Cerca

PoliticaPolitica

Commenti: Vai ai commenti

In Sicilia vince Musumeci, ma è già iniziata la guerriglia giudiziaria

La parola che più ha campeggiato, nella appena trascorsa campagna elettorale: “impresentabili”. Cioè? Mafia...

Ma, purtroppo, anche Musumeci, su questo primario campo d’azione, pare situarsi al di qua di una linea rinunciataria. Ha, infatti, affermato, a comprovare i complessivi meriti: “non ho mai ricevuto un avviso di garanzia”. Così rischiando di perpetuare un’idea gregaria e derivata della legittimità politica 

Nello Musumeci, per il Centro-Destra, sarà il prossimo Presidente della Regione Siciliana. Intorno al 40% i suoi consensi, al 35% quelli dell’avversario diretto: Giancarlo Cancelleri, del M5S. E’ ancora prematuro stabilire se Musumeci godrà anche di una maggioranza all’Assemblea. Il premio elettorale di 6 seggi è riconosciuto, solo se l’insieme delle liste che sostengono il vincitore non conseguano più di 42 seggi. Per calcoli così precisi, dunque, è ancora presto. Per la prima volta, l’Assemblea Regionale sarà composta da 70 consiglieri, e non più da 90. Il 53% circa degli aventi diritto non ha votato.

Tre brevi considerazioni laterali.

La prima. La parola che più ha campeggiato, nella appena trascorsa campagna elettorale, è “impresentabili”. E non a caso. Non perché i siciliani abbiano precise pecche razziali in questo senso: come pure, col pretesto delle “letture antropologico-culturali”, non raramente si sostiene: ma perché il campo d’elezione di quella spocchiosa qualificazione è il “sospetto di mafia”. Il “sospetto di mafia” ha qui le sue principali fonti. Perciò, quella ricorrenza. Ma non c’entrano i siciliani. C’entrano talune istituzioni, e il codazzo gazzettistico (ed in generale, della chiacchiera come profittevole industria) che le sostiene: essendone, a sua volta, sostenuto.

Istituzioni e codazzo, però, vivono e prosperano in tutta Italia. E, per prosperare, hanno bisogno di rinnovare una liturgia propagandistica, al centro della quale troneggi un concetto onnipresente e onnivalente di “mafia”; buono per le stragi, come per le automobili in doppia fila. Ad esemplificare l’abuso cinico, e insieme disinvolto, della parola, si può, di passata, ricordare come un paio di anni fa, il cantante Roberto Vecchioni, sproloquiando di caschi che non si indossavano, e di templi di Segesta privi di sciamanti moltitudini a corredo, compendiasse la sua analisi con l’ineffabile epigrafe di: “Sicilia, isola di merda”.  E Leoluca Orlando, e molti benpensanti con lui, dissero: “ha ragione”. Per dire, di quanto vaste siano le ramificazioni della pigrizia morale e dell’inerzia culturale, messe a reddito: economico, o d’altra specie. S’intende, immancabilmente conto terzi.

Perciò, una politica che intendesse riaffermare la sua autonomia dovrebbe ripartire da qui. Un “qui” che sarebbe geografico ed insieme culturale. Compito titanico, date la disparità delle forze in campo: ma non impossibile.

Titanico. Perchè, affrancare la libertà politica dall’ipoteca del sospetto, significa, voler fronteggiare l’Apparato. E volerne ridiscutere l’assunto essenziale. Vale a dire: che l’intrapresa economica, fondamento, in Sicilia come altrove, di ogni progresso civile e morale (ricchezza circolante, di flussi finanziari come di idee; occupazione; pace sociale), o si attesta alla soglia dell’irrilevanza; o, se assume consistenza e capacità di sviluppo, non può che essere presunta illecita, e gravemente illecita. E, di qui, liquidata: secondo gli equivocissimi sistemi della Prevenzione antimafia: diffusa, mutilante, irresponsabile, e di cui le cronache non sono purtroppo avare.

Tuttavia, per affrancarsi, una politica consapevole di sè e delle sue responsabilità, deve ridiscutere, cioè uscire dal già assegnato, da ciò che si pretende “indiscutibile”; per ridiscutere, deve essere disposta a porre questioni risolute: e ad affrontarle. Quasi due milioni e mezzo di elettori, disertando le urne, potrebbero aver voluto significare il loro rifiuto (non un semplice disamore, nè un’emotiva protesta), verso questo movimento “socio-istituzionale”, ottusamente dissolutivo, “interdittivo” verso ogni complessa dinamica di mobilità sociale, e, perciò, sprezzantemente neo-feudale.

Ma, purtroppo, anche Musumeci, su questo primario campo d’azione, pare situarsi al di qua di una linea rinunciataria. Ha, infatti, affermato, a comprovare la sua complessiva meritevolezza: non ho mai ricevuto un avviso di garanzia”. Così rischiando di perpetuare un’idea gregaria e derivata della legittimità politica.  Idea, peraltro, molto rischiosa: dato che un avviso di garanzia si può formare in un niente. A quel punto, o quella frase si scoprirebbe priva del significato meritorio attribuitole: ma ne verrebbero complicazioni sul piano della coerenza, alla maniera isterica e opaca dei 5S (gli altri, sì; noi, no); o, a volerlo confermare, quel significato dovrebbe determinare conseguenze decisive: ma, in questo modo, Musumeci si troverebbe di fronte ad una crisi politica proprio per un innesco eminentemente extrapolitico: di contenuto e valore aleatori, come ormai proverbialmente è quello giudiziario. Si può sperare si sia trattato di un momentaneo cedimento comiziale. Vedremo.

Seconda considerazione. Come tutte le consultazioni elettorali formalmente locali, ma di una certa visibilità, anche questa si è prestata e si presta ad una valutazione di portata nazionale. Ma pare ce ne sia solo una, che sia effettivamente connessa ai risultati della votazione siciliana. Apparentemente, sembra una valutazione confinata al piano dello scontro mediatico. Forse, però, il suo rilievo è meno effimero.

Con ogni riserva sui risultati definitivi, sembra infatti sufficientemente chiara una tendenza. Cancelleri, avrebbe ricevuto circa l’8% in più della sua lista; il Prof. Fabrizio Micari, per il Centro-Sinistra, in sostanza il PD, circa il 7% in meno delle liste di coalizione. Sembra, pertanto, ci sia stato un travaso di voti, da un settore del PD al M5S. Se per spontaneismo del corpo elettorale, o secondo più o meno efficaci direttive politiche, non è possibile qui stabilirlo.

Certo è che, per domani, era stato fissato un confronto televisivo fra l’On. Luigi Di Maio e Matteo Renzi. Senonchè, Di Maio ha scritto su FB: “Avevo chiesto il confronto con Renzi… Il terremoto del voto in Sicilia ha completamente cambiato questa prospettiva…. il Pd è politicamente defunto. Il nostro competitor non è più Renzi… a breve ci sarà una direzione del Pd dove il suo ruolo sarà messo in discussione“.

 I toni e i contenuti cui, proprio oggi, si è fatto ricorso per dare conto del forfait, più che porre una questione politica al PD, pertanto, sembrano avere di mira la leadership di Renzi, in quanto tale. Secondo logiche da “alleato” di una parte, e non da avversario dell’intero.

Terza considerazione. Se la sinistra-sinistra si appresti ad un esplicito collateralismo verso il M5S, in vista delle elezioni nazionali, non è ancora detto con certezza. Tuttavia, il candidato del M5S sconfitto, Cancelleri, offre uno spunto tonitruante, al riguardo. Che, per così dire, potrebbe essere anche una sintesi, fra il piano locale, riassunto dalla parola “impresentabili”, e quello nazionale, su cui pare affacciarsi quel coagulo politico. Ha dichiarato: …La vittoria è contaminata dagli impresentabili e da Nello Musumeci che li ha candidati. Non chiamerò il vincitore”. 

Non è il congedo da una competizione elettorale appena conclusa: è l’insegna di un’offensiva legalistico-procuratoria che sta scaldando i motori. Renzi e Berlusconi, co-vincitore di queste elezioni regionali sono avvertiti. E anche Musumeci.         

   

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter