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Di peste e di appestati: elezioni, furti di diritto e legalità

La peste della società di oggi è la mancanza di due diritti: quello del candidato di potersi far conoscere, quello dell'elettore di sapere

L'epidemia di peste nel quadro "El triunfo de la Muerte" di Pieter Brueghel el Viejo (1562)

La letteratura ci offre tre tipologie di "pesti". Il dramma manzoniano ne "I Promessi Sposi", l'epidemia della Maschera rossa di Edgar Allan Poe e "La peste” di Albert Camu. La peste di oggi invece è una peste democratica: una melassa uniforme, che incombe su tutto, e tutto avvolge. Una minaccia totalitaria, caratterizzata da assenza di memoria, di conoscenza, di “sapere”

Il voto, l’espressione di una nostra volontà attraverso la scelta di chi ha poi il compito di tutelare i nostri interessi e preferenze, è l’essenza di una democrazia. Cosa accade in una democrazia liberale quale si vorrebbe vivere? Innanzitutto, pari condizioni di partenza: dovrebbe essere consentita identica possibilità di poter comunicare all’elettore i programmi di governo, come si intende perseguirli, con quali alleati, e così via. È un duplice diritto: del candidato di potersi far conoscere. Il diritto del cittadino elettore di sapere: lo raccomandava un liberale a tutto tondo, Luigi Einaudi, “conoscere per deliberare” nelle prime pagine di un suo libro, “Prediche inutili”. Inutili ieri; e purtroppo anche oggi. Di questo diritto non c’è traccia.

Gli oppressori di tutti i regimi hanno cura di manipolare i fatti, cancellano la storia, nascondono la verità, impediscono la conoscenza. In Italia poi, si aggiunge un altro interesse: impedire che il bambino, come nella favola, urli che il re è nudo. Quello che accade, un po’ ovunque, è una sorta di “peste”. Una peste democratica. Ancora ci si interroga che sorta di virus ha infettato la più grande democrazia del mondo, gli Stati Uniti d’America, che sono stati capaci di eleggere un personaggio come l’attuale presidente. Ma lo stesso discorso lo si può fare per il Regno Unito, che ha concepito e realizzato una follia come Brexit; e in Spagna, la non meno folle richiesta di separazione della Catalogna; non parliamo dell’Italia, divisa in tre tronconi uno più indigesto dell’altro: Silvio Berlusconi, Beppe Grillo, Matteo Renzi. Perfino la granitica Germania fatica a trovare una formula che consenta un governo; per non parlare dei venti xenofobi e fascistoidi che percorrono l’Est d’Europa, dalla Polonia all’Ungheria. È paradossale che i regimi più stabili siano la Russia di Putin e la Cina, e non si sappia (non si vuole?) disinnescare le follie di saprapi come il dittatore nord coreano o i teocrati iraniani.

La “peste”. La letteratura ce ne offre tre tipi. Quella manzoniana, ne “I promessi sposi”; colpisce indifferentemente i buoni (frate Cristoforo) e i cattivi (don Rodrigo. Risparmia solo il pusillanime: don Abbondio.

C’è poi la peste della Maschera rossa di Edgar Allan Poe. Il morbo infuria, e il potente arrogante pensa di trovar la salvezza, assieme a una schiera di scelti sodali, standosene ben serrato nel castello. Poi arriva quella misteriosa maschera. Alla fine, non c’è salvezza; il serrarsi dentro, è illusione. Non è con l’indifferenza e il voltare la testa che si viene risparmiati dalla “peste”.

Infine la “peste” di Albert Camus: annunciata da un topo morto; tutti sottovalutano quel topo. Nessuno comprende, fino a quando il germe non provoca la strage. Alla fine i medici trovano l’antidoto, la “peste” viene debellata; ma il bacillo cova, pronto a riesplodere quando meno te lo aspetti. Si deve, insomma, vigilare, vigilare sempre.

La “peste” di oggi è una melassa uniforme, che incombe su tutto, e tutto avvolge. Una minaccia totalitaria, caratterizzata da assenza di memoria, di conoscenza, di “sapere”.

È un morbo, che straborda, colpisce ovunque. Una “peste” al tempo stesso complessa e lineare: è il diritto negato; il diritto al diritto; il diritto alla conoscenza. Non si vuole capire, non si sa comprendere che tutto parte da questi due presupposti: diritto e conoscenza sono l’Alfa di qualunque alfabeto. Il resto, tutto il resto, è forse – chissà – “pagante”; ma con moneta falsa, e mediocremente falsificata.

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