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Malati di trumpite calmatevi, con l’immigrazione e la sicurezza non si scherza

Il vero "shithole" è questo dibattito artificiale, che a fatti e logica oppone ideologia, isterismo e calcolo elettorale

Una protesta a Berlino, nel settembre del 2016, contro la promessa elettorale di Trump di costruire un muro al confine col Messico (Foto da Flickr)

La polemica che si concentra su una parola speriamo mai detta, non dovrebbe distrarre dal vero nocciolo della questione immigrazione, ovvero gli stravolgimenti in materia di sicurezza che potrebbero scaturire dalle trattative su Daca e muro con il Messico tra democratici e repubblicani e con Trump che cerca di mantenere le promesse

Se da una parte poco mi entusiasma lo sterile dibattito creatosi intorno alla parola “shithole”, inverosimilmente usata dal Presidente Donal Trump nell’ambito del meeting bilaterale tra repubblicani e democratici chiamati a decidere su Daca e muro al confine con il Messico, c’è un altro aspetto che, perlomeno come addetto ai lavori, mi interessa eccome, ovvero gli stravolgimenti in materia di sicurezza che potrebbero scaturire dalle decisioni partorite intorno a quel tavolo. Ma andiamo per gradi.

Gli Stati Uniti, Paese da sempre sinonimo di emigrazioni di massa da parte delle più svariate popolazioni da ogni angolo della terra, hanno avviato negli ultimi trent’anni un continuo ed inesorabile processo di rinnovamento della cosiddetta emigrazione controllata. Ovvero, nel mentre un secolo fa a noi italiani bastava imbarcarsi al porto di Napoli o Genova, farsi due mesi di mare, per poi arrivare alla fatidica quarantena di Ellis Island all’ombra della Statua della libertà e da lì iniziare una nuova vita in terra americana; oggi il sistema di visti è diventato una sorta di rebus machiavellico, fatto di numeri, lettere, scadenze, garanzie e ottemperanze, che solo in pochissimi riescono a soddisfare. Sistema che presenta aspetti positivi, ma anche drammatiche falle, come dimostrato ampiamente negli ultimi anni.

Numeri alla mano, il 100% degli ultimi dieci attacchi terroristici registrati su suolo americano, sono stati compiuti da persone che in qualche modo hanno beneficiato di queste falle. La diversity visa lottery ad esempio, una lotteria per l’appunto, che senza alcun criterio logico o meritocratico, importa letteralmente emigrati che sottopongono una semplice richiesta di green card online. Nata come una formula per garantire multiculturalismo e diversità nella società americana, si sta rivelando un canale ultraprivilegiato da fondamentalisti islamici provenienti da tutti quei Paesi cui sono riservati ampie quote di “vincitori”. Tra questi Paesi spiccano lo Yemen, la Somalia, il Libano, la Costa d’Avorio, l’Egitto e il Sudan, tutte Nazioni sotto lo stretto controllo di gruppi terroristici come Al Shabaab, Boko Haram, Isis e Hezbollah. Ecco che a mio avviso un’abolizione di tale lotteria, non sarebbe assolutamente una follia del “cattivissimo” Trump, ma soltanto una svolta di buon senso in materia di sicurezza nazionale, chiudendo una porta attualmente spalancata al fondamentalismo islamico.

Mentre per l’asilo politico il discorso cambia drasticamente. Perché se da un lato trovo immorale non accogliere chi scappa dalle guerre, da un altro lato trovo ipocrita dare a chiunque provenga da un Paese del terzo mondo la possibilità di dichiararsi “rifugiato”. Un rifugiato può essere chi scappa da persecuzioni, guerre e carestie, non un mero emigrante economico. Questione di termini, ma anche di sostanza, perché nel mentre al rifugiato non si chiedono prestazioni speciali o particolari e può godere di un sistema di welfare e sostegno per la sua nuova vita da uomo libero, il migrante economico deve assolutamente apportare qualcosa di positivo al Paese che lo accoglie, proprio perché nessuno lo è andato a cercare ed è una sua decisione voler vivere qui, con diritti e doveri ben precisi.

Arriviamo al famigerato muro. Quando nel 1990 Bush padre avviò i lavori per la costruzione di un muro di cinta tra Stati Uniti e Messico, il Congresso acclamò tale gesto come un segno di alta responsabilità nei confronti dei cittadini americani e della loro sicurezza. Muro poi continuato dal democratico Clinton, che addirittura installò anche una presenza fissa di forze dell’ordine a fare da presidio e raccogliendo plausi bipartisan. Muro poi continuato, a più riprese, anche da Bush figlio e dall’accoglientissimo Obama. Ma ovviamente, detta da Trump la frase “costruiamo un muro e fermiamo l’immigrazione illegale dal Messico”, scatena il solito e puntuale mare di proteste, ormai sempre più simili ad una forma di trumpite isterica acuta che ad una effettiva forma democratica di contraddittorio. Ma i fatti ci dicono che non c’è stato presidente negli ultimi trent’anni che non abbia apportato almeno delle migliorie all’ormai celebre e noiosissimo muro. Con risultati purtroppo deludenti, se è vero che su undici milioni e mezzo di immigrati illegali presenti in America, ben oltre la metà provengono comunque dal Messico.

Ecco che poco mi interessa se quella parola di pessimo gusto, comunque ampiamente smentita da più parti, sia stata effettivamente detta da un Presidente che in campagna elettorale aveva promesso una riforma drastica in materia di immigrazione. Nei fatti, Trump è stato eletto anche per fare questo, quindi non dovrebbe sconvolgere la sua marcia in tale direzione. Mi viene da dire ben venga una riforma netta e precisa del sistema migratorio, sarebbe un atto di buon senso per la nostra sicurezza nazionale, ma anche un premio per tutti quegli emigrati che hanno rispettato le leggi, seguendo il tortuoso e lunghissimo iter burocratico per poter vivere negli Stati Uniti.

A questo punto, lo sterile dibattito creato ad hoc per insabbiare o rallentare ogni tentativo di riforma migratoria, sembra soltanto l’ennesimo cavallo di battaglia cavalcato dai democratici per attaccare l’attuale inquilino della White House. Forse per mancanza di argomenti o forse per completa assenza di programmi, ma la sensazione che tutto ciò sia solo e soltanto un pretesto, risulta sempre più evidente.

Forse l’unico vero shithole è questo dibattito creato sul nulla, che a fatti e logica oppone ideologia ed isterismo, buonismo ed ipocrisia, poca lungimiranza e troppo calcolo elettorale.

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