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I meccanismi del populismo: ecco perché l’elettore diventa bue

L’esplosione del fenomeno populista è perfettamente spiegata dalla psicologia cognitiva, unita all’arrivo di internet

Un'immagine del 1896 sul magazine americano "Judge": il populismo divora il mulo democratico (wikimedia commons)

Un'analisi che ricostruisce un percorso che pone all'interno di uno stesso contesto Bias cognitivi e Social Media, narrazioni e psicologia cognitiva, populismi e politica. E che sfociano in uno scenario atipico ma comprensibile, in cui i partiti populisti sono sia causa del problema, sia effetto dello stesso

Se chiedeste a un operaio quanto profitto dovrebbe fare l’azienda per cui lavora, probabilmente non vi stupireste troppo se quello rispondesse: “I ricavi devono essere distribuiti ai lavoratori e alle loro famiglie. Va bene anche se il profitto dell’azienda è zero”. Idea interessante, anche se non proprio nuova. Però, sarebbe anche il racconto del mondo ideale che l’onesto lavoratore raffigura per sé. Che coincidenza!

Se, dopo aver parlato con l’operaio, prendeste l’ascensore per andare ai piani alti a parlare con l’amministratore delegato, potreste chiedergli: “Esimio dirigente, quale carico fiscale è quello corretto per un’azienda come la sua?”. Non vi stupireste troppo se quello rispondesse qualcosa tipo: “Il carico fiscale deve essere ridotto al minimo, magari una flat-tax al 15%, o anche meno. Perché deve sapere, caro signore, che esiste la ‘trickle-down economy’, che spiega che se lasciamo che i ricchi facciano i soldi, poi quelli spendono e spandono e nel far questo arricchiscono l’intera società!”. Che storia meravigliosa anche questa! E che coincidenza! Un’altra “narrazione” che casca a pennello per l’esistenza di chi l’ha appena raccontata.

Ovviamente non stiamo parlando di eccezioni. Ogni uomo inventa storie. Grandi e piccole. In ogni momento. Senza farci caso. Magari solo per il gusto di non trovarsi in scacco con l’accusa di essere incoerente con qualcosa detto prima, o per non apparire preda di sentimenti poco edificanti come l’invidia o l’avarizia. Oppure, come negli esempi sopra, per giustificare con se stesso e con gli altri il proprio comportamento e ruolo nella società. La mente umana funziona così.

Il Ruolo della Narrazione

In psicologia cognitiva (e in psicologia in generale), questa è chiamata la narrazione (in inglese “the narrative”). A scanso di equivoci, va subito detto che non c’è nulla di male nella narrazione. La narrazione è un meccanismo potente e, soprattutto, ci serve. Serve a noi come individui per dare un senso alla nostra vita. Ma serve anche a noi come società per permetterci di funzionare bene insieme quando facciamo squadra. Come ha scritto uno che ammiro molto, Yuval Noah Harari, provate ad andare da una scimmia e a proporle: “Cara scimmia, se sacrificherai la tua vita per la mia causa, io ti prometto la vita eterna dopo la morte in un posto dove avrai tutte le banane che vuoi!”. Difficilmente la vostra perorazione otterrà l’effetto sperato. Invece, quando si tratta di uomini, la narrazione funziona alla grande. Oltre a guerre di ogni tipo, la promessa della vita eterna ha permesso la costruzione di piramidi, cattedrali e un gran flusso di soldi e ricchezze a dei tizi vestiti buffi a ogni latitudine.

Papa Benedetto XVI all’epoca del suo pontificato

Riassumendo, ognuno di noi costantemente inventa storie, grandi e piccole, per dare un senso al mondo che lo circonda e alla propria vita. In alcuni casi la narrazione riflette la realtà, ma più spesso la narrazione distorce la realtà ad uso e consumo del suo narratore.

Bias da Conferma: Come Nutriamo la Nostra Narrazione

Come un seme appena germogliato, la narrazione ha bisogno di cura e nutrimento per crescere forte e rigogliosa. Uno degli alimenti principali è il Bias da Conferma, ovvero quell’inclinazione naturale che porta ognuno di noi a cercare fatti, notizie e dati che corroborano le nostre idee esistenti, ignorando con naturalezza fatti e numeri che contrastano con quello che ci piace credere.

Nella società moderna, giornali, siti e televisioni fondano i loro  business model sul rafforzamento dei bias da conferma dei loro lettori. Ad esempio, il lettore di Libero troverà in prima pagina la vecchietta derubata da un ignobile immigrato clandestino, mentre Il Manifesto darà risalto ai poveri immigrati che, armatisi di scopa e paletta, hanno pulito il centro di Bari alla facciaccia dell’ignavia degli italiani.

Sommando Narrazione e Bias da conferma, ho cominciato finalmente a comprendere quanto inutili siano spesso l’infinità di discussioni in cui tutti ci troviamo ingarbugliati al bar così come su Facebook. Cosa è una tipica discussione tra gente comune se non il confronto tra narrazioni diverse e il tentativo, assai spesso futile, di trovare incoerenze nella storia l’uno dell’altro?

Gino: “Gli immigrati sono tutta brava gente che contribuisce al paese. Fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare. Ecco il link!

 

Pino: “Non è vero. Qui è tutta gente senza arte né parte che arriva per delinquere. Guardati questo di link!

 

Il bias da conferma porta la gente a vedere la realtà che vogliono vedere, con l’aggravante che ognuno pensa di aver fatto ricerche come se fosse uno scienziato. Sommando Narrazione e Bias da Conferma molti arrivano a risultati impressionanti: la fede incrollabile in idee balorde.

Una volta fatta propria un’idea di partenza che ci soddisfa, ecco che tramite la ricerca costante di conferme si può arrivare a granitiche certezze. Che poi queste certezze siano coerenti con la realtà, quello è un discorso totalmente separato.

Bias Cognitivi e Social Media

Fenomeni di esaltazione ci sono sempre stati nella storia dell’umanità. Personalmente, sono arrivato alla conclusione che religioni e ideologie non siano altro che narrazioni collettive a cui una comunità aderisce. Ma, mentre nei vecchi tempi le cose si muovevano più lentamente, l’arrivo dei mass media prima e ultimamente di internet hanno funzionato da catalizzatori, rendendo i processi cognitivi che portano alla narrazione, anche quelli sballati, estremamente più rapidi. Fino a poco tempo fa, un mattacchione che partorisse un’idea bislacca non aveva che da andare fino al bar sotto casa per sentirsi etichettato come “diversamente intelligente”.

Con il web, le cose sono cambiate. Sui social quel mattacchione ha molte più possibilità di incontrare altri mattacchioni che la pensano come lui, seminando e nutrendo i rispettivi bias da conferma.

Alla luce di questo è facilmente spiegato l’avvento di movimenti bizzarri quali anti-vax, credenti nelle scie chimiche, veganisti, neonazisti, partiti politici con programmi improvvisati, insignificanti e non attuabili, seguaci di tycoons che raccontano favole di un’America sfruttata dagli altri paesi e, aimè, gente che crede che il loro dio gli abbia detto di convertire il resto del mondo all’Islam più medievale che si possa concepire.

Come Nascono le Narrazioni

Una narrazione è solo una storia e può nascere (o essere fatta nascere) in qualsiasi momento nella mente di chiunque, come una scintilla che può generarsi per mille motivi. Una scintilla in un bosco innevato del Nord Europa si esaurirà immediatamente. La stessa scintilla tra la boscaglia arida durante un’estate italiana può scatenare incendi che anche i Canadair avranno difficoltà a domare.

Il combustibile che fa deflagrare le narrazioni è sempre stata la disponibilità delle persone a farla propria. Se una narrazione trova sponda nei desideri, nelle paure, nelle invidie o nelle necessità di alcuni, quelli finiscono per farla propria e rafforzarla utilizzando il bias da conferma e altri bias cognitivi a cui accennerò più avanti. La storia è piena di esempi in questo senso.

Gli operai del secolo scorso trovavano elementare aderire al Marxismo nel momento in cui questo significava in alcuni casi rivendicare migliori condizioni di vita per sé e per le proprie famiglie e in altri la rivalsa per l’invidia verso classi sociali più agiate.

I coloni americani trovarono bellissima la narrazione che il creatore ci ha resi liberi e quindi non occorreva pagare le tasse agli inglesi.

I principi germanici trovarono assolutamente convinciente la lettura di Martin Lutero della bibbia, che demoliva la pretesa del papa di Roma di essere l’intermediario esclusivo con l’onnipotente.

E se poi volessi divertirmi ad andare indietro, perché stupirsi di religioni che raccontavano all’uomo che lui non era parte della natura, bensì un essere superiore scelto da Dio e in funzione di cui Dio non solo aveva creato la natura stessa, ma l’aveva messa a disposizione dell’uomo per fare un po’ quello che diamine gli pareva?

La Psicologia Cognitiva

Una volta compresa la narrazione e il bias da conferma, si ha una chiave di lettura nuova e potentissima sia della storia che degli eventi sociali attuali. Ma la Psicologia Cognitiva non si esaurisce certo lì.

Ci sarebbe da parlare anche di framing, priming, euristica della disponibilità, attribute substitution, overconfidence effect (effetto Dunning Kruger). Ognuno di questi bias meriterebbe come minimo un articolo a sé, perché si tratta di tranelli mastodontici in cui le nostre deboli menti, frutto dell’evoluzione darwiniana, possono facilmente cascare.

I Bias Cognitivi sono dei veri e propri effetti ottici mentali, delle distorsioni della realtà percepita introdotte dai meccanismi con cui elaboriamo le informazioni che ci arrivano. Dal momento che il cervello umano è frutto di evoluzione, non sorprende che la natura ci abbia dotato di euristiche che ci fanno percepire con buona approssimazione possibili minacce al nostro benessere. Al tempo stesso, però, le euristiche sono funzioni non perfette. Nella società moderna, venditori, assicuratori e propagandisti politici hanno buon gioco a sfruttare le imperfezioni delle euristiche per farci percepire costi, bisogni e paure in maniera distante dalla realtà, secondo le loro convenienze.

Se non impariamo a riconoscerle, queste distorsioni possono facilmente portarci a vivere in un mondo virtuale lontano dalla realtà dei fatti o della logica

Daniel Kahneman. Psicologo. Vincitore del Premio Nobel per l’Economia nel 2002

Anziché scrivere una lunga trattazione sulla psicologia cognitiva, meglio offrire un riferimento al lavoro pionieristico di Daniel Kahneman e Amos Tversky negli anni 70 e 80. Grazie a loro abbiamo una mappatura molto ampia degli “effetti ottici mentali” che portano le persone a percepire la realtà in maniera distorta e ad agire di conseguenza.

Mappa dei Bias Cognitivi Noti da WikiPedia

 

Entra in Scena il Populismo

Se siete stati attirati dal titolo sul populismo, forse vi chiederete cosa aspetti a parlarne. L’introduzione è stata lunga, ma assolutamente necessaria, dal momento che non è possibile spiegare il populismo razionalmente senza avere gli strumenti di base che ci sono dati dalla psicologia cognitiva. Senza quelli, ogni ragionamento rischia di essere solo una delle variegate narrazioni che gli opinionisti italiani sfornano quotidianamente sull’argomento ad uso e consumo dei loro pubblico di riferimento.

La psicologia cognitiva è in grado di fare piena luce sul fenomeno populista e sulle dinamiche che lo alimentano.  Applichiamola a un case-study sul populismo nostrano.

Case Study: i Partiti Populisti Italiani

Occorre partire con una precisazione. Tutti i partiti politici hanno sempre sfruttato (e ancora sfruttano)  i bias cognitivi nella loro comunicazione e propaganda. Lo scopo è sempre stato quello di raccogliere un consenso elettorale che mai raggiungerebbero con discorsi tecnici e assolutamente razionali, ma assai poco convincenti narrativamente parlando.

Le persone sono spinte da visioni e idee, e con visioni e idee si conquista il consenso che porta a governare. Un partito che si limitasse a presentare i conti come un ragioniere assai difficilmente arriverebbe ad eleggere abbastanza rappresentanti per poter ambire a formare un governo.

Storicamente, però, una volta vinte le elezioni, quegli stessi partiti sanno anche esprimere figure in grado di fare i conti con la realtà vera, e non quella percepita fatta di emozioni e suggestioni.

Nel contesto italiano attuale questo significa capacità di gestire la macchina dello Stato, specialmente da quando il peso del debito pubblico (e degli interessi pagati per onorarlo) si è fatto opprimente.

Un qualsiasi governo italiano deve necessariamente conciliare 3 esigenze fondamentali:

  • Pagare stipendi e pensioni ai cittadini.
  • Non aumentare, e per quanto possibile ridurre, il carico fiscale, specialmente quello sul lavoro, che è una delle barriere agli investimenti in italia.
  • Provvedere ai due punti sopra senza aumentare il debito pubblico, anzi riducendolo il più velocemente possibile specialmente nei momenti di crescita economica (gli interessi sul debito sono soldi sottratti sia al welfare che allo sviluppo economico) .

Tradotto in pratica, un qualsiasi governo italiano deve dimostrare di saper gestire il debito  e rassicurare il resto del mondo sulla capacità dell’Italia di onorarlo mese per mese. Se questo non succedesse, si arriverebbe rapidamente al crollo economico del paese:

  • gli interessi sul debito salirebbero,
  • il debito non sarebbe onorato e, di conseguenza,
  • non sarebbero più garantiti i pagamenti di stipendi e pensioni (!!!)

È appena il caso di ricordare che questo è il motivo per cui fu insediato in fretta e furia il governo Monti nel 2011: operare tagli “lacrime e sangue” che mai avrebbero avuto il supporto dei cittadini, ma che erano necessari. La democrazia è bella, ma salvare il paese dal tracollo è meglio.

I movimenti populisti italiani pongono un problema nuovo. Non sembrano in grado di esprimere personalità che gestiscano il debito e si spingono al punto da disconoscere il problema in nome di narrazioni buffe. Ecco una lista di “proposte” che molti riconosceranno anche senza l’attribuzione ai rispettivi inventori:

  • Usciamo dall’Euro. Così possiamo stampare i soldi, pagare più stipendio a tutti e ripagare il debito svalutato.
  • I politici sono tutti corrotti. Confischiamogli i beni e con quello finanziamo il rilancio dell’occupazione.
  • L’immigrazione è un complotto del grande capitale per abbassare il costo del lavoro e ridurci in schiavitù.
  • Con il reddito di cittadinanza, i soldi cominciano a girare e l’economia si rimette in moto da sola.
  • Facciamo una flat-tax per tutti al 15% (senza indicare le coperture) e tutti staranno meglio.
  • Abbassiamo le ore lavorative a parità di salario. In questo modo le aziende assumeranno di più e il problema dell’occupazione sarà risolto.
  • Aboliamo la legge Fornero (senza indicare le coperture).
  • … e ovviamente potrei continuare.

Si può facilmente dimostrare che ognuno di questi punti sia un libro dei sogni la cui fattibilità va dall’impossibile al catastrofico. Ma la cosa non interessa alla maggioranza della gente che ha votato i movimenti populisti. Una volta che una persona ha deciso che quella proposta gli piace, ci penserà il Bias da Conferma a fornirgli il sostegno di cui ha bisogno per considerarla assolutamente fattibile.

In alcuni casi, poi, entra in azione l’effetto Dunning Kruger. Quoto da Wikipedia:

The Dunning–Kruger effect is a cognitive bias wherein people of low ability suffer from illusory superiority, mistakenly assessing their cognitive ability as greater than it is.

 

(Trad: L’effetto Dunning-Kruger è un bias cognitivo in virtù del quale persone di bassa capacità sono soggette ad un illusorio senso di superiorità che li porta a sopravvalutare erroneamente le loro capacità cognitive)

 

In breve, quelli mentalmente meno abili credono che tutto sia facile (mentre quelli che ci capiscono un po’ di più sovrastimano il rischio). Ai succubi di Dunning Kruger, la complessità appare come una creazione artificiale messa in atto per danneggiarli.

Effetto Dunning-Kruger: gli stolti fanno tutto facile, i meno stolti sono più pessimisti.

Con riferimento al M5S, Beppe Grillo è maestro nell’uso di questo effetto nei suoi spettacoli. Non è una coincidenza che antivaccinisti, complottisti, ‘sciachimisti’ e altri con teorie balorde e anti-scientifiche abbiano finito per trovare un punto di riferimento nel movimento che Grillo ha fondato.

Per chi crede nelle scie chimiche, la parola di uno scienziato della NASA è derubricata a voce del sistema che complotta contro i cittadini, mentre la testimonianza di Vinicio che si è sentito male dopo aver visto le scie degli aerei diventa prova incontrovertibile. È il bias da conferma, bellezza.

L’uso costante di Dunning-Kruger nella propaganda politica dei 5 Stelle presenta delle criticità significative, specialmente ora che quel partito si propone come forza di governo.

Se da una parte, grazie a internet e social media, la raccolta del consenso tramite bias cognitivi è stata efficace per i 5 Stelle, dall’altra questo sistema ha la pecca notevole di selezionare in partenza persone di basse capacità mentali, ed escludere gli altri.

Virginia Raggi, Sindaca di Roma

Benché la maggior parte dei politici pentastellati sia sicuramente in buona fede quando parla di onestà (in altre parole: “ci crede”), non appena essi si trovano ad affrontare problemi reali, si dimostra chiaramente la loro bassa capacità di gestire problematiche amministrative reali, assestando colpi dolorosi al senso di autostima di questi (in pratica, il loro mondo virtuale rischia di crollargli davanti come un castello di carte). La soluzione è ripiegare in maniera ancora più aggressiva su narrazioni auto-assolutorie del tipo “è colpa di quelli che c’erano prima di noi”, “del PD”, “di Berlusconi”, “di Renzi”, “di Napolitano”, “della massoneria”, “della finanza internazionale”, “di Bilderberg” e così via. La cosa non dovrebbe sorprendere. Sono strategie analoghe a quelle messe in atto dai bambini piccoli quando vengono colti con le mani nel sacco per aver fatto qualche birbonata.

Luigi Di Maio, leader del Movimento 5 Stelle, in un intervento in televisione

 

Per quanto riguarda la Lega, la situazione è leggermente migliore dei 5 Stelle (probabilmente perché hanno governato in passato), anche se le loro proposte di uscita dell’Italia dall’Euro e dall’Europa sono considerate catastrofiche dalla maggior parte di esperti di economia per ragioni che sono abbastanza ovvie anche ai non economisti.

A destra il segretario della Lega Matteo Salvini a Washington nel 2016 insieme a un passante non simpatizzante (Luca Passani)

Insomma, benché divertente da un punto di vista mediatico, l’affermazione dei partiti populisti rischia di costare molto all’Italia qualora arrivassero al governo e non dimostrassero di saper tenere i conti a posto.

I Partiti Populisti: Causa del Problema o Effetto del Problema?

Arrivati a capire come si forma il pensiero che porta al consenso per i movimenti populisti, è ora di affrontare la domanda centrale. Il populismo esiste come effetto di problemi reali nei rispettivi paesi, oppure è il populismo stesso l’arma con cui alcuni, nell’era di Internet, riescono a pilotare il consenso delle masse?

Io sono convinto che si tratti di entrambe le cose. C’è un problema vero che alimenta il populismo, ma il populismo stesso può diventare un’arma nelle mani di arrivisti politici o anche di potenze straniere, la Russia in primis, che hanno interesse nel vedere governi deboli alla guida dei paesi occidentali, Stati Uniti ed Italia compresa.

Le Interferenze Russe che Alimentano il Populismo

Nelle elezioni presidenziale del 2016, gli americani hanno sperimentato sulla loro pelle cosa significhi avere una potenza mondiale che utilizza i social network per seminare zizzania e divisione in un popolo. Infatti, gli americani stessi ci avevano anche avvertito che lo stesso trattamento ci sarebbe stato riservato per le elezioni italiane.

Non so per certo se quello sia stato il caso (altrimenti lavorerei alla CIA o al SISMI), ma razionalmente tutto sembra molto plausibile. La considerazione di base è la seguente: se la mente umana è così manipolabile come ci insegna la psicologia cognitiva con libri disponibili in tutte le librerie, cosa trattiene gli stati da fare un uso militare di versioni ancora più aggiornate di tali conoscenze?

Giusto per mettere le cose in prospettiva, considerate questo fatto. Alla fine degli anni 50, la CIA provò a introdurre il romanzo “il Dottor Zivago” clandestinamente in Russia. L’obiettivo era quello di rafforzare la predisposizione dei russi alla libertà culturale e intellettuale, e, di conseguenza, aumentarne il malcontento, visto che tale libertà era assente nella Russia sovietica. A tendere, questo avrebbe indebolito le fondamenta del sistema sovietico.

Evidentemente, già 30 anni prima che Kahneman e Tversky lo spiegassero per bene, la CIA conosceva il Framing, ovvero la potenza che un’idea può avere quando fatta balenare in maniera sottile nella mente di un uomo, anche in assenza di esplicita attività propagandistica.

Il presidente della Russia, Vladimir Putin

In questo contesto non sorprende che la Russia stia provando a usare internet e i social come arma per rendere pan per focaccia ai paesi occidentali. Con poche centinaia di migliaia di dollari di investimento, i russi possono usare le tecnologie digitali per fare ciò che la CIA provava a fare con soluzioni ‘analogiche’ negli anni 50: ‘iniettare’ nelle menti dei cittadini di paesi esteri idee e opinioni che poi questi avrebbero fatto propri.

Se l’ipotesi fosse verificata, il fine ultimo dei russi sarebbe quello di condizionare il risultato elettorale e portare all’insediamento di governi deboli e impreparati.

Non ne sarei sorpreso. Non c’è alcun motivo per ritenere che la Russia non abbia usato framing e confirmation bias per ipnotizzare milioni di cittadini di un paese estero e condizionarne le elezioni in maniera subdola. Chiamatela Guerra Fredda 2.0 se volete.

Piccola parentesi, se volete vedere più da vicino come i social possano essere sfruttati per condizionare le elezioni, guardatevi questo video (in inglese) in cui il CEO di Cambridge Analytica mostra come abbiano condizionato il risultato delle elezioni presidenziali americane focalizzando gli sforzi (e il budget) nei cosiddetti swing states.

Populismo come Effetto della Globalizzazione

Assumendo che i Russi abbiano soffiato sul fuoco del populismo italiano, una domanda a cui occorre rispondere è se tale fuoco esistesse già di per sé. La risposta è sicuramente affermativa, visto che l’Italia è soggetta a due grandi fenomeni del nostro tempo insieme agli altri paesi occidentali: la globalizzazione e la spinta di milioni di individui che nei paesi occidentali vorrebbero emigrare.

Si può affermare che la società italiana provi una generale diminuzione della qualità della vita, diminuzione vera o percepita che sia.

In Italia, come nel resto del mondo, la globalizzazione spinge verso il basso i salari della classe media, e verso l’alto i salari di chi fa lavori specializzati. Questo porta alla visione costante di modelli di vita da paese occidentale ricco presentati a persone che a tali modelli non possono aspirare. Semplificando, se uno stipendio da 3 milioni di lire al mese permetteva alla moglie di un bancario di non lavorare e alla sue famiglia di fare vacanze lunghe due volte l’anno, lo stesso non si può dire di uno stipendio di 1700 Euro oggi. Ciò è ancora più vero se si parla di stipendi di 1200/1300 euro per impiegati e operai.

Eppure televisioni, web e giornali mostrano costantemente immagini di gente ricca o benestante che se la spassa. Questo genera invidia e scontento che portano a un desiderio di rivalsa sociale e alla scelta di partiti “distruttivi” del sistema, con buona pace di qualsiasi analisi razionale della situazione o di qualsiasi aspettativa che la gente si senta appagata solo con i discorsi logici.

In questo contesto, è comprensibile che molti optino per la scelta populista, benché essa sia assolutamente irrazionale dal punto di vista logico. Non è annientando il sistema che offre 1300 Euro di stipendio che si finisce col guadagnare di più. Molto più probabile che si finisca per perdere anche i 1300 euro. Ma da quell’orecchio, in tanti, non ci sentono. Non ci vogliono sentire, preferendo comunque puntare su una scelta che scompigli le carte ad un “sistema” da cui non sentono di ricevere abbastanza.

In questo contesto, si vanno a inserire gli stranieri, arrivati in Italia come conseguenza della scarsa prolificità degli italiani stessi (1,34 figli per donna). Immigrazione clandestina a parte, gli stranieri si prestano a fare lavori che spesso gli italiani considerano troppo umili e non sufficientemente remunerati. Pizzaioli egiziani e ristoranti italiani gestiti da famiglie cinesi sono ormai la norma nelle grandi città del nostro paese. Come stupirsi che molti, vedendo lo straniero fare il lavoro che fin da bambino abbiamo visto appartenere a un italiano, reagiscano con sconcerto ed arrivino a sviluppare una narrazione razzista e xenofoba? Fin troppo prevedibile che qualcuno speculi su questo a fini elettorali, magari facendo balenare la narrazione di un complotto mondiale dei governi dei ricchi che scatenano intenzionalmente i flussi migratori dagli altri paesi per abbassare gli stipendi dei lavoratori locali.

Insomma, il malcontento c’è. I populisti non hanno soluzioni, ma tramite i bias cognitivi sanno comunque trasformare quel disagio in consenso elettorale.

Sarà interessante vedere l’evoluzione del panorama politico italiano nelle prossime settimane vista la maggioranza dei seggi ottenuta nel parlamento italiano dai due partiti populisti per eccellenza.

Conclusione

Il populismo è spesso rappresentato dagli opinion-maker come un fenomeno sfuggevole e di difficile comprensione. Non è così. Il fenomeno appare in tutta la sua chiarezza e potenziale pericolosità a chi conosce un minimo di psicologia cognitiva abbinata ai meccanismi dei social e del web. La globalizzazione e la tecnologia abbassano il costo del lavoro per la maggior parte delle persone, impoverendo la classe media, ma arricchendo chi svolge lavori specializzati. Ciò provoca malcontento e porta al successo elettorale nuovi partiti e movimenti, anche quando questi non propongono soluzioni concrete ed attuabili per affrontare i problemi di partenza.

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