indipendenti con diritto all’autodeterminazione: la Catalogna non ricade in questa categoria”. “La Spagna è una nazione indipendente e sovrana che include la regione catalana”, aveva aggiunto. “E’ in questo modo che è stata ammessa alle Nazioni Unite e agisce nell’ambito del diritto internazionale”, aveva chiosato. Più chiaro di così.

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