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Se nell’America di Donald Trump, scoppia “Minority First”

Nelle elezioni USA del 7 novembre i trumpiani non sfondano e a trionfare sono le minoranze: da Nord a Sud, da Est a Ovest

Danica Roem è la prima persona transgender eletta in un Congresso statale, in Virginia

In Virginia, Danica Roem, è la prima persona transgender a essere votata e scelta in un congresso statale, strappando il seggio di Richmond, per anni del repubblicano Robert G. Marshall, autore del "bathroom bill". Così Andrea Jenkins, prima trans afroamericana eletta in un ufficio pubblico a Minneapolis. Wilmot Collins, scappato dalla Liberia nel '94, oggi è sindaco della capitale del Montana. Le altre storie

Ha i capelli castani molto lunghi, gli occhi scuri, poco trucco e lo sguardo appassionato. Se si digita il suo nome, su Google, ogni risultato proporrà un’immagine che la ritrae sorridente. È nata in Virginia, nel 1984. E aveva tre anni quando suo padre, John Paul Roem, decise di uccidersi. I suoi anni all’università li passò a New York e, dopo una laurea in giornalismo, scelse di tornare a casa.
La giornalista, poi, l’ha fatta per nove anni. Fino al 7 novembre. Giorno in cui è diventata la prima persona transgender eletta in un congresso statale (in Virginia) nell’America di Donald Trump. Si chiama Danica Roem, è democratica e la sua vittoria le ha permesso di conquistare il seggio di Richmond. Che per 13 mandati fu del repubblicano Robert G. Marshall. Lo stesso che scrisse il “bathroom bill”, un disegno di legge per impedire alle persone transgender di utilizzare il bagno pubblico corrispondente alla loro identità di genere.

Wilmot Collins lasciò l’Africa, insieme alla moglie Maddie, quando aveva 31 anni. Era nato a Monrovia, la capitale della Liberia. Da cui scappò quando, nel 1994, la guerra civile si portò via ogni cosa. Riuscì ad arrivare negli Stati Uniti, come rifugiato politico. Si trasferì in Montana, divenne cittadino americano e lavorò per il Department of Health and Human Services, specializzandosi nella protezione dei minori.

Ventisei anni dopo, nello stesso giorno in cui Danica Roem è stata eletta in Virginia, è diventato il primo sindaco afroamericano, progressista, di Helena, la capitale del Montana. E ha battuto Jim Smith, che quell’ufficio lo occupava dal 2001.

Andrea nacque nel 1961, vicino a Chicago, in Illinois. Porta spesso un rossetto viola e per il suo make-up, quasi sempre molto sobrio, utilizza colori vivaci. Ha sorriso e occhi buoni. E tante treccine. Andrea Jenkins è afroamericana. È una scrittrice, un’artista e una poetessa. Ed è anche diventata la prima donna transgender afroamericana a essere eletta in un ufficio pubblico statunitense. Nello stesso giorno in cui anche Danica Roen e Wilmot Collins hanno segnato un primato nella storia contemporanea americana. Andrea Jenkins è stata scelta come membro del consiglio comunale di Minneapolis. Dove, per 12 anni, ha lavorato come membro dello staff al Minneapolis City Council. “Transgender people have been here forever and black transgender people have been here forever”. Le persone transgender ci sono sempre state e le persone transgender afroamericane ci saranno sempre, ha detto al Washington Post la notte della sua elezione.

Andrea Jenkins, prima persona transgender afroamericana eletta a Minneapolis

Tre storie quasi intrecciate. Che ne incrociano molte altre. Perché martedì 7 novembre, per i Democratici, non è stato soltanto il giorno in cui Bill de Blasio si è riconfermato sindaco di New York, con un’alta percentuale di preferenze. È stata anche una serie di “prime volte”. E di primi passi. In un’America, quella di Donald Trump, che, probabilmente, più di ogni altra, ha stimolato le minoranze a candidarsi. E a vincere.

Tante donne. Come è accaduto in Virginia. A Dawn Adams, la prima candidata dichiaratamente omosessuale eletta alla Virginia House of Delegates. O a Elizabeth Guzman e Hala Ayala, entrambe democratiche, le prime delegate latine a essere scelte in quello Stato. O a Katy Tran, donna e asiatico-americana, votata anch’ella come delegata. Oppure Vi Lyles, che nacque nella Carolina del Sud nel 1952. E che ha battuto il repubblicano Kenny Smith, diventando la prima donna afroamericana a ricoprire la carica di sindaco, a Charlotte, in North Carolina.
A Manchester, in New Hampshire, la democratica Joyce Craig ha battuto il sindaco repubblicano Ted Gatsas, diventando la prima cittadina di una delle più grandi città dello Stato. E a Nashua, non lontano da Manchester, Shoshanna Kelly è la prima donna afroamericana eletta al consiglio comunale nella storia della città.
In Kansas, a Topeka, Michelle de La Isla è stata la prima donna ispanica a ricoprire la carica di sindaco e la seconda eletta nello stesso ruolo. A Erie, in Pennsylvania, Tyler Titus è stato il primo candidato transgender a ottenere un posto nel consiglio scolastico e il primo a essere eletto in un ufficio statale. Nello stesso giorno, Seattle, ha scelto il suo primo sindaco dichiaratamente omosessuale, Jenny Durkan. E Milledgeville, nella Georgia del Sud, ha eletto sindaco Mary Parham-Copelan. La prima donna. E la prima afroamericana. Poi Cathy Murillo, prima ispanica a essere Mayor di Santa Barbara, in California.

Dal Minnesota al Montana. Dalla North Carolina alla Virginia. Dove per la prima volta è stato eletto un Democratico socialista, Lee Carter. A St. Paul, non lontano da Minneapolis, un margine decisivo ha fatto vincere il primo sindaco afro-americano, Melvin Carter, tra dieci altri candidati. E, a Hoboken, in New Jersey, l’avvocato, attivista, democratico Ravinder Bhalla, è diventato il primo sindaco Sikh della città. Nonostante dei volantini anonimi, distribuiti a Edison Township, l’avessero chiamato “terrorista”. Altri flyer rivolti contro candidati locali asiatico-americani sono stati diffusi a poche ore dalle elezioni, auspicandone “la deportazione”. Sui fogli appariva la scritta: “Make Edison Great Again”, lo slogan elettorale del Presidente Trump, che gli fece vincere le elezioni. E che ha dato una scossa all’America democratica. Che forse ha iniziato a fare i conti con sé stessa.

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