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Elezioni 2018, il giorno dopo: rischio fascismo in Italia? No, non scherziamo

In un incontro moderato dal direttore Stefano Vaccara, gli esperti Massimo Tommasoli e Rosario Forlenza analizzano l'Italia post-voto da New York

Da sinistra: Massimo Tommasoli, Stefano Vaccara e Rosario Forlenza, durante l'incontro al Father Demo Hall di New York

Chi ha perso? Di sicuro “il sistema elettorale e i suoi architetti”, e questo rappresenta “il dilemma delle democrazie mature”. E poi il Partito Democratico, personificato in Renzi, e Forza Italia, il cui volto, quello di Berlusconi, è passato dall'essere “King-Maker” a numero 2. Ma la vera domanda è: "chi ha vinto"? Di Maio e Salvini già si atteggiano a premier, ma è realistico che uno dei due lo diventi davvero?

Le controversie legate all’Italia non finiscono con il voto: era questo il presupposto del dibattito di lunedì 5 marzo alla Father Demo Hall di New York, a ventiquattro ore dalle elezioni. “Io se fossi Dio”, diceva Gaber, con una canzone che fa da colonna sonora delle elezioni 2018. Il giorno dopo, infatti, si capisce bene chi sono gli sconfitti, ma non altrettanto chiaramente si sono delineati i vincitori.

A parlare, sono stati gli esperti Massimo Tommasoli e Rosario Forlenza. Il primo è Osservatore Permanente presso le Nazioni Unite dell’International Institute for Democracy and Electoral Assistance (IDEA), mentre Forlenza è Fellow al Remarque Institute – NYU e autore del nuovo libro “On the Edge of Democracy: Italy, 1943-1948”. A moderare il dibattito, chiamato proprio “Il giorno dopo”, è stata La Voce di New York, con il nostro direttore Stefano Vaccara. Tra il pubblico, anche il candidato al Senato nella ripartizione Centro e Nord America per i Cinque Stelle, Fiorenzo Borghi.

E non a caso, la nostra prima domanda ai due esperti è stata: “Chi ha vinto?”. Lo scopo di questo evento, realizzato con un’ampia collaborazione, è stato infatti puramente informativo. Il nostro giornale ha contribuito all’iniziativa insieme ad organizzazioni come l’ACLI di New York Emergency USA, ma anche altri ragazzi, cioè Giancarlo Chesi, Tecla Paiusco e Nicola Firla, uniti dal comune obiettivo di analizzare le prospettive che si aprono alla luce dei risultati; anche perché questi appaiono di complessa interpretazione e i giovani, soprattutto, hanno bisogno di comprendere.

Per Massimo Tommasoli, è chiaro che a perdere è stato sicuramente “il sistema elettorale e i suoi architetti”, e questo rappresenta “il dilemma delle democrazie mature”. E’ uscito sconfitto il Partito Democratico, personificato da Renzi – che, tra l’altro, si è dimesso a data da destinarsi con un ritardo che, per Tommasoli, non è altro che sintomo di poca leadership -, ma anche Forza Italia, il cui volto, quello di Berlusconi, è passato dall’essere “King-Maker” a essere numero 2, segnando il crollo di leadership nei partiti, un crollo di cui “dobbiamo chiederci il senso”.

Discussione “Il Giorno dopo” alla Father Demo Hall (Foto di Ilaria Maroni)

E, sempre non a caso, di vincitori si è parlato solo dopo questa premessa, come se i veri protagonisti delle elezioni fossero i perdenti. Ma nessuno ha la maggioranza per governare e, qualunque governo uscirà da questo calderone, non avrà una maggioranza a pieno merito. Da una parte il Movimento 5 Stelle, il primo partito, “ha rafforzato i suoi dati”, ha detto Tommasoli, “e ha vinto con maggioranza al Sud, dimostrando leadership territoriale ed entrando anche nelle roccaforti del centro-sinistra”. Dall’altra Salvini, che si sta trasformando “da partito locale a partito nazionale”, ha continuato, attraverso la “penetrazione” nel territorio e la “polarizzazione”, e “non era scontato” che sarebbe riuscito in questa impresa.

Un avanzamento che fa paura. Così, ci siamo chiesti: “Possiamo dire che si stia facendo concreto il pericolo delle nuove camicie nere”? A rispondere è stato Rosario Forlenza. “Non scherziamo, il fascismo è un’altra cosa e io rifiuto l’idea del ritorno al passato”, ha esortato, “questa ipotesi è solo una maniera per non affrontare il problema presente. In Italia, storicamente, ci sono stati molti altri periodi preoccupanti”, ha continuato, “ora la violenza è limitata, è come quella degli Ultras”. Interessante analisi, quella di Forlenza, per cui la democrazia è talmente fragile che le forme in cui si manifesta cambiano immediatamente, mai restando staticamente uguali a se stesse. “Il vero problema è la totale mancanza di una classe dirigente. La politica si è rivolta a finanziare un capitalismo miserabile, e questo ha aperto la strada a corruzione e distacco tra cittadini e eletti”. E, a detta dell’esperto, il risultato elettorale non è nient’altro che, al contrario, un risultato democratico. A vincere sono stati i partiti che esprimevano “quello che gli elettori volevano esprimere”.

E, sicuramente, Di Maio e Salvini sono i primi ad esserne consapevoli. Entrambi sembrano già ‘incoronati’ a premier, ma è realistico che uno dei due lo diventi davvero? Entrambi presentano contraddizioni, ha detto Tommasoli, ma se Di Maio se ne trova davanti una “esterna”, cioè quella di dover trovare esternamente la fiducia, laddove il suo movimento è refrattario al compromesso, “il centro-destra se ne trova davanti una ancora più grande, e cioè che non esiste un programma comune all’interno della coalizione”. E, ancor prima, necessita di dover trattare anche per una mediazione interna. Ne è un esempio la “flat tax”, ha sottolineato l’Osservatore, vista in modi diversi da Salvini e Berlusconi, o la figura di Maroni, che potrebbe impersonare in futuro, a detta dell’esperto, un ruolo da mediatore tra l’estrema e il centro destra.

Questi gli scenari che si preannunciano davanti alla scomparsa della sinistra, una sinistra in una “crisi tanto grave”, secondo Forlenza, “che può essere compresa solo nel medio-lungo periodo” perchè riguarda una lenta e inesorabile trasformazione di quel riformismo storico “che è venuto a mancare degli strumenti fondamentali”, a causa di un “elemento sociale”, ovvero la scomparsa dell’operaio, e della “crisi economica”, ha continuato. Sostanzialmente, la sinistra “non ha più risorse per soddisfare le richieste della base”, e il suo “elemento ideologico non ha nessun legame con la concretezza”, cioè non è più minimamente presente sul territorio.

Interessante è anche la differenza, per Forlenza, tra totalitarismo e democrazia. Se il primo è caratterizzato da un potere incentrato sulle mani di una figura carismatica e autoritaria, il potere della democrazia è vuoto. La competizione continua imperterrita, ma l’occupazione del vertice cambia costantemente. E se è così, ai Cinque Stelle bisogna riconoscere l’innovazione nel loro modo di approcciarsi alla sfida democratica, che sono riusciti a rivoluzionare totalmente partendo dal basso.

E in questo ci hanno preso, riuscendo a colmare il vuoto che si apre sempre di più tra elettori, “che non vogliono che aumenti il carico fiscale”, ha detto Tommasoli, e eletti, che stanno affrontando una totale crisi del sovranismo; un vuoto che si chiama sfiducia nelle istituzioni e nel ruolo della rappresentanza. Ma non si tratta solo di questo. Si tratta anche degli altri partiti, che hanno dato per scontato il loro elettorato senza dimostrargli niente, e candidando ancora, per esempio, gli ‘impresentabili’, “uomini aggiornati nuovi di fuori e vecchi di dentro” come direbbe Gaber.

Infatti, se per esempio è vero  che la proposta del reddito di cittadinanza ha avuto un impatto forte sull’elettorato del sud, perché la situazione al sud è “drammatica”, ha detto Forlenza, “la spiegazione di un risultato elettorale non è mai monocausale”. È riduttivo che siano state solo le promesse populiste a far travasare una grandissima parte di elettori dal PD al Movimento Cinque Stelle, e a convincere una buona parte degli astensionisti a votare per Lega o Cinque Stelle, ha continuato Tommasoli: “Il cambiamento è dovuto anche alla dimensione che ha assunto il trasformismo”.

Ma “non so se avete notato”, ha confermato Fiorenzo Borghi, del Movimento Cinque Stelle, intervenendo dal pubblico. “I Ministri che sono stati proposti, sono stati presi per risolvere i problemi più generali e non quelli singoli. Bisogna guardare alla situazione non per il domani ma per un futuro più prossimo”. Ed è per questo che continua la coerenza interna al movimento: “Anche se ammiro altre persone di altri partiti (per esempio Borghi, della Lega), non mi alleerei con nessuno. La prima cosa che c’è da fare è mandare via ‘gli impresentabili’”.

Del resto, ormai non rimane che provare a dargli fiducia, al Movimento e al suo modo di fare politica. In tanti, nelle domande dal pubblico, si sono chiesti che cosa possano fare davvero o se saranno imbrigliati nel sistema parlamentare dei numeri che mancano. Ed è emerso, certo, anche l’interrogativo su come il Movimento 5 Stelle sia andato così tanto e così bene al sud. Merito della mafia? “No, sfatiamo questo luogo comune, non si può giustificare un risultato di queste enormi dimensioni parlando di influenza mafiosa” ha detto Forlenza. “Condivido”, ha proseguito il nostro direttore Stefano Vaccara. Perché è vero, ha detto, “la mafia ha un solo grande e triste pregio, che è quello di saper anticipare i tempi e capire prima chi vince dopo. Ma seimila mafiosi non possono convogliare un numero di voti così massiccio. Semmai dobbiamo stare attenti ora a capire come i mafiosi proveranno ad avvicinare il movimento uscito vincente dal sud Italia”.

In ogni caso, quello del Movimento 5 Stelle è stato un modo che ha sfondato tutti i portoni delle dinamiche tradizionali della politica. Così come quelle della comunicazione con i social media, chiudendoli in faccia alla vecchia classe politica e a Berlusconi, che ha puntato tutto sulla televisione come durante le precedenti altre campagne elettorali. Senza capire che sarebbe stato “fallimentare”, a detta di Tommasoli, e che il mondo della comunicazione e delle reti sociali è un mondo ormai “deregolamentato”.

E in una situazione del genere in cui la politica personale, il berlusconismo (fenomeno che è durato più di vent’anni) e il renzismo (non ancora concluso) sono caduti in un solo giorno sotto l’impeto dei “nuovi partiti” movimentisti, possiamo dichiarare conclusa la Seconda Repubblica e inaugurare una nuova fase storica del nostro Paese? “Resta difficile da comprenderlo”, ha detto Forlenza, “in fondo, io sono solo un storico” e, quello che viene dopo, “è ancora da scoprire”.

Dal pubblico arriva l’ultima domanda sul voto all’estero: va bene così? A rispondere e chiudere l’incontro è il direttore de La Voce di New York: “Il giorno prima del voto in Italia ho scritto un editoriale su questo. Assolutamente il voto così come é regolato é una vergogna per l’Italia e un disonore per i suoi cittadini all’estero i cui diritti democratici vengono mortificati dalle condizioni per come viene organizzato questo voto, che si presta a imbrogli e situazioni assurde come il ritrovarsi la lista Free Flights to Italy nella scheda elettorale. Detto questo salutiamo l’elezione, appena annunciata, di tre donne dalla ripartizione Nord e Centro America. Speriamo sia un segnale per il cambiamento”.

Adesso, almeno per quanto riguarda il prossimo governo, la parola va a Mattarella. Buona fortuna.

È possibile vedere il video della prima parte del dibattito QUI.
Mentre il video della seconda parte del dibattito lo trovate QUI.

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