Cerca

PoliticaPolitica

Commenti: Vai ai commenti

Elezioni: gli italiani puniscono la casta ma scelgono l’onagrocrazia al governo

Dopo il voto del 4 marzo spaventano le divisioni e le incompetenze. L'Europa intanto aspetta e spera...

Lucignolo e Pinocchio con le orecchie da asino (Illustrazione C. Chiostri, Firenze)

Chi ha votato gli incompetenti ha ritenuto che in democrazia anche l’asino ragliante, se prende voti comanda, e che tutti, infatti anche gli asini, devono e possono ambire alle pubbliche cariche. Viene da rispondere che no, l’asino eletto non comanderà, raglierà soltanto come è nella sua natura

Le elezioni del 4 marzo hanno confermato l’ipotesi da tutti condivisa dopo il risultato del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016: la spaccatura dell’Italia in tre tronconi politici, centrodestra M5S e centrosinistra, con prevalenza del Movimento Cinque Stelle. Hanno però fruttato una sorpresa: la leadership nel centro destra è passata da Forza Italia a Lega Nord.

In attesa che due fatti istituzionali segnalino in quale direzione andrà la ripresa dell’agenda politica istituzionale (venerdì 23 marzo apertura di Camera e Senato con elezione dei rispettivi presidenti; nei giorni successivi consultazioni del presidente della Repubblica e incarico per la formazione del governo), sono doverose alcune osservazioni, nel tentativo di collocare l’attuale momento nella curva storica italiana ed europea.

Il risultato è interpretabile come l’abbandono (definitivo?) delle grandi ideologie che hanno governato la democrazia italiana nello scorso secolo, fruttando al paese pacificazione progresso sociale e crescita economica. Si dirà che la tendenza è riscontrabile in tutta l’Europa, come frutto del decennio di crisi economica e sociale, e dei flussi immigratori incontrollati. E’ vero, ma fino a un certo punto: l’Italia appare più estrema nelle sue scelte, forse anche perché la crisi nella penisola ha picchiato, Grecia a parte, più duramente.

Nei risultati di testa, liberalismo, socialismo e popolarismo cattolico escono di scena, lasciando il passo a forze politiche giovani e sanguigne: Movimento 5 Stelle e Lega, senza padri nella storia italiana e senza nessun senso di appartenenza ai filoni storici del pensiero politico europeo (il risibile richiamo di M5S al povero Jean-Jacques Rousseau è in-credibile, alla lettera).

Per conquistare l’elettorato, le due forze hanno promesso di rendere possibile ciò che i governi degli ultimi trent’anni non hanno saputo o voluto fare: essenzialmente rimettere in moto l’ascensore sociale bloccato dalla “casta”. E’ quell’ascensore (e discensore, attenzione!), che rimescola di continuo le carte nella vita socio-politica ed economica dei paesi che funzionano, elevando taluni e scaraventando all’inferno altri, su base di merito e capacità di cogliere le opportunità. In Italia corporazioni e loro incesti, malaffare, collusioni tra politica banche e affari, tra religione e partiti, corruzione attiva e passiva, approfittando delle garanzie che il sistema democratico repubblicano attribuisce giustamente a politici e dirigenza pubblica, hanno dato luogo, ripetendo compulsivamente un inveterato costume delle italiche genti, alla concrezione di privilegi, appannaggi finanziari, familismi e nepotismi generatori di quella che è stata chiamata “la casta”, con ciò bloccando al piano terra l’ascensore sociale.  Cinque stelle e Lega hanno saputo ergersi ad avversari a tutto  campo della casta, chiamando Renzi e il suo partito a corresponsabili politici della sua intoccabilità. Per questo hanno vinto.

Non sfuggono le altre questioni che hanno spinto gli elettori nelle braccia di Lega e M5S. Si potrebbe tirar giù il lungo elenco di promesse non mantenute dai governi Renzi e Gentiloni, le accresciute situazioni di disagio e povertà, lo sciagurato atteggiamento sui flussi immigratori. E, al tempo stesso, si potrebbe produrre un altro elenco, persino più lungo, delle cose che i due governi hanno fatto e anche bene. Il fatto è che a questo punto, poco importa: la maggior parte della gente non ha votato dopo aver fatto la spunta alle realizzazioni del governo. Ha voluto riprovare, come nella stagione del primo furente appoggio a Berlusconi, a buttar fuori scena “lor signori” e a riprendersi in mano il pallino del gioco politico.

Il candidato premier Cinquestelle Luigi Di Maio e dietro di lui il leader della Lega Matteo Salvini

E’ positivo che le cose siano andate così? In politica contano i fatti. Alcuni si sono già prodotti tra il 4 e oggi e li possiamo quindi giudicare. Per gli altri, occorre pazientare, accadranno anche essi. Più che ipotizzarli, per ora non si può.

È già accaduto che a vincere siano stati due partiti che condividono alcune non insignificanti caratteristiche per il futuro delle nostre libertà democratiche. Se ne evidenziano tre.

1.il manicheismo e la contestazione totale del ceto politico avverso, con la divisione in buoni (noi e chi sta con noi) e cattivi (tutti gli altri) che cozza sia con la realtà che con le biografie dei due leader vincenti (si vedano il pessimo record da scansafatiche acchiappasoldi lasciato da Salvini al Parlamento Europeo, e il vuoto assoluto della biografia professionale di Di Maio), e aizza l’odio indiscriminato verso ceti, gruppi, categorie;

2.la scarsa o nulla democrazia interna, in particolare nel M5S. La cosiddetta disintermediazione tra gruppo dirigente e base rifugge dai meccanismi collaudati di democrazia e partecipazione, come direzioni, congressi, assemblee di base, voto palese, tutto affidando a ruoli carismatici, e alle messaggerie A/R televisive ed elettroniche. Se ne è avuta riprova nella pagliacciata del governo ombra e nella provocazione della vigilia verso il Quirinale, ma è il ruolo fuori campo di Beppe Grillo e Davide Casaleggio a preoccupare soprattutto;

3.personalizzazione dell’offerta elettorale, rintracciabile anche nei simboli proposti all’elettorato (Lega Salvini Premier, per un esempio), che prefigura compiti da “uomo forte” all’interno delle istituzioni, che nel nostro assetto costituzionale non sono previsti.

Per i soli Pentastellati si aggiunge un ulteriore, davvero tragico elemento: l’incompetenza. A scorrere le biografie della loro presunta squadra di governo, c’è da disperarsi, soprattutto ricordando le incapacità ampiamente mostrate da sindaci e amministratori locali e regionali di quel partito in comuni e regioni (si guardi al disastro di Roma). L’insolenza degli ignoranti è riprovevole quanto quella dei sapienti; ma se non è sufficiente la competenza per essere un governante degno, si ammetterà che essa sia sufficiente per essere un governante competente. L’incompetente è al contrario e per definizione incapace dell’arte di governo: non ha alternative, la cosa pubblica non fa per lui. Non si affida un bus o un treno a chi non abbia la patente o il brevetto per guidarli; si affida invece la guida di un paese a chiunque, purché eletto?

Chi ha votato gli incompetenti ha ritenuto che in democrazia anche l’asino ragliante, se prende voti comanda, e che tutti, infatti anche gli asini, devono e possono ambire alle pubbliche cariche. Viene da rispondere che no, senza offesa alcuna per l’amato umile somarello, l’asino eletto non comanderà, raglierà soltanto come è nella sua natura. A proposito di asini, disse il liberale Benedetto Croce che l’Italia del suo tempo non era tanto governata da fascisti quanto da asini, nel senso che era proprio dalla natura asinina che derivavano i crimini della dittatura: coniò il termine onagrocrazia, potere degli asini appunto. Per non ripetere il grande filosofo, visto che il carismatico leader dei Cinque Stelle Beppe Grillo invitò i suoi a votare di pancia non con la ragione, si potrà chiamare l’eventuale governo degli incompetenti scelti dalla pancia elettorale, celiacrazia ovvero governo dello stomaco.

È già accaduto che il partito Democratico, grande sconfitto nella tenzone del 4 marzo, scansando nuovamente le ragioni profonde della disaffezione del popolo, in particolare del suo popolo che nei grandi numeri (si parla di più di un milione) ha scelto di votare per il Movimento 5 Stelle, abbia continuato a mandare in onda lo stesso spettacolo che gli è costato la metà della percentuale raggiunta da Renzi alla sua prima prova. Questi, al solito vittima del temperamento e della smodata ambizione al protagonismo di prima fila, ha tenuto una conferenza stampa nella quale ha dato le non dimissioni, nel senso che le avrebbe sì firmate ma per dopo la formazione del governo (cuccurucù, e quando si avrà il nuovo governo?), ha detto che pur restando in carica (?) non parteciperebbe alle consultazioni al Quirinale e che comunque il nuovo segretario sarà eletto nelle primarie aperte (e si ritiene di capire che si ricandiderà) perché a lui i caminetti non piacciono. Morirono Dc e Psi per scindersi in gruppi e gruppetti, morirà il Pd, molto meno partito di quelli, nato diviso e più diviso cresciuto, se non la smetterà di scindersi come l’atomo. La gente non vota i partiti che si dividono: accade da sempre così. Renzi accetti che la sua stagione, per ora, è terminata. I suoi non lo stanno a sentire neppure quando annuncia che il Pd va all’opposizione “contro gli estremismi”. In tanti sono pronti a stare nel governo con chiunque faccia il fischio del trasformismo. E d’altronde lui il governo non lo fece con Alfano, creatura di Berlusconi?

È già accaduto, quindi, che gli eletti vadano rimangiandosi le promesse fatte all’elettorato. Lo fanno taluni democratici, lo fa il M5S. La dichiarazione resa da Di Maio il giorno dopo le elezioni “Noi vincitori assoluti, pronti al confronto con tutte le forze politiche”, è ben altra cosa da quanto raccontato agli elettori sulla vocazione all’esclusivismo purissimo ed epuratore del Movimento: governiamo da soli o torniamo alle elezioni.  Il capo del governo in pectore ha dichiarato chiusa la seconda repubblica, e aperta la terza alla cui testa già si immagina: si torna pazientemente a spiegare che le repubbliche le fanno le costituzioni, non i governi o le stagioni elettorali e che quindi, ringraziando le stelle (quelle vere) dalla caduta della monarchia sabauda una sola repubblica avemmo ed abbiamo. E’ importante sottolinearlo, visto che sulla costituzione giureranno i nostri futuri governanti.

Anche il decantato metodo dello streaming è abbandonato, e peggio per i militanti illusi che la politica fosse come una partita di calcio, da seguire in diretta. “Quello è il passato” ha detto Grillo, e se lui ordina significa che va bene così. Piuttosto, lo stesso genovese ha disposto che è terminato il tempo dei ”Vaffa …” e che ora la parola melliflua deve vincere sull’ingiuria gratuita e sulla con qualunque menzogna dell’avversario. Chi ha qualche annetto sulle spalle, sa che ogni capopopolo, quando sale la scaletta del potere, lascia il vestiario dei giorni di lotta, sia la casacca del buffone o la divisa del golpista, e indossa il doppiopetto …. Deve rendersi rispettabile. Il problema è che mentre è facile rendersi rispettabile, non lo è altrettanto essere rispettato.

E qui si va al futuro prossimo. Nessuno, a questo momento, può ragionevolmente pronunciarsi su chi governerà l’Italia. Si farà, presumibilmente, il massimo sforzo per costituire un governo e probabilmente ci si riuscirà. Ad oggi numeri e programmi dicono alleanza tra M5S e Lega Nord: con i loro deputati e senatori possono costruire la maggioranza in parlamento, sui rispettivi programmi con qualche leggero compromesso possono ritrovarsi. Aspetto non secondario, il governo siffatto vedrebbe rispettata la volontà popolare che ha consegnato mezza Italia all’uno e mezza Italia all’altro. Tuttavia, a parte ogni speculazione su come orienterà la crisi il presidente della repubblica (è suo diritto e dovere farlo), sembra che i due partiti siano pronti ad azzuffarsi sulla figura del primo ministro: tra Di Maio e Salvini sarebbe in corso una lotta fra titani della politica per sedere a Palazzo Chigi. Potrebbe risultare questione irrisolvibile.

Se non dovessero esserci le condizioni per l’alleanza (Salvini continua a negarla, dichiarandosi fedele al cartello elettorale di centro destra col quale ha concorso), qualunque altra alleanza che includa (o non escluda attraverso il meccanismo dell’astensione, ad esempio) democratici e o forzisti, potrebbe essere immaginata.

Dire che è possibile formare il governo non significa dire che esso sarà capace, stabile e duraturo. Le elezioni hanno consegnato un paese unito solo da rabbia e rivolta, e per il resto diviso: il nord abbastanza ben amministrato e che anche per questo ha confermato la Lega, è opposto a un mezzogiorno sbandato che ha cercato nel M5S la speranza di riscatto. Se il nord ha votato soprattutto contro gli immigrati irregolari, il sud ha votato soprattutto per il posto di lavoro e il reddito di sussistenza pagato dallo stato. Hanno quindi espresso opzioni politiche sotto lo stimolo di  esigenze individuali. Soddisfarle avrà dei costi, in termini economici e politici (si pensi al deficit dei conti pubblici!), giustificabili solo se si andranno ad inserire nel progetto di nuova società e in un ben più complessivo programma di governo. Va malinconicamente osservato che in campagna elettorale, poco o niente ci è stato raccontato, dai partiti che si candidavano al governo, sul modello di società e sul programma da attuare, salvo scarne indicazioni suonate come vuoti slogan, mentre sono state sovrabbondanti le promesse da paese dei balocchi.

La “nuova società” deve partire dalla consapevolezza che il doloroso declino italiano va arrestato, se si vuole che alla metà del XXI secolo la penisola sia ancora un’entità politica effettiva, non regredita ad espressione geografica in balia di potenze straniere. Demografia e famiglia, scuola e cultura, etica pubblica e privata, civismo personale e solidarismo comunitario, devono essere alla base della ricostruzione dell’identità. In quanto al programma di governo, basterebbero pochi fondamentali punti per ripartire: equità nelle misure economiche e fiscali, abolizione dei privilegi ingiusti e ingiustificati, conferma senza se né ma della scelta europeista, piano straordinario per il Mezzogiorno che parta dall’estirpazione della malavita organizzata. L’Italia deve uscire da arretratezza e provincialismo, abbracciare il mondo così com’è, riprendere a coltivare la sua testa e a far lavorare le sue braccia, investendo sull’innovazione e i servizi ad alto valore aggiunto, privilegiando ricerca e tecnologia, agricoltura, arte e  turismo.

Sullo sfondo delle nostre piccole elezioni, il mondo è pericolosamente in corsa verso l’abisso di nazionalismo e protezionismo. La presidenza Trump priva il mondo della leadership statunitense e sforna quotidiani pessimi esempi. Nel solco americano, alza la testa la pletora di nuove e vecchie dittature. Putin si picca di detenere il super razzo imprendibile pluriatomicamentarmato, la Cina del candidato presidente a vita aumenta dell’8,5% il bilancio della difesa e spaventa l’Asia, la Turchia di Erdogan entra armata nei destini della Siria, nel Golfo Iran e Arabia Saudita si puntano addosso missili e corano. E per un istante stiano nel dimenticatoio Corea del nord e guerre africane.

È un mondo nel quale le aree di democrazie e benessere tendono ad assottigliarsi, e l’Unione Europea rischia. Quando Francia e Germania avvieranno la stagione delle riforme, l’Italia dovrà fare il suo dovere.

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter