Cerca

PoliticaPolitica

Commenti: Vai ai commenti

In 4 miliardi senza protezione sociale: ecco il dato che punisce il neoliberismo

Secondo l'ultimo rapporto dell'International Labour Organization, solo il 45% della popolazione mondiale è coperto da almeno un beneficio sociale

Foto da: pixabay.com

“La mancanza di protezione sociale lascia persone vulnerabili a malattie, povertà, disuguaglianza ed esclusione sociale in tutto il ciclo di vita. Negare questo diritto umano a 4 miliardi di persone nel mondo è un grave ostacolo allo sviluppo economico e sociale”, ha detto il direttore generale dell'ILO, Guy Ryder. In allarme i bambini: solo il 35% gode di un accesso alla protezione dal punto di vista sociale

Da diversi decenni ormai su tutti i media si sente ripetere che “la protezione sociale a livello universale è essenziale per realizzare il diritto alla sicurezza sociale per tutti, promuovere giustizia sociale e promuovere una crescita inclusiva e accelerare i progressi verso la realizzazione dell’Agenda di 2030”. Un passaggio basato su alcuni passi concordati a livello mondiale per lo sviluppo sostenibile e i suoi obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS). Nei giorni scorsi, l’ILO ha pubblicato un rapporto dal titolo “World Social Protection Report 2017–19, Universal social protection to achieve the Sustainable Development Goals”, che fornisce una panoramica globale sullo stato dell’arte basato su nuovi dati e offre tantissimi dati sulla copertura di protezione sociale, benefici e spesa pubblica per la “protezione sociale” a livello globale, regionale e paese.

L’analisi segue il ciclo della vita, iniziando con i bambini, per poi passare alle donne e agli uomini in età lavorativa (attraverso aspetti come i servizi assistenziali durante la gravidanza e poi in maternità, la disoccupazione, gli infortuni sul lavoro e la disabilità) e per finire al tema “anzianità” compresa la (spinosa) questione delle pensioni.

Il primo dato che emerge dal rapporto è che, contrariamente a quanto promesso e sbandierato da tutti i media (specie nei paesi dove questi sono direttamente o indirettamente controllati dai governi), la situazione è drammatica: ancora oggi, nel 2017, meno della metà (il 45 per cento) della popolazione mondiale è coperto almeno da un beneficio sociale. Al contrario, quattro miliardi di persone, la maggioranza (il restante 55 per cento), non è protetta affatto.

Scavando più a fondo emerge che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, solo il 29 per cento della popolazione mondiale gode di una completa copertura sociale. Il restante 71 per cento, è solo parzialmente protetta o non lo è affatto. E se è vero che negli ultimi anni la situazione è migliorata rispetto al periodo precedente (era il 27 per cento nel 2014/2015),  è altrettanto vero che oltre 5,2 miliardi di persone, nel mondo non sono assistiti come dovrebbero.

Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: “La mancanza di protezione sociale lascia persone vulnerabili a malattie, povertà, disuguaglianza ed esclusione sociale in tutto il ciclo di vita. Negare questo diritto umano a 4 miliardi di persone nel mondo è un grave ostacolo allo sviluppo economico e sociale”. “Sono ancora necessari grandi sforzi per garantire che il diritto alla protezione sociale diventi una realtà per tutti”, ha detto il direttore generale dell’ILO, Guy Ryder.

A oltre metà del cammino previsto per il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio (nati nel 2000 e poi diventati, nel settembre 2015 – quando ci si rese conto che non sarebbero stati mai raggiunti –, Obiettivi di sviluppo sostenibile, OSS), oggi non si può non riconoscere che molti traguardi appaiono irraggiungibili e che le politiche adottate non stanno dando i frutti sperati. In molti paesi dell’Africa, dell’Asia e dei paesi arabi sarà impossibile mettere in atto un piano di protezione sociale almeno di base per la maggioranza della popolazione.
Per il resto, il rapporto è un susseguirsi di numeri spaventosi. Nel mondo, solo il 35 per cento dei bambini gode di un accesso effettivo alla protezione dal punto di vista sociale. Quasi due terzi di tutti i bambini (1,3 miliardi) che non ricevono questi servizi vivono in Africa e in Asia. Un dato che non dovrebbe sorprendere: in media, solo l’1,1 per cento del PIL nazionale viene destinato ai benefici del bambino e della famiglia per bambini. Torna in mente l’esortazione (quasi un ordine) del presidente americano Donald Trump quando nei mesi scorsi ha ricordato ai paesi della NATO (un accordo che, secondo molti, oggi, non ha più motivo di esistere) l’obbligo di destinare il 2 per cento del PIL di ciascun paese al Patto Atlantico. Il doppio di quello che, mediamente, viene destinato ai servizi per i bambini!

Stando ai numeri del rapporto, pare che il tanto osannato e sbandierato diritto alla salute sia sempre più una mera chimera. In molte parti del mondo, soprattutto nelle zone rurali dove al 56 per cento della popolazione manca la copertura sanitaria. Ma anche nelle aree urbane questa non sempre è presente: in un quinto (22 per cento) delle città non c’è. Un problema che finisce per influire sulla salute di non meno di 10 milioni di bambini.

Anche le somme per i bambini elargite ai paesi a basso e medio reddito negli ultimi decenni non sono servite e molto: i livelli di copertura e i benefici ottenuti rimangono insufficienti. Ma per assurdo sono proprio i paesi europei, a destinare ai problemi sociali dei bambini la percentuale di spesa più bassa (esclusa la somma per assistenza sanitaria).

Passando ai problemi dei soggetti con gravi disabilità, solo il 27,8 per cento di loro, mediamente, riceverà servizi e una pensione d’invalidità. Per gli altri non c’è nulla. E dati mettono in evidenza enormi differenze tra le varie aree del pianeta. Mentre nell’Europa dell’Est a ricevere assistenza sono quasi il 100 per cento dei soggetti, in molti paesi dell’Asia e del Pacifico questa percentuale scende a meno del 10 per cento.

Con l’aumentare dell’età, la situazione non cambia. Soltanto il 41,1 per cento delle madri con neonati ricevono un’indennità di maternità e 83 milioni nuove madri ne sono totalmente prive. Sotto il profilo della “legal coverage”, poi, il vero Far West non è in America ma in Africa: qui l’assistenza manca in oltre l’ottanta per cento delle aree rurali e nel sessanta per cento delle aree urbane (media del 75 per cento totale). Ma il dato che sorprende di più è ancora una volta quello globale: nel mondo la “legal coverage” manca in un quinto delle aree urbane, un terzo delle aree rurali e, complessivamente, in quasi la metà dei paesi.

Se in Italia il problema delle pensioni è oggetto di discussione quasi ogni giorno, a livello globale la situazione non è migliore. Anzi. Nel mondo, un terzo delle persone al di sopra dell’età pensionabile (variabile) non riceve una pensione. E tra i lavoratori attivi (età 15-64 anni) meno del 35 per cento è un contribuente “attivo”. Inutile dire che in alcune zone del pianeta questi dati sono ancora peggiori: nell’Africa sub sahariana la percentuale precipita al 9 per cento. Aver privatizzato le pensioni come hanno fatto alcuni stati non sembra essere servito a nulla (se non a far arricchire alcune compagnie di assicurazioni e molti istituti bancari). In Europa, ad esempio, quasi il settanta per cento dell’accantonamento dipende dai contributi pubblici (la contribuzione volontaria non arriva al due per cento). Al punto che molti paesi (come Argentina, Bolivia, Kazakhstan, Polonia e Ungheria) hanno deciso di invertire la rotta e stanno tornando ai sistemi basati su solidarietà pubbliche.

Salendo con l’età, si evince che mancano i servizi di assistenza a lungo termine (spesso richiesti dalle persone più anziane): per circa metà della popolazione mondiale (il 48 per cento) non è possibile beneficiarne. E ancora una volta sono le donne le più colpite. Di fatto, solo il 5,6 per cento della popolazione mondiale vive in paesi che forniscono copertura a lungo termine per l’intera popolazione in base alle leggi vigenti a livello nazionale.

Sradicare la povertà, ridurre le disuguaglianze, promuovere la crescita economica e la giustizia sociale sono obiettivi che appaiono sempre più lontani da raggiungere soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Anzi il percorso (già lento) per il raggiungimento dell’Obiettivo potrebbe subire un ulteriore rallentamento. Come sta avvenendo per un altro obiettivo: l’Obiettivo 2 di Sviluppo Sostenibile (Azzerare la fame, realizzare la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere l’agricoltura sostenibile). Anzi, in questo caso la situazione pare stia peggiorando. A dirlo è il direttore della Fao, José Graziano da Silva, che a Roma, nei giorni scorsi ha presentato il rapportoThe State of Food Security and Nutrition in Europe and Central Asia 2017”. È stato lui a lanciare l’allarme riportando i dati sugli affamati nel mondo: un numero spaventoso, 815 milioni, e che sta “segnando un primo aumento dopo più di un decennio di calo”. 

Un problema al quale si aggiunge quello non meno grave dell’obesità in netto aumento in molti paesi del mondo. Al punto che oggi non si parla più di “denutrizione” ma di “malnutrizione”.

Rapporti stracolmi di numeri e dati tanto da ubriacare il lettore più attento e curioso.

Alla fine però quello che rimane di tutto questo sono due considerazioni. La prima è che le politiche adottate finora non hanno prodotto i risultati attesi (e soprattutto sbandierati da tutti i paesi sviluppati): la situazione generale del pianeta è ancora grave e i miglioramenti (specie se considerati in relazione ai sacrifici e alle somme chieste ai contribuenti) non sono così rilevanti anzi in alcuni casi si parla di un netto peggioramento.

Ma l’aspetto più importante (anche se probabilmente meno accettabile da alcuni) è che questi numeri dimostrano che le teorie neoliberiste e di “selezione naturale” sociale osannate da Donald Trump e dalla maggior parte dei capi di governo mondiali erano sbagliate. Al contrario è evidente la necessità di contribuire “alla protezione sociale universale all’eradicazione della povertà, alla riduzione delle ineguaglianze, alla promozione della crescita economica e della giustizia sociale, così come alla realizzazione degli Obiettivi dello sviluppo sostenibile”. Come a detto Isabel Ortiz, direttrice del dipartimento protezione sociale dell’ILO: “Le politiche  di austerità a breve termine continuano a vanificare gli sforzi per lo sviluppo a lungo termine. Gli aggiustamenti di risanamento del bilancio hanno degli impatti sociali negativi considerevoli e compromettono la realizzazione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile”.  E ancora “I governi dovrebbero essere proattivi nello sfruttare tutte le opzioni di finanziamento possibili per promuovere gli OSS e lo sviluppo nazionale grazie al lavoro e alla protezione sociale”.

Viene da domandarsi quanti di quelli indaffarati nei preparativi in vista delle feste natalizie, si prenderanno la briga di leggere le oltre cinquecento pagine di questi due rapporti. E quanti di quelli che spenderanno buona parte della tredicesima per mangiare male contro ogni indicazione degli esperti e dei nutrizionisti, penseranno agli oltre ottocento milioni di abitanti del pianeta che muoiono di fame. O almeno ai quattro miliardi di persone, oltre metà della popolazione mondiale, che soffrono di disagi sociali.

In nessuno dei due rapporti se ne parla, ma forse è questo il dato più triste e, al tempo stesso, preoccupante: l’apatia con cui ormai parte della popolazione mondiale si è abituata a non reagire davanti ai problemi gravi del pianeta. Senza pensare che, forse, un giorno non tanto lontano, questi potrebbero diventare i “loro” problemi.

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter